Iran: gli obiettivi diversi di Usa ed Israele

Iran: gli obiettivi diversi di Usa ed Israele

Mentre la campagna militare contro l’Iran continua, emergono profondi contrasti strategici tra Stati Uniti e Israele.

Dopo un attacco israeliano al grande impianto di gas di South Pars, Donald Trump ha prima negato di essere stato informato, poi ha ammesso di aver tentato invano di dissuadere Netanyahu. L’episodio rivela motivazioni divergenti:

  • per Washington, superpotenza con responsabilità globali, la priorità è stabilizzare i mercati energetici e garantire la sicurezza degli alleati del Golfo, in vista anche delle elezioni di metà mandato e dell’impatto del caro carburante sull’opinione pubblica.
  • per Israele, potenza regionale, l’obiettivo è annientare la minaccia iraniana: cambiare regime a Teheran, distruggere il programma missilistico e indebolire Hezbollah in modo definitivo, anche a costo del caos interno iraniano.

“Due guerre in una”

Gli analisti (Aaron David Miller, Suzanne Maloney, Natan Sachs) spiegano che Israele può sopportare costi più alti in termini di vittime e danni, forte della propria autarchia energetica e di un sentimento nazionale in assetto di guerra sin dall’attacco di Hamas del 2023. Gli Stati Uniti, invece, temono un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, che potrebbe innescare una recessione mondiale e spingere verso l’alto i prezzi della benzina.

Gli attacchi israeliani contro infrastrutture energetiche iraniane colpiscono gli interessi americani, che cercano di contenere l’escalation. Trump ha reagito duramente al bombardamento di South Pars («Israele ha agito con violenza eccessiva»), soprattutto perché l’Iran ha risposto colpendo impianti di Qatar e Arabia Saudita, cruciali per l’equilibrio dei mercati mondiali.

Un equilibrio politico precario

Per ora, Netanyahu — che deve affrontare elezioni entro l’anno — ha bisogno di mantenere il sostegno del presidente americano e dell’esercito USA. Tuttavia, scrive il New York Timesinevitabilmente i due leader si scontreranno.  Trump vorrebbe una “soluzione venezuelana”: regime indebolito ma controllabile; Israele, al contrario, punta a distruggerlo completamente.

Le incognite sul nucleare

Entrambi i paesi restano ossessionati da un punto: i 440 kg di uranio arricchito che potrebbero bastare per dieci bombe atomiche. Parte di esso forse è andata distrutta nei raid di Isfahan, ma non ci sono prove. Da questo file irrisolto, notano gli esperti israeliani, potrebbe nascere una futura trattativa per limitare il programma nucleare persiano, anche se il regime restasse formalmente in piedi.

Un’alleanza a rischio

L’articolo del Times conclude che, pur condividendo la volontà di indebolire l’Iran, Washington e Tel Aviv combattono guerre diverse:

  • gli USA per contenere costi economici e globali;
  • Israele per regolare una minaccia esistenziale.

Questo disallineamento, se non riassorbito, rischia di dividere l’alleanza stessa proprio mentre entrambi i governi si giocano il consenso interno e la tenuta politica.

Le divergenze di opinioni delle intelligence

Tutto ci dice di come questo intervento armato contro l’Iran sia partito male. Forse anche perché diverse erano i punti di vista sui presupposti e le speranze che i servizi segreti d’Israele, da una parte, e le agenzie di intelligence degli americani, dall’altra, ponevano alla base di un successo destinato a venire nel giro di pochi giorni.

Gli israeliani credevano – e lo hanno fatto credere a Trump – che potesse essere fomentata con successo una rivolta all’interno dell’Iran. E il Mossad era stato di pianificare un’operazione di sostegno ad una tale idee. Ma gli americani sono stati sempre molto scettici al riguardo. The New York Times ha chiesto chiarimenti al riguardo ad alcuni funzionari statunitensi che si sono però, rifiutati di confermare le diverse opinioni emerse su di un tema tanto complesso. Però, il giornale americano si è sentito ricordare che Trump aveva detto agli iraniani di rimanere nelle proprie case e di averli esortati esortati a scendere in piazza solo dopo la fine della campagna aerea: “Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo”. Come per fare intendere che pure il Presidente americano fosse abbastanza scettico sulle certezze di Netanyahu.

Anche la questione dell’utilizzo dei curdi dei quali si era dato già per certo l’attacco dall’Iraq nella parte orientale dell’Iran si è seguito un copione simile. Entrambi, americani ed israeliani, erano pronti a puntare su quella carta quando l’intervento di Erdogan – da decenni impegnato in una lunga battaglia con i curdi turchi e quelli siriani – ha dato un aut aut, seguito dalle dichiarazioni del Presidente del Kurdistan iracheno Barzani che riteneva addirittura controproducente l’idea in grado, invece, di far scattare il sentimento nazionalistico iraniano che avrebbero visto nel coinvolgimento dei curdi un pericolo paragonabile ai bombardamenti israelo – americani. E così, nonostante i bombardamenti ordinati nelle parti orientali dell’Iran per favorire le truppe curde, Trump dichiarava -ma dopo gli intervento di Erdogan e di Barzani – che non era sua intenzione far morire i combattenti curde.

Insomma, un certo qual caos che conferma l’impreparazione con cui sia israeliani, sia gli statunitensi hanno sferrato il colpo senza essere perfettamente consapevoli dello sbocco di una guerra e per la quale non avevano certamente messo nel conto la reazione degli iraniani, andata molto al di là dalle previsioni di Washington e di Tel Aviv.