Iran: i binari diversi su cui viaggiano Trump e Netanyahu. Costretti a tornare al piano Obama?

Iran: i binari diversi su cui viaggiano Trump e Netanyahu. Costretti a tornare al piano Obama?

Secondo un’analisi pubblicata dal Jerusalem Post, gli Stati Uniti starebbero valutando la possibilità di un’intesa provvisoria con l’Iran per ridurre la tensione nello Stretto di Hormuz e riportare il dossier nucleare entro un quadro negoziale. Il quotidiano israeliano riporta le valutazioni di Avner Vilan, ex alto funzionario della difesa e profondo conoscitore del programma nucleare iraniano.

La priorità americana: stabilizzare Hormuz

Il Jerusalem Post spiega che Washington considera urgente riaprire lo Stretto di Hormuz, cruciale per il traffico energetico globale e oggi sotto pressione iraniana. Per ottenere questo risultato, gli Stati Uniti potrebbero accettare un accordo “a tappe”, che includerebbe: lo sblocco di fondi iraniani congelati, di cui circa 120 miliardi di dollari bloccati in Qatar; un negoziato di 60 giorni sul nucleare; la possibile rimozione dell’uranio arricchito accumulato da Teheran; un alleggerimento mirato delle sanzioni.

Nella lettura americana, riferisce il quotidiano, un’intesa anche parziale servirebbe a congelare l’avanzamento nucleare iraniano e a guadagnare tempo, evitando un’escalation militare.

Le preoccupazioni israeliane

Per Israele, però, la prospettiva è molto diversa. Il Jerusalem Post sottolinea che, secondo Vilan, un accordo limitato al nucleare rischierebbe di rafforzare il regime iraniano, garantendogli una “linea di ossigeno economica” senza affrontare i dossier più sensibili: missili balistici; milizie sciite nella regione; influenza iraniana in Libano, Siria e Iraq.

Per Gerusalemme, il programma nucleare iraniano non è un tema negoziale come gli altri, ma una minaccia strategica di lungo periodo. Da qui la diffidenza verso qualsiasi intesa che non includa un controllo più ampio sulle attività regionali di Teheran.

Le tre opzioni sul tavolo

Il quotidiano riporta tre scenari che, secondo Vilan, l’Amministrazione americana avrebbe davanti: Confronto militare diretto, rischioso e senza garanzie di successo duraturo; Accordo graduale, che inizi da Hormuz e si estenda al nucleare, ma con il rischio di un negoziato infinito; attesa, opzione che Vilan considera poco probabile vista la pressione economica e geopolitica. Nessuna delle tre strade, osserva il Jerusalem Post, è priva di costi.

Una divergenza strutturale

La conclusione dell’articolo è chiara: gli Stati Uniti puntano alla stabilità regionale, Israele alla sicurezza strategica. Per Washington, un accordo anche imperfetto può essere utile a evitare una crisi energetica e a concentrare risorse su altri teatri globali. Per Israele, lo stesso accordo rischia di lasciare irrisolti gli aspetti più pericolosi della minaccia iraniana.

Il Jerusalem Post non formula giudizi politici, ma mette in luce una distanza di fondo: ogni volta che si riapre il dossier iraniano, Washington e Gerusalemme si ritrovano su binari paralleli ma non coincidenti. E, si può aggiungere, che dietro la porta si apre la possibilità che l’unica soluzione sia quella di tornare ai contenuti della trattativa condotta da Barak Obama, cosa molto poco indigeribile sia da Trump, sia da Netanyahu.