Il futuro e noi – di Domenico Galbiati

Il futuro e noi – di Domenico Galbiati

I giovani che si sono riavvicinati alle urne li possiamo ritenere, una volta per tutte, riguadagnati al voto, alla forma più elementare, ma, ad un tempo, essenziale, di partecipazione attiva alla vita democratica del Paese? Possiamo farci conto ? Lo sapremo solo alla prova dei fatti. Purché, nel frattempo, non venga ricacciata indietro la voglia d’ essere non più indifferenti ed inerti, ma protagonisti – sia pure nelle forme della protesta e del diniego – del mondo di cui stanno varcando la soglia per abitarlo, ciascuno, secondo il proprio particolare istinto e la propria personale responsabilità.

Ai giovani va garantito il futuro, cioè lo spazio in cui mettere alla prova la loro innata creatività ed esercitare la speranza. Hanno bisogno – in verità vale per tutti, sia pure, in modo particolare, per le generazioni più giovani – di dissipare la foschia che ci lascia intravedere solo la sagoma incerta e sfuggente del “nuovo mondo” – è davvero il caso di chiamarlo così, una sorta di nuovo continente dello spirito – verso cui ci stiamo incamminando. O meglio un mondo che ci attrae, ci assorbe, quasi fossimo calamitati, persino a nostro dispetto, in un “altrove” di cui poco o nulla sappiamo, per quanto forziamo la nostra immaginazione.

Senonché, il futuro non viene da sé. Va costruito con la necessaria, paziente ponderazione. Soprattutto in questo tempo – in effetti, straordinario – in cui convivono imponenti trasformazioni ed un altrettanto grande smarrimento.
Dobbiamo riappropriarci di quell’ “andare oltre” che rappresenta la cifra originaria ed irriducibile, inscritta nel fondamento ontologico della sostanza umana.

L’ “andare oltre”, la dimensione della trascendenza, infatti, alludono alla prospettiva di un “di più”, addirittura di un infinito cui tendere asintoticamente e senza il quale la nostra vita illanguidisce. Questo è talmente vero che lo si coglie bene in persone che abbiano disturbi mentali anche gravi e, se possono fare a meno di un uso corretto della ragione, non possono rinunciare all’ inesauribile ricerca di un senso, a costo di rincorrerlo, a tentoni, nella nebbia, ad un tempo oscura e luminosa, del delirio.

La dimensione originaria, costitutiva ed insopprimibile della trascendenza – il cui smarrimento rappresenta la radice ultima da cui trae origine il ventaglio di crisi, difficoltà e disagi che premono sui nostri giorni – non ha a che vedere solo con una concezione religiosa della vita, ma con tutto ciò che accende la mente ed il cuore degli uomini, il desiderio di un mondo migliore, l’appartenenza ad un destino comune, la fiducia nell’ umanità, ispirata al costante incremento di un valore umano che abiti la storia.

Viviamo un momento della vicenda umana attraversato da guerre e da fiumi di un odio antico, impenetrabile tra popoli che hanno vissuto sofferenze simili , talvolta immani, che dovrebbero unirli piuttosto che dividerli. Viviamo la desolazione di fratture insanabili, diseguaglianze, disparità sociali che feriscono ed umiliano le persone e creano aree di emarginazione.

Eppure questa situazione sofferta è forse provvidenziale, necessaria perché l’uomo guardi dentro di sé e scopra, nella sua interiorità, ricchezze fin qui inesplorate ? E’ messa radicalmente in discussione la comprensione che l’umanità ha di sé stessa. E’ lecito sperare che i nostri giorni nascondano nel loro groviglio – che spetta ai giovani dipanare – una sorta di nuovo Rinascimento ?

Domenico Galbiati