Il Papa e l’Imperatore – di Domenico Galbiati

Il Papa e l’Imperatore – di Domenico Galbiati

“Si licet parva componere magnis….”, come scrive Virgilio, si potrebbe dire che Trump – e, con lui, il suo “teologo” Vance che, in materia, vuole dare lezione al Papa – ha dato la stura ad una contesa tra Papato ed Impero, che vanta, si fa per due, importanti antecedenti storici, cioè quella “lotta delle investiture”, cui pose termine, con un compromesso, il “Concordato di Worms”, nel 1122. Ora non si tratta dell’investitura dei vescovi, cui applicare la sottile distinzione tra quella “spirituale” riservata alla Chiesa e quella “materiale”, in capo all’Imperatore.

Si tratta di capire di quali valori morali, di quali indirizzi etici, di quali prospettive civili, sociali e culturali, di quali politiche – in modo particolare, in riferimento alle relazioni internazionali ed agli organismi in grado di garantirne l’equilibrio – “investire” un mondo che corre verso trasformazioni profonde dei criteri e dei paradigmi che abbiamo conosciuto e coltivato fin qui, almeno a far tempo dai primi anni del secondo dopoguerra.

Non è solo questione di Trump. Se cadiamo in questa fatale semplificazione che si traduce in una lettura banale del momento storico, rischiamo di non vedere quanto sta effettivamente accadendo. Intanto, stiamo passando dalla faticosa stagione di un diritto internazionale, pur percosso da gravissimi squilibri di sviluppo, ad una fase di “ferro e di fuoco”. “Ferro ignique”, avrebbero detto gli antichi romani, che di devastazioni su cui costruire un impero se ne intendevano, eppure compresero come, per conservarlo, fosse, appunto, necessario dotarlo di un diritto capace di dar conto dell’universalismo di quel tempo.

Nessuno sa dove sia il bandolo di una matassa arruffata, in cui gli eventi si rincorrono, si sovrappongono e si ripercuotono gli uni sugli altri, secondo una catena di cause ed effetti inafferrabile. La chiave di lettura che meglio illumina questa fase di transito ce la offre Papa Leone, quando afferma: “La democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di diventare una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche”.
Il Santo Padre coglie con queste poche, chiarissime parole, in una efficacissima sintesi, la vera questione che ci interroga e di cui dobbiamo occuparci per comprendere a fondo le ragioni della radicale trasformazione delle forme del potere cui stiamo assistendo.

Domenico Galbiati