INSIEME e lo Sviluppo sostenibile

Il gruppo di lavoro organizzato da INSIEME – con il coordinamento di Roberto Pertile – ha elaborato il documento che segue sullo Sviluppo sostenibile

  1. Sviluppo sostenibile

Il Partito INSIEME delinea una visione dello sviluppo sostenibile che trova le sue radici profonde nel dettato costituzionale e nell’ispirazione cristiana, configurandosi come un modello di economia sociale e civile di mercato. All’interno di questa cornice, la sostenibilità non viene intesa come un semplice vincolo normativo o ambientale, ma come una risorsa fondamentale per lo sviluppo civile del Paese, capace di bilanciare la libertà economica con la tutela reale dei diritti delle persone. L’obiettivo primario risiede nella generazione di una prosperità condivisa che superi le attuali disuguaglianze e contrasti la precarietà, ponendo la dignità del lavoro al centro di ogni strategia di crescita. In questa prospettiva, l’innovazione tecnologica e la transizione ecologica sono considerate leve strategiche per favorire la nascita di nuove imprese e il rafforzamento delle piccole e medie realtà radicate sul territorio, inserite in un sistema di economia circolare e verde.

La declinazione della sostenibilità, nel programma di INSIEME, si articola attraverso l’integrazione inscindibile delle dimensioni sociale, economica e ambientale. La sostenibilità sociale si manifesta nella lotta alla disoccupazione e nelle politiche attive volte a migliorare l’occupabilità delle persone, in particolare  donne e  giovani, garantendo al contempo parità di trattamento salariale e percorsi di carriera equi tra generi. Sul piano economico, il partito promuove un sistema in cui la crescita sia sostenuta da investimenti pubblici mirati alla ricerca e allo sviluppo, finalizzati a rendere la mobilità del lavoro sostenibile attraverso reti di servizi di orientamento e di supporto alle famiglie. La dimensione ambientale, invece, si concretizza nella proposta di un Fondo nazionale per la transizione energetica e nell’adozione di misure di “carbon pricing”, orientando il sistema produttivo verso l’efficienza energetica e l’uso di fonti rinnovabili per garantire una prospettiva di serenità alle generazioni future.

Un elemento cardine di questo processo di trasformazione è rappresentato dall’evoluzione dei modelli di rendicontazione e trasparenza, con particolare riferimento ai bilanci di sostenibilità e ai bilanci di materialità. INSIEME riconosce, cioè, l’importanza di strumenti quali la rendicontazione non  finanziaria e il bilancio di  sostenibilità, come mezzi fondamentali per misurare l’impatto reale dell’attività d’impresa sul bene comune e sul territorio. Specificatamente, l’adozione di standard rigorosi, inclusi i riferimenti alla normativa ETS2 e alla regolamentazione dell’economia sociale, permette di monitorare non solo le performance finanziarie, ma anche il valore generato in termini di partecipazione dei lavoratori  e delle lavoratrici, innovazione etica e responsabilità ecologica. Questo approccio alla rendicontazione non è solo un esercizio tecnico, ma riflette la volontà politica di valorizzare il ruolo sussidiario dei corpi intermedi e del Terzo settore, assicurando che lo sviluppo del Paese sia guidato da principi di giustizia contributiva e solidarietà intergenerazionale, di cui al successivo paragrafo 3.2.

        2. L’Europa tra sfide globali, radici etiche e nuove prospettive di coesione

Dalla fine degli anni ’80 fino alla crisi del 2008, l’Europa ha vissuto intensi processi di liberalizzazione e deregolamentazione, soprattutto nel settore finanziario, sebbene con intensità diverse tra i vari paesi. È fondamentale evidenziare come queste dinamiche e le logiche del neoliberismo siano state di chiara matrice americana. L’Europa si è trovata di fatto costretta a importarle, e tali processi hanno attecchito con particolare vigore negli Stati sotto la diretta influenza anglosassone, come il Regno Unito, l’Irlanda e Cipro, generando poi effetti destabilizzanti sui sistemi bancari e sui modelli di welfare di tutto il continente.

Negli anni ’90, il sistema finanziario ha conosciuto una forte crescita, favorita sia dall’espansione globale dei mercati, sia da precise azioni politiche , che ne hanno facilitato l’estensione, trasferendo progressivamente alla finanza quel potere economico che, fino ad allora, era stato detenuto dai governi e dalle multinazionali. In questo contesto, la rapida diffusione delle tecnologie informatiche e delle reti telematiche ha accelerato le transazioni, rendendole, al contempo, sempre più complesse e facilitando la diffusione mondiale dei prodotti finanziari, in particolare di quelli secondari.

Il modello bancario tradizionale è stato, così, affiancato da attività di mercato decisamente più rischiose, caratterizzate da un ruolo crescente delle operazioni speculative e dei prodotti strutturati. In molti paesi europei i profitti bancari sono aumentati sensibilmente prima del 2008, pur con differenze significative tra i sistemi nazionali. Questa espansione si è inserita in una fase di profonda ristrutturazione industriale e logistica, contrassegnata da una maggiore produzione in alcuni comparti, ma anche da una generalizzata politica di delocalizzazioni e di radicale trasformazione della base manifatturiera. Di fatto, la finanziarizzazione ha accresciuto la capacità del settore finanziario di intercettare, a proprio vantaggio , una quota crescente del valore aggiunto prodotto, grazie al peso dei profitti finanziari e all’elevata interconnessione degli operatori economici con gli attori del mercato dei capitali.

Sebbene il reddito pro capite sia aumentato negli anni ’90 e nei primi anni 2000, tale crescita è avvenuta a ritmi inferiori rispetto a quelli del dopoguerra, manifestando forti discrepanze tra paesi e gruppi sociali. La narrazione di uno sviluppo continuo ha alimentato valutazioni eccessivamente ottimistiche circa una ricaduta automatica dei benefici su tutta la popolazione. In realtà, la quota dei redditi da capitale è cresciuta più rapidamente di quella da lavoro, concentrando i vantaggi nelle fasce più abbienti. Nonostante ciò, il dibattito politico rimane ancora aperto e fatica ad accettare la diretta corrispondenza tra le politiche di liberalizzazione, da un lato, e il contenimento del costo del lavoro e il conseguente aumento delle disuguaglianze, dall’altro.

Alla base, quindi, va messa una nuova concezione post-fordista del lavoratore: non più un semplice prestatore d’opera, ma un soggetto capace di compiti attivi. Si tratta di modulare, con cognizione di causa, il diritto del lavoro e lo sviluppo tecnologico, per non compromettere la dignità della persona, operazione imprescindibile dalle mere logiche della produzione e del profitto, che puntano ad una nuova proletarizzazione del lavoro.

Diversamente, gli sviluppi tecnologici, ad iniziare dalla AI, possono consentire un rinnovato slancio, così che i posti di lavoro, nella stragrande maggioranza dei livelli, diventino laboratori di ingegno e  di creatività.

In questa cornice, dopo la fine della Guerra fredda e, soprattutto, all’indomani del 2008, in vari paesi europei si è diffusa una crescente sfiducia verso le istituzioni, i partiti tradizionali e l’idea stessa di un’Europa unita. Più che la crisi di un singolo modello culturale, sono stati messi in discussione i legami storici tra etica del lavoro, crescita economica e legittimazione democratica. Le difficoltà finanziarie, le tensioni sociali e i mutamenti geopolitici, successivi al 2008, impongono oggi alle istituzioni europee di ridefinire l’equilibrio tra integrazione dei mercati, coesione sociale e legittimazione democratica, correggendo una distribuzione dei benefici profondamente diseguale.

Per ritrovare la propria anima e le radici culturali che hanno contribuito alla crescita dell’umanità, l’Europa deve, innanzitutto, riconoscere certi errori del passato, come il colonialismo, per evitare di ripeterli in forme moderne ( si veda  la globalizzazione selvaggia ). Il lavoro deve tornare a essere considerato il fattore fondamentale per l’esistenza delle comunità, le quali sono oggi chiamate, più che mai, al rispetto del creato e alla transizione ecologica. Questo profondo legame con il territorio e con l’ambiente si radica nel substrato cristiano tradizionale, basato sulla sobrietà e sulla destinazione universale dei beni. Si tratta di concetti che, per secoli, hanno orientato la visione europea verso la solidarietà, il welfare e l’equità fiscale, e che, oggi, richiedono un’urgente attualizzazione e declinazione pratica.

Il valore della sobrietà ci ricorda che, indipendentemente dal guadagno, ogni individuo consuma risorse che rappresentano un gravame sul creato e sulle comunità. Di conseguenza, non ha senso etico che la ricchezza individuale si traduca in consumi individuali stratosferici e in ostentazione dell’ego; la cultura generale dovrebbe, invece, orientarsi verso uno stile di vita sostenibile. Al contempo, il principio della destinazione universale dei beni legittima la proprietà privata solo se essa è finalizzata al bene comune e all’eticità degli impieghi. Gli investimenti devono, quindi, essere orientati verso finalità virtuose, sia nel settore privato — attraverso lo sviluppo di tecnologie pulite, l’uso razionale delle risorse e l’economia circolare — sia nel settore pubblico, finanziando infrastrutture sociali, servizi e il supporto ai più fragili.

I cambiamenti nella divisione internazionale della produzione e la competizione globale hanno evidenziato la vulnerabilità strutturale di politiche industriali spesso frammentate e vincolate dalle politiche elettorali dei vari governi. Per colmare, quindi, i ritardi e ridare competitività al sistema europeo, si rende necessaria una strategia coordinata che parta dall’istituzione di una politica della ricerca comune, volta a creare una rete integrata di centri di ricerca e sviluppo, affiancata da un centro europeo di alta formazione per le tecnologie digitali in grado di azzerare le dipendenze strategiche. Questo cammino viene rafforzato da un’approvazione di una Costituzione Europea, che sancisca la centralità del lavoro, l’orientamento alla pace, il rispetto del creato e la destinazione universale dei beni.

Il mercato dei capitali deve essere guidato verso impieghi etici, avviando una gestione comune del debito e vietando il drenaggio di risorse nei paradisi fiscali. A questo fine, l’armonizzazione dei sistemi fiscali e legislativi deve passare da un testo unico sull’Iva europea e da un testo unico del diritto societario, mentre il sistema educativo va unificato partendo da una scuola di base identica per tutti i paesi dai 6 ai 13 anni. Parallelamente, è prioritario rafforzare il pilastro dell’economia sociale, proseguendo sulla strada dell’Action Plan europeo e di quelli nazionali, estendendo , al contempo, gli accordi di libero scambio con paesi terzi e attuando politiche industriali e visioni energetiche davvero condivise tra i paesi produttori e consumatori.

All’interno di questa nuova strategia industriale, i temi della sostenibilità e dell’occupazione femminile non sono semplici obblighi morali, ma pilastri fondamentali per la resilienza economica. Una vera transizione ecologica non può realizzarsi senza un modello di sviluppo che premi le aziende capaci di gestire l’impatto ambientale e di rigenerare le risorse. La sostenibilità diventa, così, il criterio guida per l’accesso ai capitali e ai finanziamenti pubblici, spingendo il tessuto produttivo verso l’innovazione verde.

Allo stesso modo, la piena inclusione e la valorizzazione del lavoro femminile rappresentano la chiave per sbloccare il potenziale economico inespresso del continente e contrastare il declino demografico. Incrementare i tassi di occupazione femminile, garantire la parità salariale e azzerare il divario di genere nelle carriere scientifiche e tecnologiche (STEaM) sono obiettivi non più rimandabili. Questo richiede investimenti strutturali nei servizi di welfare a supporto delle famiglie, per favorire una reale armonizzazione tra vita professionale e privata, e per far sì che la parità di genere diventi un fattore strutturale di crescita e di equità sociale, capace di legittimare nuovamente il modello democratico europeo agli occhi delle future generazioni. (Segue)