Il sasso nello stagno – di Domenico Galbiati

Come giustamente osserva anche Giancarlo Infante nell’articolo pubblicato ieri su queste pagine, ancora tanti esploratori alla ricerca del “centro” (CLICCA QUI). Mitico “El Dorado” della politica nazionale. Il “centro”, dunque.

Se dobbiamo farlo per intenderci, cedendo alla fretta ed alla genericità del linguaggio corrente, convenzionalmente chiamiamolo pure “centro”, ma sapendo che si tratta di una denominazione fuori luogo, impropria e confusiva.
Sicuramente non è una questione lessicale. Però succede spesso che le parole ci tradiscano. Per questo se ne deve fare un uso cauto, prudente ed appropriato. Del resto, ve ne sono talune che sono francamente esauste, consumate dall’ uso e dall’ abuso ricorrente di cui, a tempo e fuori tempo, sono state fatte oggetto. Parole che sono state l’architrave di una fase storica, eppure, traslate in altro contesto temporale, perdono per intero il loro vigore. Anzi, avvizziscono e nelle rughe che ne solcano l’anima nascondono significati equivoci. Andrebbero espunte dal nostro linguaggio corrente e sostituite con altri termini che però, per forza di cose, non si inventano dalla sera alla mattina, ma nascono dal vivo dell’esperienza popolare e democratica di un popolo.

Per quanto ci riguarda, fin dalle nostre prime origini che risalgono a poco meno di dieci anni or sono, andiamo sostenendo che non si dovrebbe più parlare né di “centro” né di “moderati”, né di “riformismo”, ma piuttosto, di “trasformazione”. Come sostiene anche Infante, ricorrendo ad uno dei “topos” essenziali e fondativi della proposta politica di INSIEME.

Anzitutto, per affrontare le sfide del nostro tempo, dobbiamo avere viva, senza pretendere di ammansirla, l’avvertenza del “salto epocale” che stiamo affrontando.

Se evochiamo il “centro” – per quanto non lo intendiamo in termini geometrici – inevitabilmente alludiamo a qualcosa che, interponendosi tra i due corni del dilemma maggioritario, in ogni caso – pur senza concedere nulla ad una presunta equidistanza – si adatta o si arrende ad un sistema politico-istituzionale decotto. In qualche modo, si lascia omologare e concorre ad inchiodare il Paese, una volta per tutte, ad un bipolarismo nefasto. In qualche modo, sia pure nominalmente, tale “centro”, in quanto per essere tale deve necessariamente presupporre le altre due posizioni ai suoi lati, riconosce il sistema e, sia pure “obtorto collo”, finisce per legittimarlo.

Abbiamo, invece, bisogno di una forza che si accampi fuori dal perimetro del duopolio e rivendichi la propria autonomia in termini di schieramento, ma anche – ed, anzi di più – in quanto a contenuti forti e veri di un’ azione politica coraggiosa. Una forza, per dirne in fretta due caratteri necessari ad identificarla, di carattere non intellettualistico, né elitario, ma popolare.

In secondo luogo, di stampo “personalista”, che vada oltre la polarizzazione ideologica tra “individualismo” e “collettivismo” che tuttora persiste, almeno nella memoria storica del nostro sistema e tuttora produce effetti. Dobbiamo, detto altrimenti, costruire, con chi ci sta, un “patto federativo popolare”, secondo questa declinazione popolare e personalista che, del tutto evidentemente, lo riconduce nel solco della grande cultura politica cattolico-democratica. Patrimonio del Paese, non dei soli credenti. Una forza che coltivi contenuti forti, perfino audaci, diretti ad aprire una nuova avventura, attenta alla verità della politica e non solo alle opportunità del potere.

Contenuti forti ed autentici, dettati dal momento storico ed orientati alle sfide che ci assediano. Contenuti che siano sassi da gettare nello stagno di una morta gora, grigia e stanca, da una parte e dall’altra dell’attuale schieramento politico.

Domenico Galbiati