Il declino della Meloni – di Domenico Galbiati
Che la deriva sia inesorabile o meno lo si vedrà, ma che la Meloni sia, in questa fase, avviata giù per una china scivolosa e discendente è del tutto palese. Può, pur sempre, sperare nel “fuoco amico” in cui si esercitano i cecchini della sinistra, che non si capisce se vogliano davvero vincere le prossime elezioni contro la destra o se preferiscano, come successo cinque anni fa, giocarsela tra loro e finita lì.
L’assordante silenzio della Presidente del Consiglio relativo all’attacco di Trump al Papa – durato ore ed ore e poi rimediato in corner, reinterpretando il saluto di prammatica rivolto il mattino a Papa Leone, in procinto di partire per l’ Africa – segna il punto più basso e preoccupante della supina, francamente inspiegabile, soggezione del nostro Paese agli USA. In ordine, ad una questione che, ben oltre ogni considerazione geo-politica, investe pesantemente la “nazione” italiana, la sua storia, la sua consolidata tradizione cristiana. Fino al punto, da dover forse esigere una presa di posizione formale a livello diplomatico.
Incoronata dalla stampa amica – e da quella compiacente, ad esempio qualche grande giornale nazionale, storicamente aduso a rapporti sempre “costruttivi”, con il potere di turno – quale reginetta del “jet set” delle relazioni internazionali, in effetti – salvo il sostegno all’ Ucraina che le valse il bacio in fronte del Presidente Biden – non ne ha imbroccata una. Ha platealmente puntato su Orban, sostenendo cocciutamente anche la sua difesa dell’unanimità di voto nel Consiglio Europeo, cioè il grimaldello con cui, in più occasioni, il leader di Budapest ha cercato di far saltare il banco di decisioni rilevanti. Senonché, evidentemente, l’appoggio di Giorgia non ha fatto un gran bene ad Orban, visto com’è andata. Ne’, d’altra parte, ha mai spiegato come potesse appoggiarlo e, ad un tempo, sostenere Kiev che il leader ungherese ha contrastato in tutti i modi, fino a paralizzare gli aiuti dell’ Europa. Classico esempio di una politica estera abborracciata e furbesca, improvvisata ed approssimativa.
Il punto è che Giorgia Meloni è rimasta presa nella tenaglia della doppia pronta e cieca obbedienza ad ambedue le Amministrazioni USA con cui ha avuto a che fare. Su Trump si è, poi, letteralmente sdraiata, inventandosi un ruolo di ponte tra le due sponde dell’Atlantico che si è risolto a suo detrimento, dato che nessuno, né in America, tanto meno in Europa, ha preso in carico la sua disponibiltà ad esercitare un tale ruolo. Infatti, al contrario, non ha fatto altro che cercare di intrufolarsi nel “Board of peace”, a dispetto degli altri paesi europei che, non a caso, nei rapporti informali di vertice tra i maggiori, preferiscono una triangolazione con il premier inglese, piuttosto che con una leadership italiana di cui non si fidano o nei confronti della quale, comunque, nutrono riserve. Vedasi il caso della presunta, enfatizzata e speciale “liaison” con il Cancelliere Merz, che si è liquefatta, in sole ventiquattro ore, non appena quest’ ultimo ha avuto da eccepire nei confronti di Trump.
Con quest’ultimo, d’altra parte, è scattato, da parte di Giorgia Meloni, un riflesso di consonanza ideologica, orientata ad una declinazione “autocratica” ed illiberale del potere, che la dice lunga ed, a maggior ragione, preoccupa, dal momento che non risponde ad una opportunità tattica e contingente, ma affonda le sue radici nella cultura e nella storia da cui Giorgia Meloni trae ispirazione. Ed anche qui la convergenza si è rivelata venefica. Perfino incapace, Giorgia Meloni inspiegabilmente incapace di defilarsi da Trump e dal suo tutor israeliano, almeno quel po’ che non le alienasse del tutto le simpatie dei tanti giovani che, contro il genocidio di Gaza, hanno riempito le piazze.
Del resto, le cose non le sono andate meglio sul piano interno, con la sconfitta referendaria che ha infranto l’incantesimo della sua invincibilità. Svolta tanto più pericolosa quanto più fa seguito ad una studiata ed ostentata campagna di adulazione, diretta a creare un inossidabile culto della personalità.
Quel culto che le si è paradossalmente rivoltato contro con il volto di un Donald Trump arrabbiato per la prima ed unica riserva giunta da Palazzo Chigi nei suoi confronti per le sue frasi su Papa Leone. Una riserva neppure tanto clamorosa che, però, ha avuto bisogno di molte ore per esplicitarsi. Alla base del loro rapporto c’era evidentemente uno squilibrio che non giustificava la pretesa di gestire un rapporto privilegiato. Giorgia Meloni non aveva ben considerato che il rapporto non basarsi solo su troppi silenzi, alternati con atteggiamenti eccessivamente compiacenti, da molto tempo non più in sintonia con i sentimenti degli italiani e degli europei.
Domenico Galbiati









