Il fattore genetico e quello socio-ambientale – di Antonietta Rubiconto
Soprattutto a partire dal 1968, anno che segna una linea di demarcazione tra il passato “conservatore” e il futuro “progressista e rivoluzionario”, si è dato sempre più valore al fattore socio-ambientale per lo sviluppo dell’intelligenza, della carriera, delle relazioni sociali e addirittura dei rapporti matrimoniali. Tuttavia, invecchiando sempre di più e ripensando alle mie esperienze di vita vissuta, ”alla femminile” (come dicevano una volta i maschi per sminuire noi donne) mi chiedo: – E’ veramente così? Il fattore socio-ambientale è così determinante da eliminare gli effetti del fattore genetico? –
E “alla femminile” parto dalla mia esperienza di vita. Mio Padre era figlio di N.N. e da bambina orgogliosamente mi vantavo di ciò perché pensavo fosse un titolo onorifico, ma vedevo delle facce perplesse e non ne capivo il motivo. Poi, frequentando le scuole medie dei tempi che furono e imparando il latino, capii che N.N. stava per “Non Notus”, cioè il padre genetico di mio padre era “non noto” e papà era figlio illegittimo, nato ad Amalfi da una relazione (così raccontavano le vecchie donne del popolo) tra un generale tedesco e una popolana amalfitana. Colui che chiamavo “nonno” e colei che affettuosamente chiamavo “nonna” erano nonni adottivi.
La nonna, avendo perso un bambino di pochi mesi e avendo nel seno molto latte, siccome il latte materno era un bene prezioso (allora e anche oggi, stando a quanto hanno dimostrato le ultime ricerche scientifiche), siccome era molto religiosa e seguendo la tradizione popolare che voleva che ogni famiglia adottasse un “figlio della Madonna” (così era definito il figlio illegittimo, nato fuori dal matrimonio e abbandonato) si era recata al brefotrofio per “prendere” un bambino a cui regalare il suo latte; raccontava poi a me, che orgogliosamente portavo il suo nome “Antonietta” secondo la tradizione, che tra tantI bambini aveva scelto papà perché a pochi giorni già la guardava con interesse e lo aveva chiamato “Santino” perché era nato il 1° novembre, giorno in cui la Chiesa cattolica festeggia tutti i Santi.
Papà era dunque un bambino adottato, a cui però non fu dato il cognome della famiglia adottiva perché all’epoca era molto laborioso e costoso fare ciò, ma un cognome inventato; tuttavia per me la nonna era la “NONNA”, che mi amava tantissimo in quanto ero la sua prima nipote e portavo il suo nome di battesimo.
Papà crescendo era bravissimo alla scuola elementare e il suo maestro voleva che continuasse gli studi; propose al nonno di fargli frequentare le scuole superiori perché ne avrebbe pagato le spese, ma il nonno pescatore disse che papà doveva lavorare e così papà diventò pescatore, ma a 13 anni era già capobarca. Ed io mi chiedo: – La capacità di comando era genetica? Trasmessa dal padre genetico, il generale tedesco? Un altro aspetto del carattere di mio padre era la voglia di superare le barriere sociali: i sei figli doveva farli studiare, a costo di lavorare duramente per ottenere ciò; pertanto cominciò a svolgere due lavori perché accanto al mestiere di pescatore inoltrò al Provveditore agli Studi la richiesta di svolgere il lavoro di bidello e riuscì nell’intento. Lavorando duramente riuscì a far studiare i sei figli e superò le barriere sociali perché ben quattro figli su sei si laurearono.
Ed io mi chiedo: – La voglia di progredire e di superare le difficoltà, la grinta nell’andare avanti era per mio padre un fattore genetico? – Socio – ambientale certo non lo era perché le condizioni sociali di partenza non erano delle più allettanti.
E arriviamo a me. A 5 anni imparai a leggere da sola (così mi raccontava mia madre) per cui feci l’esame di ammissione in seconda elementare e lo superai. Alle medie, con un professore di Lettere proveniente da Adria nel Nord (e bisognerebbe ricordarlo ai leghisti di oggi che, una volta, i professori del Nord venivano ad alfabetizzare il Sud), meritavo nove in latino. Alle superiori, consigliato dal professore di Lettere, mio padre mi scrisse al liceo classico, che superai tranquillamente, anche supportata dalle borse di studio perché provenivo da una famiglia modesta e numerosa.
Siccome brillavo in Latino e Greco, all’università mi iscrissi a Lettere classiche e anche grazie al presalario mi laureai a Napoli con voto eccellente. Fattore genetico o socio-ambientale?
Tanto per ridere, alcuni parenti e amici mi definivano “la tedesca” perché rigorosa e animata da un forte senso del dovere; mio marito scherza sulla mia “germanicità” (così la definiva mio padre). Pur sentendomi “terrona” al 100%, ho insegnato per decenni nel Veneto e quando sono vissuta per un breve periodo in Olanda (la mia figlia primogenita là si trovava e aveva bisogno della mamma quando partorì e quando divorziò) mi trovavo benissimo in quel paese tanto da instaurare ottimi rapporti con i vicini di casa (mia figlia mi aveva avvertita che gli Olandesi non erano come i terroni e che erano diffidenti verso gli Italiani) che mi offrirono una torta da loro cucinata perché “avevo avuto l’ardire” di spazzare davanti all’uscio del loro appartamento. Mi figlia mi chiedeva: – Come hai fatto? – Non lo so. Educazione socio -ambientale della Terronia?
Antonietta Rubiconto









