In mezzo al guado – di Domenico Galbiati

In mezzo al guado – di Domenico Galbiati

Che il bipolarismo sia incapace d’ accompagnare l’ Italia al di là del guado, da una stagione della storia ad un’altra, affrontando le incognite della grande trasformazione, lo dimostra anche il fatto che, quanto più si avvicina il momento del “rendez-vous” elettorale, ambedue i poli, anziché consolidare la propria struttura e presentarsi al Paese con una fisionomia chiara e distinta, sono investiti da una cruda dialettica interna all’uno ed all’altro, che sembra, addirittura, in questa fase, prevalere sulla reciproca contrapposizione. Il “nemico” non è là fuori, bensì, in primo luogo, in casa e per la sinistra e per la destra.

A sinistra cincischiano, prendono la volata lunga in ordine al programma che verrà, come se puntassero a risolverne i nodi in un furioso “sprint” finale, giocando al sorpasso sul filo di lana del traguardo, piuttosto che pianificando una comune strategia dell’ intera corsa. Intanto, sia la Schlein che Conte “ascoltano” il Paese, senonché, ad esempio, è di ieri, la dura presa di posizione dei 5 Stelle contro ogni ipotesi di ingresso dell’ Ucraina nell’Unione Europea. Un modo talmente esplicito per ribadire una distanza, fin qui talmente irriducibile dal PD da assumere il valore di una dislocazione strategica volutamente difforme, anzi espressamente divergente e, per di più carica di quelle suggestioni filo-putiniane che, non a caso – chissà come e perché – Conte condivide con Salvini.

Quando presenteranno – e dovranno pur farlo – un qualche pateracchio di posizione comune, che credibilità potrà riscuotere dagli elettori? Ed è sensato infilarsi in una eventuale prospettiva di governo in tali condizioni? Senza chiedersi quale prezzo dovrebbe pagare il Paese nel contesto europeo ed internazionale ad un tale disallineamento sul piano delle relazioni internazionali, in un momento in cui sempre più le politiche interne diventano una variabile dipendente da quelle estere?

Non vanno meglio le cose a destra, dov’è bastato l’irrompere di Vannacci per mettere in luce i limiti personali di leadership di Giorgia Meloni, oltre che strutturali e di sistema della coalizione che la sostiene in Parlamento.
In sostanza, è Vannacci a dettare il ritmo della danza, in un gioco di scavalchi a destra che si succedono l’uno all’altro. A riprova del fatto che una politica giocata sulle estreme non può conoscere limiti alla sua deriva.
La Lega che ha scavalcato Fratelli d’ Italia a destra è costretta a spingersi ancora oltre per inseguire e contenere Vannacci.

E Giorgia Meloni non trova di meglio che attaccare frontalmente l’Europa per stare in partita con i due. Dimostrando ancora una volta – messe a zero le chiacchere – di non avere una autentica e propria linea, se non quella che le viene dettata di rimbalzo – ora con Trump oppure no, ora con l’ Europa oppure no – da eventi che sono al di fuori del suo controllo.

Avrebbe potuto cogliere l’occasione per mettere all’ angolo Vannacci e dare un deciso colpo di barra al sistema in senso francamente europeista e schiettamente democratico, respingendo al mittente le provocazioni reazionarie del generale, anziché sostanzialmente tollerarle e magari poi blandirle. Ma la Meloni, almeno fin qui, dimostra di non essere capace di un simile gesto da statista Pensa alle elezioni, piuttosto che all’ interesse generale del Paese, cioè alla responsabilità di posizionare l’Italia secondo un insieme di coordinate interne ed internazionali che ne garantiscano la sicurezza.

I veri leader sono quelli che non temono di mettere in gioco la propria persona, le proprie ambizioni, le proprie prospettive pur di rendere un servizio al proprio Paese.

Domenico Galbiati