Il ritorno alle Crociate
Il Segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha dichiarato che la campagna contro Teheran non era soltanto “una missione militare”, ma “una guerra per la verità e la luce di Dio contro le tenebre dell’odio”.
Secondo lui “gli aerei americani stanno portando la giustizia divina sopra i cieli dell’Iran” e che “quelli che combattono dalla parte dell’America combattono dalla parte del Signore”.
Enorme lo scalpore per affermazioni del genere che, se hanno trovato il consenso di una parte delle organizzazioni religiosi, sono state fortemente criticate da molti settori delle chiese protestanti e dai cattolici.
La frase che ha provocato maggiore indignazione è stata questa: “Cristo non è venuto per predicare la pace. È venuto per brandire la spada contro gli empi”. Inoltre il Segretario alla Guerra ha invitato i soldati a “non temere chi uccide il corpo, ma chi può distruggere l’anima”, rovesciando in chiave militare un passo dei Vangeli.
The New York Times riporta la reazione contrariata da parte di diversi cappellani militari alcuni dei quali lo hanno definito “una bestemmia contro il messaggio del Vangelo”, sottolineando che il cristianesimo non può essere invocato per giustificare una campagna di bombardamenti o la morte di innocenti. Molti rappresentanti di Chiese evangeliche e cattoliche hanno parlato di “uso sacrilego del linguaggio religioso” e c’è chi ha parlato di una vera e propria crociata religiosa.
Il Presidente Trump ha lodato il suo ministro per “il coraggio morale e la fede incrollabile dei nostri soldati”. Ma successivamente, il Dipartimento della Guerra ha provato a ridimensionare le parole del Segretario definendole “un’espressione personale di fede”.
I commentatori interpellati dal Times hanno insistito sul capovolgimento teologico contenuto nel discorso. Citare il Cristo come simbolo di potenza bellica — “venuto a brandire la spada” — è stato giudicato una distorsione del Nuovo Testamento, dove la “spada” è immagine morale, non arma da guerra. Alcuni teologi hanno parlato di “idolatria dello Stato e dell’esercito”, in cui Dio è invocato come garante di potere, non di misericordia. Persino esponenti di ambienti militari credenti hanno espresso disagio per una retorica quasi da teocrazia armata che mette in imbarazzo il personale non‑cristiano delle forze armate.
Per gli analisti politici americani – fa notare il giornale di New York – Hegseth ha trasformato l’intervento sull’Iran in una predicazione populista: nella sua visione, l’America è “nazione eletta” e la guerra diventa “battaglia finale tra civiltà cristiana e barbarie islamica”. Questa impostazione accentua le spaccature nello stesso campo conservatore: una parte del mondo evangelico la considera una prova di fede, un’altra la definisce blasfema e pericolosa per la libertà religiosa.
L’intervento di Hegseth, nel contesto della guerra contro l’Iran, oltrepassa la linea tra religione e politica, trasformando la missione militare in una sorta di crociata. Per molti osservatori è un segnale spaventoso perché strumentalizza la fede per legittimare la violenza, attribuisce a Dio la distruzione di un popolo e perché stravolge il messaggio cristiano di pace, fino al punto da risultare, agli occhi di credenti e laici, profondamente blasfemo.









