INSIEME e lo sviluppo sostenibile (3)

Quella che segue è la terza parte del Documento elaborato da un gruppo di studio di INSIEME – coordinato da Roberto Pertile – sullo Sviluppo sostenibile. Per la prima parte CLICCA QUI, per la seconda CLICCA QUI

 

Due sfide globali:

3.1 Intelligenza artificiale generativa e algoretica

L’accelerato sviluppo in ambito tecno-scientifico dei sistemi di Intelligenza Artificiale (IA) va sollevando un insieme di inquietanti interrogativi circa le implicazioni sui fronti culturale, etico e sociale. Ciò è particolarmente il caso quando ci si riferisce all’IA generativa, a questa nuova branca dell’IA capace di generare (si badi: non di creare) nuovi contenuti multimediali (testo, video, audio) in risposta a suggerimenti umani (i cosiddetti promts) sulla base di addestramenti  ad hoc estratti da miliardi di dati (big data). Tali sviluppi stanno determinando cambiamenti profondi nella sfera giuridica, socio-economica, culturale dei nostri paesi, impensabili fino a qualche anno fa. Poiché nella definizione di intelligenza si implica il concetto di “coscienza” e quindi di “umano”, il fatto che le tecnologie in evoluzione possano avvicinarsi a dare la percezione di una “coscienza” a macchine basate su algoritmi  – la cosiddetta coscienza artificiale – è un tema piuttosto inquietante. Al di là di questioni etiche, come la definizione stessa di cosa riteniamo essere la “vita”, la possibilità di un nuovo materialismo che intenda far credere che l’essenza della vita umana è solo una serie di algoritmi sembra un’eventualità non troppo remota che porrebbe in discussione la centralità dell’uomo, con quel che ne conseguirebbe. Di qui l’urgenza di giungere a definire una specifica algoretica, come papa Francesco ha sottolineato con forza al recente Summit del G7.

Sorge spontanea la domanda: in quale senso la regolazione della IA, intesa in  senso tradizionale,  non è sufficiente? La ragione è che una realtà in rapido mutamento non è catturabile da norme per l’approvazione delle quali occorrono tempi medio-lunghi. Sono dunque necessarie norme flessibili e prontamente adattabili alle evoluzioni in corso e soprattutto è urgente dare vita ad un organismo indipendente in grado di assicurare il rispetto delle regole. Solo così si può scongiurare il rischio del “dominio tecnopolare”. L’Artificial Intelligence Act (AIA) approvato in sede UE all’inizio dell’anno recepisce tale indicazione di metodo, quando affida alla politica il compito di estrarre dai valori guida da tutti condivisi (privacy, dignità umana, responsabilità, trasparenza, assenza di discriminazioni, controllo umano significativo), le regole specifiche da far rispettare, regole elaborate sulla base del principio del male che si vuole evitare. Come noto, l’uomo riconosce con più facilità ciò che lo ferisce e lo umilia, mentre è più in difficoltà quando deve decidere su  ciò che lo realizza. E’ in ciò l’essenza dell’approccio della gestione del rischio, un approccio che mira a scongiurare i mali emergenti. (L’AIA individua quattro livelli di rischio associati all’IA, a ciascuno dei quali corrisponde un insieme diversificato di restrizioni e di controlli).

In parallelo con l’evoluzione delle nuove tecnologie convergenti, ha preso campo, a partire dagli anni Novanta, quella corrente di pensiero  filosofico nota come transumanesimo, ormai divenuta una vera ideologia sostenuta dai giganti dell’high tech della Sylicon Valley, dove ha sede il più grande centro di ricerca trasnumanista presso la University of Singularity, fondata nel 2007 e presieduta da Ray Kurzweil. Ha scritto Max More nel Manifesto del 2003: “Noi mettiamo in questione il carattere inevitabile della vecchiaia e della morte, cerchiamo di migliorare progressivamente le nostre capacità intellettuali e fisiche, sviluppandole anche sul piano emozionale. Vediamo l’umanità come una fase di transizione nello sviluppo evolutivo”.  (L’umanità è dunque solo una fase di passaggio!). Gli fa eco Nick Bostrom, filosofo di Oxford, quando scrive: “Usciremo dall’infanzia dell’umanità per entrare nell’era postumana. La medicina non è chiamata solo a riparare, a ripristinare l’equilibrio, ma è chiamata a rispondere ad un modello superiore di umano”. (Better than human, Oxford University Press, 2011 – il titolo rivelatore del libro significa “meglio che umani”!).

Con l’ideologia transumanista, che va riscuotendo tanto successo soprattutto negli ambienti anglosassoni, siamo di fronte ad una nuova tecnoreligione fondata sul dogma che la tecnologia sia onnipotente e che la capacità di  scegliere tra il bene dal male non derivi da una scelta morale in una visione trascendente, ma dipende dalle illimitate conoscenze acquisibili grazie all’algoritmo, il quale diviene così l’espressione di un nuovo gnosticismo. Non v’è bisogno di spendere parole per capire perché il transumanesimo stia seriamente inquietando le religioni. (Si veda, T. Tosolini, A nostra immagine, EMI, 2022) – eccetto il mormonismo che ingenuamente ritiene che le Scritture invitino l’uomo ad andare oltre se stesso e a trascendere la limitazione del corpo. (Cfr. il Mormon Transhumanist Association). Si comprende allora perché papa Francesco, e tanti altri con lui, insista così tanto sulla urgenza di rivitalizzare il progetto neo-umanista, erede della grande tradizione rinascimentale, dotandolo delle risorse necessarie alla sua diffusione ed espansione.

Un elemento  di non poco conto che contraddistingue la transizione  in atto è la tendenza  endemica e sistemica alla oligopolizzazione dei mercati. E’ questo un problema serio per il capitalismo, perché l’economia di mercato capitalistica ha bisogno, per ben funzionare, della competizione, come già J. Schumpeter insegnava nel secolo scorso. Un solo esempio: le cinque corporation del gruppo GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) controllano circa il 90% del mercato delle nuove tecnologie del mondo occidentale. Non solo. Un fenomeno piuttosto recente è la scoperta del fatto che il costo ambientale dell’IA generativa sta aumentando in modo impressionante, ma quasi mai si rendono di dominio pubblico questi costi. I grandi sistemi di IA potrebbero presto richiedere tanta energia quanta ne richiedono intere nazioni. Lo stesso dicasi per l’enorme quantità di acqua dolce necessaria per raffreddare i processori. E’ agevole comprendere le conseguenze di tutto ciò sul fronte dello sviluppo sostenibile.

In conclusione, quanto occorre fare è tornare a pensare la Tecnica e non solo continuare ad occuparsi della Tecnologia e dei suoi successi. Uno dei guasti più seri che l’egemonia culturale utilitaristica ha creato  nelle nostre società è proprio questo: che non c’è bisogno di pensare, l’importante è fare, per ottenere risultati utili. Ma come si fa ad agire se l’azione non è preceduta dal pensiero? Si prenda nota del seguente parallelo: come tanti secoli fa venne introdotto nell’ordinamento giuridico l’Habeas corpus, occorre oggi battersi per affermare l’Habeas mentem. Si tratta di introdurre nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo l’Habeas mentem,  un diritto volto a tutelare la libertà di pensiero della persona umana dalle manipolazioni che il progresso in atto sta attuando. Prendersi cura della mente, è oggi un compito irrinunciabile per chi ha a cuore il principio di libertà  e quello di democrazia. Perché – mai lo si dimentichi – non si vive di sola efficienza.

3.2 Oltre la giustizia distributiva, la giustizia contributiva

Sono ormai alcuni decenni che le diseguaglianze a livello globale vanno aumentando considerevolmente, sfatando le previsioni che con l’aumento del reddito esse sarebbero diminuite, perché la tassazione progressiva avrebbe permesso agli Stati di sostenere un welfare state capace di assicurare i servizi di base a tutti (sanità, educazione, assistenza sociale, cura del territorio) e di affrontare le emergenze.  In realtà, per un certo periodo dopo la II guerra mondiale fino al decennio 1980, quella che è nota come “giustizia distributiva” era parsa funzionare, anche se in maniera più o meno soddisfacente nei diversi paesi, con punte di eccellenza in alcuni paesi europei. Ma dagli anni 1980 in poi il welfare state è andato sempre più in affanno, perché alcune condizioni che lo rendevano sostenibile sono cambiate. L’innesco di questo processo è stato dato dall’aumento considerevole dei costi dei servizi finanziati dallo Stato, che si è scontrato con l’indisponibilità dei cittadini a vedersi aumentare la pressione tributaria. Anzi, è insorto negli Stati Uniti un movimento di pensiero economico contrario ad affidare ruoli allo Stato – il cosiddetto neoliberismo – che ha portato ad abbassare le tasse, per lasciare più capitali in mano ai privati, ritenuti più capaci ed efficienti nell’investirli. È così che le tecnologie che si sono via via sviluppate con tali investimenti fatti da privati con idee innovative hanno dato nelle mani di pochi investitori ricchezze e potere mai visti in precedenza, producendo quella globalizzazione e quella finanziarizzazione che hanno scollegato lo sviluppo dai territori. Da qui il crescere delle diseguaglianze che hanno messo in crisi la “giustizia distributiva” e stanno riducendo i cittadini a meri “consumatori” di beni e servizi decisi e prodotti dai pochi che hanno in mano le fila dell’economia. Il welfare state è oggi ridotto a rincorrere l’emergenza di nuove povertà, mettendo delle pezze ad un sistema che si sta sempre più polarizzando, per la carenza di responsabilità sociale dei grandi ricchi.

A questo punto, mentre occorre certo continuare ad esercitare solidarietà e misericordia nei confronti dei troppi che sono vittime di questo sistema mal funzionante, occorre ricercare i modi per cambiare le “strutture di peccato” (Sollecitudo Rei Socialis, 1987) che provocano la situazione attuale. Da questa consapevolezza emerge il senso di questa proposta di mettere a fuoco il tema del passaggio dalla mera “giustizia distributiva” alla “giustizia contributiva”.  La prima formulazione moderna dell’idea di “giustizia contributiva” si trova nella lettera pastorale che la conferenza episcopale americana scrisse nel 1986 dal titolo “Economic Justice for all”. In essa si definiva la “giustizia contributiva” come quella forma di giustizia che implica il diritto e il dovere di tutti coloro che sono in grado di “contribuire a creare i beni, i servizi e gli altri valori non materiali e spirituali necessari per il benessere dell’intera comunità”. La lettera sottolineava poi che uno dei principali strumenti per realizzare la giustizia contributiva è il lavoro adeguatamente remunerato, oggi in grande scarsità a causa “delle condizioni istituzionali che distribuiscono potere e ricchezza in modo iniquo”. Questa recente formulazione  di “giustizia contributiva” ha le sue radici nella tradizione cattolica, che risale a San Basilio di Cesarea (Sul buon uso della ricchezza, 370), a San Benedetto con i suoi monasteri produttivi, a San Francesco, che sosteneva che tutti devono lavorare, e giù fino ai tanti santi citati nella esortazione apostolica Dilexit te, che hanno fondato ordini religiosi attivi in vari campi, e alla Dottrina Sociale della Chiesa, che da Leone XIII a Leone XIV ha sempre sottolineato un approccio pro-attivo del cristiano per cambiare le istituzioni economiche che governano la società. L’ultimo paragrafo della citata Dilexi te dedicata ai poveri recita inequivocabilmente: Sia attraverso il vostro lavoro, sia attraverso il vostro impegno per cambiare le strutture sociali ingiuste, sia attraverso quel gesto di aiuto semplice, molto personale e ravvicinato, sarà possibile per quel povero sentire che le parole di Gesù sono per lui: “Io ti ho amato”.

L’insistenza sul lavoro da parte di tutti coloro che hanno sostenuto una giustizia contributiva è data dal fatto che il lavoro non produce solo un reddito che permette alle persone di non gravare su altri per il proprio mantenimento, ma dal fatto che attraverso il lavoro ciascuno esprime la propria appartenenza ad una comunità al cui benessere contribuisce, conquistando stima e rispetto. Il lavoro non è una merce da scambiare sul mercato (Leone XIII), ma l’espressione del nostro legame strutturale con gli altri, il modo per riconoscerci parte di una comunità che ci ha generato e a cui dobbiamo contribuire. Impegnarsi oggi con il progetto della giustizia contributiva significa dunque il passaggio dal modello bipolare di ordine sociale, fondato su Stato e Mercato, al modello tripolare, fondato sulla triade Stato, Mercato, Comunità e quindi dare ali al principio di sussidiarietà, che – come noto – è uno dei quattro pilastri della DSC.