In Ucraina rotta la storia europea – di Maurizio Cotta
L’attacco russo all’Ucraina del 24 febbraio 2022 ha segnato una rottura fondamentale della storia europea. Se non erano mancati episodi bellici come le repressioni sovietiche delle trasformazioni democratiche dell’Ungheria (1956) e della Cecoslovacchia (1968) e le guerre interetniche legate alla dissoluzione della Jugoslavia (1992-95 e 1998), gli assetti fondamentali del continente non erano stati messi in discussione e avevano assicurato condizioni complessive di pace per quasi ottanta anni. L’attacco russo del 2022, vero e proprio game changer, ha messo invece bruscamente in discussione i rapporti tra la Russia e il resto del continente e aperto drammaticamente la questione della sicurezza europea. In queste brevi pagine evidenzierò alcuni aspetti centrali di questo salto della storia europea le cui conseguenze sono destinate a durare nel tempo.
Dalla guerra lampo alla guerra di attrito. Dai carri armati ai droni
Il 21 Febbraio 2022 Putin annunciava il riconoscimento delle due repubbliche separatiste (dall’Ucraina) del Donetsk e del Luhansk (1) e firmava un trattato di mutua assistenza con esse. A settembre dello stesso anno sarebbero state entrambe incorporate nella Federazione russa. Il 24 febbraio 2022 le truppe della Russia davano l’assalto da molteplici direzioni all’Ucraina, un paese europeo indipendente e sovrano, in violazione palese del diritto internazionale.
L’attacco da nord verso la capitale Kiev e due tra le principali città del paese – Karchiv e Chernihiv – da est per espandere il controllo del Donbass, e da sud nelle regioni di Zaporigia e Cherson per stabilire una connessione territoriale tra la Crimea e le repubbliche separatiste e per tagliare fuori l’Ucraina dai porti sul Mar Nero di Mykolaiv
e di Odessa, rivelava con chiarezza gli obiettivi dell’azione militare. Non si trattava di una operazione limitata di difesa delle repubbliche separatiste ma di un vasto e articolato tentativo di decapitare l’autorità politica dell’Ucraina (“demilitarizzare” e “denazificare” nel linguaggio della propaganda putiniana), smembrare il paese e riportarlo manu militari in uno stato di vassallaggio sotto il controllo della Russia. Nelle aspettative di Putin e dei suoi più stretti consiglieri l’azione doveva portare in pochi giorni alla capitolazione dell’Ucraina.
Come succede a molti dittatori, male informati sulla realtà sia del proprio paese e delle sue capacità che dei paesi verso i quali rivolgono le loro mire, alla prova dei fatti il disegno di Putin si rivelava fallimentare. La guerra lampo si impantanava per la resistenza eroica delle forze armate ucraine e del paese che si rivelava molto più compatto di quello che la leadership russa pensava. Contro le farneticazioni pseudo-storiche degli ideologi di Putin l’Ucraina esiste e non vuole ritornare nell’impero russo! Nel giro di poco tempo la Russia doveva rinunciare alla conquista di Kiev, di Kharkiv, Mykolaiv e Odessa.
La guerra cambiava natura e si sarebbe trasformata in una logorante guerra di posizione con pochi significativi cambiamenti di fronte. La resistenza dell’Ucraina veniva progressivamente rafforzata dagli aiuti militari e finanziari degli Stati Uniti e dell’Europa. Nel giro di questi quattro anni la tecnica militare è cambiata con enorme rapidità: i carri armati hanno lasciato sempre più il passo ai droni e all’intelligenza artificiale consentendo alle forze armate ucraine un più equilibrato rapporto con l’esercito russo. Nonostante l’enorme dispendio di mezzi e di uomini la Russia di Putin non è riuscita a venire a capo di un paese decisamente più piccolo e meno potente. Anche le ultime offensive russe sui fronti Est e Sud hanno prodotto guadagni minimali e le controffensive ucraine sembrano ottenere
risultati non trascurabili. Per bilanciare i limitati successi sul fronte la Russia ha sempre più esteso gli indiscriminati attacchi aerei sulle infrastrutture civili e la popolazione all’interno dell’Ucraina per piegarne la resistenza.
La guerra è ora in stallo, in attesa che cambi qualcosa, più probabilmente nei retroterra politici, economici e sociali del conflitto che sul fronte. La trasformazione della guerra in un conflitto di lunga durata ha moltiplicato
drammaticamente vittime e danni materiali. Qualche cifra ne rende conto. Ricordo che si tratta di stime complesse da stabilire e probabilmente da rivedere al rialzo, ma che danno comunque un segno della grandezza della distruzione arrecata su entrambi i fronti.
Vittime militari Ucraina: 600.000 di cui 140.000 morti
Vittime civili Ucraina: 15.000 morti e 40.000 feriti
Vittime militari Russia: 1.400.000 di cui 400.000 morti
Vittime civili Russia: 1000 morti, feriti ….?
Rifugiati ucraini: 7.8 milioni (a novembre 2022); a maggio 2025 risultavano 1.2 milioni in Germania, 1 milione in Polonia, 370 mila in Cechia, ecc. (il numero dei rifugiati in Russia non è accertato).
Distruzioni materiali in Ucraina: ca. 170 miliardi di dollari (a dicembre 2024) di cui il 35% per abitazioni, il 23% per infrastrutture e il 9% per il settore energetico. Ca. 1 miliardo di tonnellate di detriti.
Le quattro “premesse” dell’attacco russo
Per capire meglio come si è determinata la scelta di Putin (occorre sempre sottolineare che si è trattato di una scelta altamente personale) dell’aggressione all’Ucraina si devono considerare, al di là delle formulazioni propagandistiche, quattro importanti fattori che stanno alla sua base: 1. La ricostruzione in corso del potere assoluto in Russia e della sua potenza imperiale; 2. Il crescente disinteresse degli USA, “suonati” dalla disastrosa uscita dall’Afghanistan, per l’Europa; 3. La fragile realtà dell’Ucraina indipendente; 4. L’Unione Europea senza una politica estera e di sicurezza.
Questi quattro elementi, molto più che i temi delle provocazioni della Nato o dei problemi di rispetto delle minoranze russofone in Ucraina che la propaganda del Cremlino usa sistematicamente per giustificare la sua aggressione (e la sua pervicace continuazione), concorrono a spiegare il grande (e credo oggi possiamo dire fallimentare) azzardo di Putin nel 2022.
1. La ricostruzione in corso del potere assoluto in Russia e della sua potenza imperiale”
Quanto al primo e fondamentale punto conviene ricordare lo stretto e bidirezionale legame di lungo periodo tra potere assoluto e dinamica imperiale russa. Il potere assoluto degli zar di Mosca è stato la condizione per l’enorme espansione che dal sec. XVI al XVIII porterà alla creazione del più grande impero territorialmente contiguo del mondo. La crisi del potere assoluto zarista a cavallo della prima guerra mondiale porta a un primo disfacimento dell’impero e alla emancipazione di molte delle sue parti (dalla Polonia, ai paesi baltici, e anche brevemente all’Ucraina).
La ricostruzione del potere assoluto di Mosca con il bolscevismo leniniano e poi staliniano consente di “riacchiappare” i pezzi perduti dell’impero e sottoporli a russificazione (nel caso dell’Ucraina anche alla drammatica carestia dell’Holodomor prodotta dalle politiche di Stalin che avrebbe causato da 3 a 5 milioni di vittime) e poi aggiungere dopo la seconda guerra mondiale un secondo cerchio imperiale con i paesi del patto di Varsavia (dalla Germania orientale, alla Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria). L’implosione per sclerosi del potere bolscevico negli anni 1980 libererà nuovamente i paesi satelliti del Patto di Varsavia e molti pezzi dell’impero russo-sovietico (dai paesi baltici all’Ucraina ai paesi del Caucaso e dell’Asia centrale). Con Putin viene progressivamente azzerata la disordinata apertura in senso liberale e democratico della Russia e costruita la “verticale del potere” (con cambiamenti della costituzione, manipolazione delle elezioni e repressione delle opposizioni).
Le grandi manifestazioni delle opposizioni del 2011-13 e l’emergere di popolari figure come quelle di Nemtsov e Navalny (entrambi poi assassinati) mostrano che l’ascesa di Putin ha bisogno di qualche forte strumento di legittimazione per prevalere. Il nazionalismo imperialistico può esserlo. Ma sul piano della ricostruzione imperiale la Russia di Putin incontra difficoltà perché i paesi dell’Europa centrale si sono rifugiati per difendere la propria indipendenza sotto l’ombrello della Nato e per sostenere lo sviluppo economico e il consolidamento democratico hanno bussato alle porte dell’Unione Europea, mentre quelle dell’Asia centrale possono guardare anche alla
Cina. Restano la Bielorussia e soprattutto l’Ucraina. Mentre la prima è un facile ma debole vassallo, l’Ucraina è una realtà ben più rilevante ma anche complessa. Ha una forte componente indipendentista che guarda verso l’Europa (e che Mosca sottovaluta) e la sua sia pur zoppicante democrazia può costituire un “cattivo esempio” per la Russia.
Per la narrativa grande-russa di Putin e dei suoi ideologhi l’Ucraina sembra essere la leva più forte per sollecitare un sostegno popolare nazionalista. Inoltre una “riconquista” dell’Ucraina manderebbe un chiaro e diretto segnale a tutta l’Europa centrale ma anche all’Unione Europea del ritorno dell’influenza russa.
2. Il crescente disinteresse degli USA, “suonati” dalla disastrosa uscita dall’Afghanistan, per l’Europa
Da vari anni la politica estera americana ha diminuito l’attenzione al continente europeo per spostarla verso il quadrante asiatico (pivot to Asia nella formulazione di Obama). La disastrosa uscita americana dall’Afghanistan dell’estate 2021 ha reso l’amministrazione Biden particolarmente riluttante a un intervento più deciso per bloccare sul nascere la trasformazione delle imponenti esercitazioni militari russe dell’inverno 2021-2022 in una azione di guerra. Poi, con l’amministrazione Trump, il relativo disinteresse americano per le vicende europee ha avuto una accentuazione molto netta rafforzata anche da una spiccata antipatia per il modello dell’Unione Europea e da una palese indulgenza verso Putin e il suo modello di governo.
3. La fragile realtà dell’Ucraina indipendente
Per vari motivi, tra i paesi liberatisi dal giogo dell’Unione Sovietica, l’Ucraina è quello che ha avuto la vita politica più travagliata finendo per molti anni in una “zona grigia” di incertezza tra l’Europa comunitaria e la Federazione russa. Se le “lezioni storiche” sull’Ucraina che Putin e il suo entourage si dilettano a propinarci sono costruzioni propagandistiche senza fondamenti seri, è certo che la storia e la geografia del paese sono state, anche solo negli ultimi due secoli, complesse.
L’Ucraina è stata ripetutamente contesa e variamente “ritagliata” e “ricomposta” per effetto delle pressioni da Occidente (Polonia e impero austroungarico) e da Oriente (Impero russo e poi Unione Sovietica). Nel mezzo si sono manifestate spinte indipendentiste e di rivendicazione di una propria identità nazionale che quelle potenze hanno cercato di reprimere. L’ultima configurazione geografica dell’Ucraina si è definita all’interno dell’Unione Sovietica e del suo assetto pseudo-federale.
Questa Ucraina, nel referendum del primo dicembre 1991 ha votato a stragrande maggioranza per l’indipendenza (92% la media nazionale) anche nelle regioni russofone (solo in Crimea il sì ha ottenuto una maggioranza più ristretta del 54%). Negli anni dell’indipendenza la democratizzazione è stata faticosa con una crescente conflittualità e l’annullamento di varie elezioni presidenziali. Ma soprattutto la classe politica ha oscillato tra le aperture verso l’Unione Europea e il richiamo di Mosca a rientrare in qualche modo attraverso forme di alleanza economica e militare in un perimetro a guida russa. Questa oscillazione ha avuto la sua conclusione drammatica quando la scelta del presidente Janukovyc nel 2013 di cancellare l’accordo di associazione con l’UE e di accedere invece alle pressanti
domande di Mosca ha scatenato nell’inverno del 2014 la rivolta di Maidan, la caduta del Presidente e la sua fuga a Mosca, la secessione della Crimea e delle due repubbliche del Luhansk e del Donetsk attraverso una combinazione di forze indipendentiste locali e di infiltrazioni di armati russi. Da quel momento la scelta ucraina per l’Europa si è
consolidata ma ha posto il paese nel mirino di Putin. Un paese con molti elementi di debolezza si è trovato a fare i conti con uno degli eserciti più potenti del mondo.
4. L’Unione Europea senza una politica estera e di sicurezza
Mentre l’Ucraina sceglieva l’Unione Europea questa si trovava ancora senza una politica estera e di sicurezza
adeguatamente sviluppata. Certo dal 1999 era iniziato il cammino in questa direzione con la creazione dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza. Ma si era trattato di un cammino lento e dotato di mezzi molto limitati a paragone delle politiche estere degli stati membri. L’Unione restava ancora una comunità con una proiezione esterna prevalentemente economica e commerciale e politiche estere nazionali poco coordinate. La sua capacità di influire significativamente sulla scottante questione russo ucraina era nel 2022 decisamente ridotta. L’invasione russa dell’Ucraina l’avrebbe costretta con urgenza ad un difficile processo di apprendimento.
Questi quattro elementi hanno concorso a rendere possibile (e nella prospettiva di Putin auspicabile) o quantomeno a non impedire l’azzardo criminale della soggiogazione dell’Ucraina. Ma il passare del tempo ha progressivamente mutato alcuni almeno di questi elementi. L’Ucraina, in primo luogo si è rivelata molto meno fragile di quanto potesse sembrare all’origine. Viceversa il disegno imperiale di Putin ha rivelato seri limiti e la presunta forza militare soverchiante della Russia ha mostrato debolezze non previste.
Infine, l’Unione Europea ha progressivamente mostrato inedite capacità di sostegno all’Ucraina sino a progressivamente sostituire gli Stati Uniti come principale appoggio del paese.
La difficoltà della pace
Con la guerra al fronte in stato di stallo perché non si raggiunge la pace o quantomeno un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte che a prima vista potrebbe sembrare conveniente a entrambe le parti? L’Ucraina, pur con il grande sacrificio della rinuncia (a tempo più o meno indeterminato) a riconquistare i territori occupati dai russi ha
chiaramente indicato di essere disponibile a un simile accordo purché le siano date solide garanzie affinché un nuovo attacco non sia possibile.
Perché invece Putin continua a respingere un accordo e ribadisce richieste inaccettabili come la conquista al tavolo della pace di territori (del Donbass) che non è riuscito a conquistare sul terreno? Credo sia ormai chiaro che la posizione di Putin è oggi determinata da due essenziali fattori: il primo è che, a fronte del fallimento del disegno iniziale (la capitolazione dell’Ucraina e il ristabilimento di un prestigio imperiale russo) e degli enormi sacrifici imposti al suo paese, un armistizio alle condizioni attuali apparirebbe una sconfitta (con potenziali gravi conseguenze per la sopravvivenza politica di Putin stesso) e, quindi, Putin spera ancora in una non ben definita vittoria.
Il secondo e complementare fattore è la speranza che l’aiuto americano ed europeo all’Ucraina venga meno per stanchezza e la resistenza ucraina abbia un cedimento. Questa speranza è stata a più riprese alimentata dall’atteggiamento ondivago del presidente Trump.
Dopo il primo fallito azzardo della guerra lampo Putin è ora tentato dal secondo azzardo: la vittoria per esaurimento dell’avversario. La scommessa è sulla maggiore capacità di durata della Russia (del suo esercito, del suo popolo e della sua economia) e sulla minore capacità dell’Europa e dell’Ucraina di continuare a difendersi. Credo che sia un azzardo destinato di nuovo a fallire, ma questa volta potrebbe trascinare Putin nella caduta. Come è successo ad altri dittatori.
Maurizio Cotta
(1) Le due repubbliche saranno riconosciute solo dalla Corea del Nord e dalla Siria









