Il magistrato e la verità – di Domenico Galbiati

Il magistrato e la verità – di Domenico Galbiati

Un motivo convincente in più per votare decisamente “NO” al prossimo Referendum sulla giustizia riguarda la particolare natura della professione di magistrato.

La cui preparazione non può limitarsi alla competenza tecnico-giuridica, ma esige anche un’attitudine all’empatia.
La quale, beninteso, nulla ha a che vedere con una sorta di buonismo, bensì rappresenta la capacità di conoscere davvero, da dentro il suo vissuto, colui che ti sta di fronte. Anche il magistrato – in qualche modo come il medico – non affronta una materia inerte, ma ha a che vedere con la sostanza viva delle persone, con la loro umanità spesso dolente.

Sulla scorta di ciò che la legge prescrive è pur sempre anche la sua coscienza ad essere provocata e messa in gioco.
La sua cultura formata sullo studio dei testi giuridici e delle leggi, deve diventare qualcosa di più. Ha bisogno di approdare alla saggezza , a quel “comprendere” che rappresenta l’apice della conoscenza. Quella del magistrato è, dunque, una professione che si studia sui manuali, ma si apprende sul campo e matura nell’esercizio delle funzioni che gli competono, nel progressivo accumularsi di esperienze relative a quell’umanità che approda e si manifesta anche nelle aule dei tribunali.

Il magistrato è colui che sanziona e punisce, ma lo fa sul presupposto di quella verità dei fatti e degli eventi, che è tenuto a ricercare, al di là di ogni “ragionevole dubbio”. Non può prescindere da quest’ultima neppure nell’intento di mettere in sicurezza e salvaguardare il contesto sociale da coloro che delinquono. Né  può prescindere da quella dignità originaria che persiste, in ogni caso, dato che le appartiene ontologicamente, in ogni persona, dunque anche nel colpevole. In questo senso, è necessario che il magistrato abbia una visione organica e complessiva delle funzioni che gli competono, nella consapevolezza che cercare la verità e sanzionare sulla base di quest’ultima sono due momenti ciascuno dei quali rinvia all’altro.

In questa ottica, la funzione inquirente può esaurirsi nella figura di un funzionario di Stato per l’accusa? Questa intenzionalità preordinata a dimostrare la colpa in che modo ed in quale misura vincola e condiziona lo stesso impianto cognitivo del magistrato, fino a diventare, inevitabilmente, un abito mentale che non può più dismettere, a pregiudizio della sua oggettività? E se, invece di separare le carriere, si facesse in modo che i magistrati, soprattutto nella fase iniziale della loro carriere, fossero chiamati a sperimentare e conoscere ambedue le funzioni che oggi si vorrebbero, a tutti i costi, disgiungere?

Domenico Galbiati