Il Popolo saggio nell’era dei populismi? – di Umberto Baldocchi
E’ il più grande dei realisti della politica moderna, Niccolò Machiavelli, ad affermare, sorprendentemente e “contro la comune opinione”, che il popolo non sempre è quella massa umana manovrabile disposta ad ubbidire servilmente o a comandare con arroganza che la storia ci mostra, ma, in certi casi ed in certe condizioni può anche essere “quanto alla prudenzia ed alla stabilità più prudente, più stabile e di migliore giudizio che un principe….talché pare che per occulta virtù si prevegga il suo male ed il suo bene “ ( Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio, Libro primo, cp. LVIII). Il popolo può cioè essere migliore ed anche più intelligente dei suoi governanti. E’ l’ipotesi che mi sembra ancora sfugga agli opinion makers decisamente sorpresi dal risultato referendario e abituati a vedere solo il primo aspetto quello della manipolabilità del popolo (oggi ridenominato “populismo”, ma in realtà una tendenza storicamente risalente).
Sono gli stessi opinionisti che quando smettono di pontificare sui disastri futuri causati dal NO, sanno soltanto chiedersi: dove ha sbagliato il fronte del SI’ ? Quali sono stati gli eventi che hanno influenzato o favorito il fronte del NO e lo hanno reso prevalente? Come se fosse stata naturale invece la prevalenza del SI, su cui avevano scommesso. Tutti aspetti che hanno certo importanza ma che considerano come impossibile ogni autonoma, libera e non prevista reazione da parte degli elettori, considerati esclusivamente massa “liquida” e manovrabile a piacimento. L’elettore nell’era dei social e dell’ AI è così spesso equiparato al cane di Pavlov e gli sono attribuiti gli stessi riflessi condizionati. Una equiparazione illusoria e terribilmente pericolosa soprattutto per chi detiene il potere di governo più che per chi aspira a gestirlo.
La rottura operata dal referendum
Ora mi sembra che la imprevista pronuncia referendaria abbia messo in piena luce le cose. Mi sembra che abbia illuminato, ma direi di più, aperto gli occhi o fatto spalancare gli occhi a chi non voleva vedere o preferiva non vedere. Certe cose all’improvviso non sembrano più accettabili dopo il 23 marzo. Certi incarichi non possono essere più ricoperti in violazione dell’ art.54 della Costituzione, le cariche ricoperte con disciplina ed onore . E’ successo che milioni di persone sicuramente non addottrinate in raffinatezze costituzionali sono andate a votare, mosse da idee sicuramente semplici, ma chiare ed efficaci. Non è discutibile che il movente essenziale del voto referendario sia stata la difesa della Costituzione e dell’indipendenza della magistratura che si temeva messa a rischio ( giustamente o ingiustamente, non è questo il problema).
I cittadini italiani, elettori della Sinistra del Centro e della Destra, hanno espresso, in proporzioni diverse e modalità diverse ( col voto del NO ma anche con l’astensione dissimetrica) un timore ed hanno affermato un essenziale principio di precauzione, il principio di cui parlava James Madison delle “precauzioni complementari” necessarie in tutte le Costituzioni, perché gli uomini non sono angeli né possono essere governati dagli angeli. E’ questo il principio cui devono ricorrere sempre coloro che esercitano un potere costituente. Ed i cittadini italiani come constituents si sono comportati, in larghissima maggioranza, in certa misura anche a prescindere dalle opzioni partitiche.
Astensionismo dissimmetrico
I sondaggisti hanno notato già una prima caratteristica inattesa del voto. Il NO si è affermato in quasi tutte le regioni italiane ( Lombardo-Veneto a parte), ma si è affermato non solo per la valanga del NO espressa soprattutto dalle generazioni più giovani e dalle grandi aree urbane, ma anche dalla debolezza del SI attribuibile sulla base della cosiddetta auto collocazione politica. Secondo i dati riportati dal Corriere della Sera del 24 marzo ad esempio l’astensione, lungi dal tendere a livellarsi, ha inciso per il 15,3% nell’area di chi si colloca a sinistra, ma ha inciso per il 29,5% nell’area di chi si colloca a destra.
E’ opinabile che il divario sia ancora più forte di questa media nazionale nelle aree del Meridione dove la Destra aveva ed ha alcune sue roccaforti elettorali. Qui i cittadini che votano Destra si sono probabilmente astenuti dal voto in misura ancora maggiore. Evidentemente hanno espresso dei dubbi e delle perplessità sulla genuinità della proposta del proprio partito. Hanno fatto valere, in modalità astensione, non la DISAFFEZIONE ALLA POLITICA ma il PRINCIPIO DI PRECAUZIONE contraddicendo la volontà di chi, disperato dell’esito del voto e dell’adesione al SI, si proponeva di trattarli da cittadini di serie B, imponendo loro il Diktat del “solito sistema clientelare”. Hanno invece anche loro, anche gli elettori di Destra e di Centro ( ma si deve essere per forza elettore di qualcuno)? usato l’arma della astensione come limite costituzionale al potere.
Il probabile errore dei sondaggisti
Credo che i sondaggisti e gli esperti che pronosticavano una facile vittoria del SI abbiano commesso un errore enorme anche se forse inconsciamente temuto (perché altrimenti auspicare una campagna referendaria breve?). Nei referendum c’è sempre l’incognita astensione, soprattutto in questo caso, in cui non esiste quorum. Si diceva che l’astensione avrebbe avvantaggiato il fronte del NO . Ma sulla base di cosa? Forse non si era ipotizzato che l’astensione poteva anche avere una estensione fortemente dissimmetrica e penalizzare in modo squilibrato i due campi. Ma perché avrebbe dovuto farlo?
Il problema è quello della natura non abrogativa ma confermativa del referendum costituzionale. Nel referendum abrogativo la scelta è tra l’abolire una norma esistente (con il SI) o il mantenere una norma esistente e già sperimentata (con il NO), in quello confermativo la scelta è tra l’introdurre una nuova e non sperimentata normativa (con il SI) o il mantenere inalterata la norma esistente (con il NO). Vi è una differenza enorme quindi tra le due opzioni. E’ evidente che l’abolire una norma esistente e già sperimentata o votare una norma nuova e dagli effetti ignoti, norma per di più a carattere permanente (essendo costituzionale) sono due scelte che richiedono un impegno ed un coinvolgimento emotivo, intellettivo molto diverso tra loro.
Mentre il NO significa nei due casi conservazione di ciò che esiste, buono o cattivo che sia, il SI in un caso equivale a cancellare una norma nota che si potrà sempre modificare o rivedere, nell’altro caso significa introdurre una norma nuova non sperimentata a carattere permanente. Non c’è bisogno di cultura costituzionale per avvertire la differenza tra le due opzioni. Quindi, molto più agevole evitare l’astensionismo sul fronte del NO che su quello del SI, specialmente quando la norma costituzionale non è stata costruita con un percorso aperto e condiviso o quando incredibilmente essa è stata costruita da una maggioranza che addirittura promuove da sola quella sfida referendaria che dovrebbe essere proposta dalla opposizione.
Forse è anche per questo che il fronte del SI ha oscillato nella campagna referendaria tra impostazioni contrastanti o distanti tra loro, in pochi casi puramente tecniche, ma più spesso demagogiche con spinte estreme arrivanti alla volgarità o all’ ’accanimento denigratorio, oppure allo slogan costituzionalmente maldestro NON C’ E’ SICUREZZA SENZA GIUSTIZIA, funzionale al recupero di quel consenso attivo che si avvertiva sfuggire di mano.
La dimostrazione della esistenza della Costituzione
Sul peso di questa astensione ha pesato poi un’altra illusione smentita clamorosamente dal voto. Si è insistito sulla necessità di innovare la nostra Costituzione per renderla più efficiente. Non si metteva in conto il peso della coscienza costituzionale che in Italia non riguardala sinistra ma riguarda tutto quanto l’elettorato in modalità diverse di destra di centro e di sinistra. Se ci confrontiamo col passato non c’è dubbio che la Costituzione sia oggi molto più presente nelle scelte degli Italiani di quanto non fosse all’inizio del secolo quando un altro referendum costituzionale, nel 2001. approvò la disastrosa riforma del Titolo V sul regionalismo e sui vincoli europei accettati con grande leggerezza, Un referendum cui partecipò un misero 34,05% dei votanti ed in cui prevalse il voto fidelizzato delle Sinistre abbacinate dalla paura del leghismo.
La partecipazione straordinaria al referendum ha ora dimostrato infatti che in Italia LA COSTITUZIONE ESISTE DAVVERO . Le Costituzioni come scrisse Calamandrei non possono funzionare da sole, come fanno le leggi, che devono essere rispettate anche se non le si condivide. Le Costituzioni sono come le leggi ordinarie, leggi positive, ma sono più potenti e più deboli delle stesse leggi ordinarie. Esistono solo se vivono nel cuore e nella mente dei cittadini comuni, altrimenti muoiono o si sciolgono come neve al sole. Lo dimostra la vicenda USA dove il potere della Costituzione è ridotto quasi al nulla dal potere sfrenato di Trump ed ancora resiste per gli interventi della Corte Suprema, ma fino a quando? Quale Corte Costituzionale potrebbe tenere in vita una Costituzione che i cittadini non rispettano più perché magari ritenuta superata una sorta di documento conservatore obsoleto che impedisce il cammino verso il progresso e l’efficienza? Milioni di Italiani, di diverse collocazioni politiche, hanno ricordato al governo che esiste una Costituzione, che pone al potere i limiti che sono necessari perché non comandino i folli.
L’ “astensionismo intermittente” e la assurdità dei “premi di minoranza” elettorali
C’è poi un altro aspetto sfuggito ai sondaggisti in un primo momento e riscoperto solo ora. L’astensionismo elettorale italiano non esiste come fenomeno di disaffezione politica. E’ un’altra delle rivelazioni inaspettate del referendum. La vittoria del NO è stata resa possibile dall’irruzione delle giovani generazioni ( 18-28 anni) che hanno fatto la differenza per il NO, uscendo dalla gabbia dell’astensione. Se guardiamo le elezioni politiche e amministrative assistiamo ad un calo costante e irreversibile della partecipazione al voto per le politiche dall’ 84, 2% del 2006 all’ 80% del 2008, al 75, 2% del 2013 al 72.9% del 2018 al 63, 9% del 2022, con un crollo crescente dal 2006 in poi, e con un andamento ancora peggiore per le europee per cui si passa dall’ 85,5% del 1979 addirittura al 49,7% del 2024 con trend decrescente quasi perfettamente costante.
Il voto giovanile del NO al referendum è stato dunque una sorpresa per chi aveva considerato questa come una tendenza inarrestabile legata ad una insanabile disaffezione; incredibile a dirsi, i giovani che non hanno votato (chissà per quale disaffezione!) alle europee ed alle politiche ricompaiono invece come un fiume carsico per votare nel referendum.
Come è possibile? Si potrebbe definire astensionismo intermittente, si è detto. Ma non di astensionismo avrebbe senso parlare, ma piuttosto di “allontanamento dalle urne” causato dalle leggi elettorali incostituzionali in vigore dal 2006, leggi che non rispettano pienamente il carattere personale, uguale, libero e segreto che il voto deve avere. Se guardiamo ai quattro referendum costituzionali E SENZA QUORUM dello stesso periodo non troviamo nessun calo ma un incremento della partecipazione specie per gli appuntamenti più importanti: 34,05% per il referendum sul titolo V del 2001, 52,4% per il referendum sulla devolution del 2006, 65,4% per il referendum sulla riforma Renzi e il 51,1% per il referendum ( certamente il meno significativo) sul taglio dei parlamentari.
In nome di una governabilità che progressivamente distrugge la rappresentanza e che crea maggioranze come organismi geneticamente modificati, si ridisegna il campo della contesa politica come un campo di calcio in cui le squadre devono essere solo due ed il cittadino è ridotto a tifoso libero di scegliere solo tra quelle due squadre , non può essercene una terza e una quarta. Con premi di maggioranza o meglio, “di minoranza” che creano alleanze elettorali magari numericamente forti ma senza fondamenta, colossi coi piedi di argilla che possono essere abbattuti dall’astensionismo sommerso che torna in superficie.
Non c’è poi da lamentarsi se questi governi “rafforzati” dai premi elettorali non hanno poi, in quanto privi di consolidati appoggi reali nel paese, la forza di prendere le decisioni importanti e sono costretti a sopravvivere lavorando su tematiche identitarie che poco o nulla hanno a che fare coi problemi veri dell’economia, della pace e della guerra, ma si limitano ad intervenire magari solo su sicurezza pubblica, migrazioni o diritti civili.
Il popolo ancora secondo Machiavelli
Forse qualcosa sta davvero cambiando dopo il referendum. Il popolo ha creato spesso governi disastrosi, lo sa Machiavelli, noi lo sappiamo meglio di lui. Ma c’è una condizione necessaria perché il popolo possa fare scelte virtuose . I popoli, come i principi, “hanno avuto bisogno di essere regolati dalle leggi” ( in altre parte Machiavelli scrive “costituzioni” ovviamente non nel senso contemporaneo), perché “un principe che può fare ciò ch’ei vuole è pazzo, un popolo che può fare ciò che vuole non è savio”. Questa volta il popolo, in un mondo politico in cui la pazzia sembra dilagare, si è mosso invece non secondo il proprio impulso immediato, ma secondo la saggezza ispirata dalla Costituzione.
Umberto Baldocchi









