Il valore del NO – di Giuseppe Sacco
In maniera inattesa, ma assai evidente – all’immediato indomani della sconfitta del centro-destra sulla riforma delle carriere dei giudici – l’esito del Referendum ha assunto il carattere di uno evento epocale, di un passaggio storico in questo primo quarto di secolo, così male iniziato a livello non solo italiano ma internazionale.
Che il referendum, formalmente chiamato a decidere sulla separazione delle carriere dei magistrati, avesse invece via via assunto un significato molto più ampio, era infatti visibile a tutti, all’opposizione come alla maggioranza. Così come era chiaro che, dal punto di vista della destra, e fin dalle prime battute delle contrapposte campagne referendarie, esso fosse finalizzato ad un obiettivo molto più ambizioso, quello di cancellare l’applicazione, nella Costituzione del nostro paese, del principio della separazione dei poteri.
Spicca insomma una contraddizione difficile da spiegare. Quella, da un lato, tra il fatto che tutti hanno considerato un voto progressivamente diventato – nel corso della campagna referendaria – sempre meno centrato sulla questione dei giudici, e sempre più legato ad una insoddisfazione nei confronti del governo. E, dall’altro lato, i sondaggi, soprattutto quelli regolarmente pubblicati da “La Sette” sui risultati che sarebbero ottenuti dalle varie forze politiche “se si votasse oggi”. Sondaggi che hanno a lungo e regolarmente segnalato una sostanziale costanza nell’apprezzamento delle organizzazioni di destra da parte del loro elettorato.
La consultazione referendaria avrebbe dunque il carattere di una improvvisa ed estremamente importante rottura, che avrebbe portato – quasi a sorpresa – ad un risultato opposto e molto più significativo di quello che era non solo nelle intenzioni, ma anche nelle previsioni di chi ha avviato il processo di revisione costituzionale conclusosi domenica 25 marzo 2026. E che spiegherebbe allora i successivi sviluppi e soprattutto la sproporzionata reazione della Presidente del Consiglio, con un rimpasto al limite della crisi di governo, andato oltre l’ambito del Ministero della Giustizia. Come non ha mancato di rilevare la Ministra del Turismo, Santanché, di fatto costretta a dare le dimissioni, come conseguenza di una consultazione popolare su un tema lontanissimo dal suo ambito di competenza.
Ridicolizzando l’ipotesi di un ritorno dell’Italia allo squallore e alle pagliacciate patriottarde del periodo fascista, il modo in cui la Meloni ha malamente incassato la sconfitta e la vittoria del “NO” sembrano infatti aprire una porta alla speranza sul futuro. Oltre a consentire di fare piena luce su alcune responsabilità che si potevano intravedere in episodi del passato, e sugli obiettivi di coloro che, dichiarandosi per il “SI”, hanno operato – anche nella sfera dei partiti supposti essere di sinistra – contro il progresso della società italiana.
Il risultato ha perciò chiarito anche molti altri aspetti relativi alla maturità del nostro paese. E alla non-verosimiglianza dell’ipotesi che la società italiana possa regredire culturalmente e moralmente al vergognoso livello degli anni di Mussolini, e dei suoi squallidi epigoni sopravvissuti alla Resistenza, alla liberazione e al passaggio alla forma istituzionale repubblicana.
La vera lezione del referendum
La disfatta dei risibili e e patetici odierni eredi del fascismo si affianca però anche un’altra opportuna e dura lezione. Questa volta a beneficio soprattutto di coloro, nel vasto e frammentato àmbito di personalità e di gruppi tradizionalmente collocati a sinistra, e convinti che dopo l’implosione dell’esperimento sovietico fosse opportuno cambiare casacca, passando dall’allineamento con la strategia dell’Urss, non già alla costruzione di regimi di socialismo democratico bensì alla collaborazione con i suoi nemici dichiarati e più efficaci, i neo-conservatori americani.
A questi– e all’interrogativo posto a questo proposito da molti osservatori esteri – andrebbe infatti proficuamente dedicata una breve analisi della vicenda che ha travolto la Meloni in coincidenza con il Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati,
Quel che è accaduto è, che gli Italiani, di fronte all’imperativo evidente di difendere il potere giudiziario dalla minaccia di un Esecutivo fortemente predominante sugli altri poteri dello Stato, hanno votato in massa contro Meloni, ancor di quanto – non si siano espressi a favore del sacro principio dell’equilibrio dei poteri.
Il che è stato fatto nella maniera più dignitosamente possibile in quanto – trattandosi di un semplice referendum, e non di una complessa consultazione elettorale – per esprimere la propria insoddisfazione per il basso tenore produttivo, culturale, politico, ideologico ed etico che caratterizza attualmente la società italiana, bastava dire il proprio “NO”. E non era necessario votare a favore di una delle varie personalità che, dopo la tragica cosiddetta “crisi di Mani Pulite”, hanno preteso– e pretendono – di rappresentare una visione “di sinistra”. Personalità tra loro contrapposte, e per le quali, con poche eccezioni, gli Italiani, che nella loro stragrande maggioranza sono politicamente progressisti e personalmente onesti– prova insoddisfazione e talora persino una certa irritazione.
L’accorrere dell’opinione pubblica del nostro paese a difesa dei magistrati ha cosi qualitativamente ripetuto uno schema già veduto in occasione della tragedia vissuta dal popolo di Gaza. Quando, nel nostro paese, le manifestazioni propal hanno trovato tanto più entusiasti partecipanti quanto più incerte– e talora addirittura ingannevoli – apparivano le prospettive di un concreto, impegno a favore del popolo palestinese.
Il voto del 22 e 23 marzo 2026 ha, peraltro, anche chiarito qualcosa di più generale interesse. E cioè che la crisi del sistema sovietico, e l’implosione dei comunismi europei, non significavano la scomparsa, nella cultura politica nazionale, di un grande ideale – il socialismo – e di un progetto politico estremamente coraggioso. E ancor meno il tramonto di un’idea della società, che non a caso nel nuovo secolo segna, in Cina, il rinnovamento e il successo di una civiltà tra le più antiche del mondo. Una civiltà – si noti – che nei millenni, a differenza per esempio, della civiltà egizia, ha mantenuto le sue fondamentali caratteristiche. La principale delle quali è quella di volgere principalmente o forse esclusivamente lo sguardo a ciò che accade “al di sotto del cielo”, lasciando ai singoli ed ai loro sentimenti più intimi l’interrogativo e la speranza legata alla sfera ultraterrena.
L’aspetto regionale
Anche l’analisi regionale del voto offre alcune indicazioni di grande significato. Il voto all’estero – patetica invenzione di un parlamentare neofascista il cui senso politico è dimostrato dal fatto che era noto per aver aderito alla Repubblica sociale il 25 aprile 1945 – è chiaramente frutto dell’estraniamento degli italiani che si sono allontanati dal loro paese e che con esso hanno perso contatto. Mentre molto significativo è il voto a favore della media di NO”, molto al di sopra che nelle altre regioni in Sicilia e in Campania. Regioni dove, per una volta, era possibile nel segreto dell’urna, esprimere il sostegno per una giustizia forte e indipendente. Un sostegno che, per essere espresso, in quelle regioni, data la commistione che prevale tra potere politico e crimine organizzato, richiede un particolare coraggio e la capacità di assumersi rischi assai concreti.
L’evidente irrilevanza dei leader della sinistra, e del ceto politico genericamente progressista, nell’esito del referendum sull’autonomia e il potere della Giustizia – irrilevanza accentuata dal fatto che alcuni di essi non hanno esitato a cercare di preservare le loro personali carriere, schierandosi per il “SI” – ha fatto in modo che, mentre è molto facile indicare nella Meloni il nome della politicante sconfitta, non sia possibile identificare in qualcuno degli altri leader politici dell’Italia di questo nuovo secolo il nome di un principale vincitore.
Si può fare forse una sola eccezione, ma con il nome di una personalità che non solo non è mai in passato stata politicamente impegnata per un partito, o almeno non lo è stata finora, ma che non ha mai partecipato neanche alle lotte tra le correnti nel campo della magistratura limitandosi a combattere in prima persona una battaglia addirittura ferrea contro la malavita.
Potrebbe – ad esempio – essere questo il nome del procuratore di Napoli Nicola Gratteri che, tenendosi un po’ in disparte dalla campagna referendaria, ma rendendo pubblicamente chiari– con tutto il proprio comportamento personale e professionale – i veri termini dello scontro che gli Italiani erano chiamati a dirimere, è diventato un vero e proprio punto di riferimento politico e ideale per tutti quegli elettori che hanno votato “NO”.
A gran dispetto non solo di tutti i politici anti-meloniani che ora penseranno di rimettersi in corsa con promesse varie di rinnovamento, anche nei casi in cui hanno, in realtà e fino a ieri, incarnato il passato, con le loro rivalità o peggio ancora con le compromissioni con il campo avverso. Ma a dispetto anche di coloro che guardavano al “SI” con una certa benevolenza, e che hanno lasciato libero il campo alle piccole furbizie e al servilismo trumpiano di Giorgia Meloni
In futuro, toccherà probabilmente a qualcuno come Gratteri incarnare simbolicamente, in un modo che non ci è ancora dato se non di appena intuire, un’altra – e più alta – visione dell’Italia e degli Italiani. A dispetto di tutti i politici che ora penseranno di mettersi in corsa e offrire una visione del mondo che in realtà hanno fino a ieri reso poco credibile con le loro rivalità o peggio ancora con le compromissioni.
E’ per questo che la sconfitta della proposta referendaria in materia delle carriere dei giudici finisce per assumere il carattere di uno scontro epocale, di un passaggio storico in questo secolo così male iniziato. E’ per questo che il voto di fine marzo 2026 sarà probabilmente visto dagli storiografi futuri, come estremamente importante. Perché è stato il contrario di ciò che avrebbe potuto essere, ed ha invece aperto uno squarcio di luce alla speranza sul futuro.
Giuseppe Sacco









