C’è un’espressione antica che attraversa la storia cinese come un fiume sotterraneo: Zhōngguó, “Paese di Mezzo”, tradotto spesso in Occidente come “Regno di Mezzo”. Non è soltanto un nome geografico. È una visione del mondo. Per oltre duemila anni la civiltà cinese si è percepita non come una nazione fra le altre, ma come il centro naturale dell’ordine umano, culturale e politico dell’Asia.
Comprendere la Cina di Xi Jinping significa partire da qui: dall’idea che la lunga parentesi della supremazia occidentale sia stata un’anomalia storica e che il XXI secolo debba segnare il ritorno della Cina alla sua posizione originaria. Non semplicemente una grande potenza, ma il fulcro di un nuovo equilibrio globale.
Per molto tempo l’Occidente ha interpretato l’ascesa cinese esclusivamente attraverso categorie economiche: export, manifattura, tecnologia, commercio. Ma la Cina contemporanea non è soltanto un gigante industriale. È un progetto storico e identitario. Xi Jinping lo ha compreso meglio di chiunque altro nella leadership post-maoista facendone sapiente uso per collegare idealmente la Cina di oggi col suo grande passato.
Da quando è salito al potere nel 2012, Xi ha progressivamente trasformato il Partito comunista cinese da macchina amministrativa dello sviluppo a strumento di rinascita nazionale. La parola chiave del suo pensiero politico è infatti “ringiovanimento”: il “grande ringiovanimento della nazione cinese”. Un concetto che implica una promessa implicita: riportare la Cina al posto che le spetta nella storia.
Per comprendere questa ambizione bisogna ricordare il trauma che ancora struttura la memoria politica cinese: il cosiddetto “secolo delle umiliazioni”. Dalle guerre dell’oppio dell’Ottocento fino all’invasione giapponese, la Cina subì sconfitte militari, occupazioni straniere, concessioni coloniali e frammentazione interna. Per Pechino quel periodo rappresenta la prova di ciò che accade quando il “Regno di Mezzo” perde la propria centralità.
Xi Jinping utilizza costantemente questa memoria storica. Non in chiave nostalgica, ma come legittimazione politica. L’ascesa della Cina viene presentata come una restaurazione dell’ordine naturale delle cose dopo una lunga fase di subordinazione all’Occidente. Ed è qui che l’antica idea del “Regno di Mezzo” torna sorprendentemente attuale.
Nella tradizione imperiale cinese, il mondo non era concepito come un sistema di Stati sovrani formalmente uguali, secondo la concezione nata in Europa dopo la pace di Westfalia. Era invece immaginato come una struttura gerarchica centrata sulla Cina. Attorno all’impero ruotavano regni tributari che riconoscevano la superiorità culturale e politica dell’imperatore cinese.
Naturalmente la Cina contemporanea non vuole restaurare letteralmente l’impero tributario. Ma alcuni tratti di quella mentalità sembrano riemergere nella strategia globale di Xi: l’idea che la stabilità mondiale richieda un centro ordinatore; che l’Occidente non abbia il monopolio dei valori universali; che la modernità possa avere una forma non liberale e non occidentale. Per questo Pechino parla sempre meno di integrazione nell’ordine internazionale esistente e sempre più di costruzione di un “nuovo ordine mondiale multipolare”.
La Belt and Road Initiative — la Nuova Via della Seta — rappresenta forse l’esempio più evidente di questa visione. Presentata ufficialmente come un gigantesco progetto infrastrutturale globale, essa è in realtà molto più di una rete commerciale: è un’architettura geopolitica destinata a riorganizzare flussi economici, dipendenze finanziarie e alleanze strategiche attorno alla Cina. Porti, ferrovie, autostrade, reti energetiche e telecomunicazioni non sono solo strumenti economici: sono linee di influenza.
In Africa, in Asia centrale, in America Latina e nel Medio Oriente, Pechino propone ai governi un modello alternativo a quello occidentale: sviluppo senza democratizzazione obbligatoria, cooperazione senza interferenze sui diritti umani, investimenti senza condizionamenti politici espliciti.
Molti Paesi del Sud globale vedono in questa proposta una possibilità di emancipazione dalla tradizionale egemonia americana ed europea. La Cina si presenta come partner pragmatico, non come missionario ideologico. Ma sarebbe ingenuo interpretare questa strategia come puramente economica. Xi Jinping sa che il potere del XXI secolo non si misurerà soltanto con le armi, ma con la capacità di costruire reti di dipendenza tecnologica, commerciale e infrastrutturale. È un potere più silenzioso, ma potenzialmente più duraturo.
Anche il linguaggio diplomatico cinese riflette questa ambizione. Pechino insiste spesso su concetti come “comunità dal destino condiviso per l’umanità”, espressione che a prima vista appare conciliatoria ma che sottintende una critica all’ordine liberale guidato dagli Stati Uniti.
Per la leadership cinese, infatti, il mondo unipolare nato dopo la Guerra Fredda è in declino. Le guerre americane in Medio Oriente, le crisi finanziarie occidentali, le polarizzazioni interne delle democrazie liberali e il crescente disordine globale vengono interpretati come segnali dell’esaurimento della leadership occidentale. Xi Jinping propone allora la Cina come potenza della stabilità.
Una stabilità però fondata su principi molto diversi da quelli europei o americani: priorità dell’ordine sulla libertà individuale, centralità dello Stato, controllo politico sull’economia strategica, sovranità assoluta contro ogni interferenza esterna.
Taiwan, in questo quadro, assume un valore quasi simbolico. Per Xi la riunificazione non è soltanto una questione territoriale: è il completamento storico del ritorno cinese. Finché Taiwan resta fuori dal controllo di Pechino, il “ringiovanimento nazionale” rimane incompiuto. Ed è qui che il ritorno del “Regno di Mezzo” entra inevitabilmente in collisione con gli Stati Uniti.
Washington continua infatti a concepire il sistema internazionale come un ordine fondato su alleanze americane, libertà di navigazione e supremazia strategica occidentale nel Pacifico. Pechino, al contrario, considera sempre più insostenibile una presenza militare americana permanente ai confini della propria sfera d’influenza.
Il rischio è che il XXI secolo venga segnato proprio da questo scontro di visioni: non soltanto una competizione economica o militare, ma un conflitto fra due idee diverse di ordine mondiale. Da una parte l’universalismo occidentale nato dopo il 1945. Dall’altra il ritorno di una civiltà che non vuole più essere periferia della storia, ma nuovamente il suo centro.
Forse è questo il significato più profondo della Cina di Xi Jinping: non la semplice ascesa di una potenza, ma il ritorno di una memoria imperiale che il mondo aveva creduto dissolta nella modernità globale.
Il “Regno di Mezzo”, in fondo, non è mai davvero scomparso. Ha soltanto aspettato il proprio momento per riemergere.
Edoardo Almagià