Quando un ordinamento democratico è in difficoltà, è necessario, prima di ogni altra cosa, tornare alla fonte originaria della sua legittimazione.
Cioè, alla sovranità del popolo ed alla libera espressione della sua volontà politica, piuttosto che arrabattarsi attorno ad ingegnerie delle leggi elettorali che, inevitabilmente, presuppongono, del tutto arbitrariamente, un esito della consultazione che si vorrebbe, nella misura del possibile, predeterminare o favorire. Secondo l’ intendimento, da parte degli attori del sistema, infine dall’una e dall’altra parte dello schieramento politico, di blindare quest’ ultimo, tutelare e conservare impunemente la propria posizione di potere. A costo di cadere nella spirale di un quadro politico-istituzionale che si avvita su di sé, “chiuso” ed impermeabile, capace solo di dedurre teoremi dai suoi assiomi inossidabili, posti una volta per tutte ed ideologicamente asseverati, senza mai affacciarsi oltre la soglia dei suoi limiti strutturali, del tutto incapace di recepire induttivamente ciò che di nuovo perennemente sorge dall’ esperienza sul campo di un sistema “aperto”.
Senonché, oggi, per definizione, le nostre società sono, appunto, sistemi aperti che, ove vengano conculcati in questa loro essenziale postura, finiscono per accartocciarsi ed implodere su di sé. Sotto le mentite spoglie di un pensoso ed accorato servizio da rendere al Paese in nome della fatidica “governabilità”, in realtà, si cerca di manipolare la situazione. Prendendo le mosse da una mal posta, superficiale e presuntuosa sfiducia nei confronti di un corpo elettorale che si vorrebbe letteralmente “e-ducare”, cioè “condurre verso…”, trasformandolo da soggetto ad oggetto della questione. Opportunamente limato e limitato, sapientemente camuffato ed oscurato quel che basta, abbellito ed ornato da parole suadenti, vale anche qui – in una forma edulcorata che, infine, sia pure con qualche tergiversazione, lo rende accettabile a manca non meno che a destra – lo stesso “principio d’ autorità” che, con gravi ed avventate riforme della Costituzione, si vorrebbe far prevalere sul “principio di libertà”, affermato da quest’ultima.
Ovviamente, il sistema di voto “proporzionale” non è, di per sé – quasi in ragione di una qualche inappellabile virtù
intrinseca – la panacea di tutti i mali. Presenta nodi critici che vanno esplicitamente affrontati.
Tra questi il rischio o il timore di una slabbrata ed eccessiva (dis)articolazione del ventaglio delle formazioni politiche in campo.
Su queste criticità si dovrà tornare. Senza dimenticare che neppure il sistema di voto proporzionale è, in sé, sufficiente a rinvigorire il nostro complessivo contesto politico, se non ci si preoccupa degli attori che sono destinati ad abitarlo. Cioè, senza ricorrere all’ articolo 49 della Carta Costituzionale e provvedere ad una reale riforma dei partiti politici e ad un profondo ripensamento del loro ruolo e del loro primario compito di seminare cultura politica, prima e più che di preoccuparsi di mieterne i frutti.
Domenico Galbiati