Il credo Sciita e l’impulso al Martirio – di Edoardo Almagià

Il credo Sciita e l’impulso al Martirio – di Edoardo Almagià

Per comprendere l’impulso al martirio nell’Islam sciita occorre tornare alle origini del credo sciita, in particolare a quella giornata del 10 ottobre 680, nella quale si svolse la battaglia Kerbelāʾ, nel sud mesopotamico. In essa fu trucidato con tutta la famiglia e il suo seguito al-Ḥusayn ibn ʿAlī, nipote del Profeta e secondogenito del quarto califfo ʿAlī ibn Abī Ṭālib e di sua moglie, la figlia di Maometto Fāṭima al-Zahrāʾ. Quest’evento avrebbe marcato per sempre l’animo degli sciiti.

Prima di tutto serve quindi liberarsi da una semplificazione diffusa: non si tratta di una pulsione cieca verso la morte, né di un elemento uniforme o onnipresente nella vita religiosa. È, piuttosto, una costruzione storica, teologica e simbolica che affonda le sue radici in un evento fondativo e in una memoria collettiva costantemente rielaborata.

Al centro di tutto, come appena visto, vi è un nome: quello di al-Husayn. La sua morte, dopo il rifiuto ad arrendersi, rappresenta il punto di origine dell’etica del martirio sciita. Al-Husayn, nipote del profeta Maometto, si oppose al califfo omayyade Yazid I, rifiutando di legittimarne il potere, ritenuto ingiusto e corrotto. La sua scelta fu consapevole: affrontò un esercito immensamente superiore, sapendo di andare incontro ad una morte certa.

Non fu una sconfitta qualsiasi. Nella coscienza sciita, Karbala non è una tragedia militare, ma un atto di testimonianza assoluta: la verità che si oppone alla tirannia, anche quando sa di essere destinata a soccombere. Husayn diventa così il “martire per eccellenza”, colui che sceglie il sacrificio per preservare l’integrità dell’Islam.

Il martirio va quindi inteso come testimonianza e non come distruzione di un individuo. La parola chiave è proprio “testimonianza”. Il termine arabo shahada significa infatti sia martirio che testimonianza. Il martire (shahid) è colui che rende visibile la verità attraverso il proprio sacrificio. In questa prospettiva, la morte non è ricercata in sé, ma accettata come conseguenza estrema della fedeltà a un principio.

Questo distingue profondamente l’idea sciita di martirio da molte rappresentazioni contemporanee, spesso filtrate attraverso il prisma del terrorismo. Nella tradizione classica, il martirio è un atto essenzialmente difensivo, etico, legato alla resistenza contro l’ingiustizia.

La figura di Husayn non incarna l’aggressione, ma la resistenza morale. È un paradigma che si costruisce non sul trionfo, ma sulla sconfitta: proprio perché sconfitto, il suo gesto acquista una forza simbolica universale entrando nella dimensione del tempo che non passa e quindi della memoria rituale.

Ciò che rende questa narrazione così potente è il modo in cui viene trasmessa. Ogni anno, durante la festività di Ashura, milioni di sciiti nel mondo rievocano il martirio di Husayn attraverso rituali collettivi, processioni, rappresentazioni teatrali (ta’ziya) e pratiche di lutto. Nel calendario islamico, la ʿāshūrāʾ, indica il decimo giorno del mese di muharram, quest’anno per noi dal giovedì 25 giugno al giorno successivo, venerdì 26, in cui ricorre un’importante ricorrenza religiosa. Il giorno precedente è chiamato Tāsūʾā. Si tratta di un evento celebrato nel mondo islamico in modi e con motivazioni diverse e non sempre chiare.

Non si tratta di una semplice commemorazione storica. È una riattualizzazione emotiva e spirituale: Karbala non è un evento passato, ma una realtà sempre presente e vissuta con intensa passione. Ogni fedele è chiamato a identificarsi con Husayn e a porsi la domanda fondamentale: da che parte starei, oggi, di fronte all’ingiustizia?

Questa dimensione rituale crea una pedagogia del martirio. Non nel senso di una esortazione alla morte, ma come educazione alla coerenza morale, anche a costo del sacrificio personale. Qui si incrociano teologia e politica, avendo come costante il tema dell’ingiustizia.

Fin dalle sue origini lo sciismo nasce come una corrente minoritaria e spesso perseguitata all’interno del mondo islamico. Questa condizione storica ha rafforzato una visione del mondo in cui l’ingiustizia non è un’eccezione, ma una condizione ricorrente che si trasmette nei secoli fino alla ricomparsa del XII° Imam.

In questo contesto, il martirio assume anche una dimensione politica. Non è solo un fatto individuale, ma un atto che denuncia un ordine ingiusto. La memoria di Karbala diventa un linguaggio attraverso cui interpretare anche tutte le crisi contemporanee.

Un esempio emblematico è la Rivoluzione iraniana, guidata dal Grand Ayatollah Ruhollah Khomeini. Khomeini reinterpretò il paradigma di Husayn in chiave rivoluzionaria: il popolo iraniano veniva paragonato al piccolo gruppo di Karbala, mentre il regime dello Shah assumeva i tratti del tiranno Yazid. Questo ovviamente può essere esteso a tutti gli eventi di questi giorni ed aiuta a comprendere la resilienza del regime iraniano di fronte agli attacchi di Stati Uniti ed Israele.

In questo modo, il martirio divenne non solo memoria, ma strumento mobilitante. L’idea del sacrificio per la giustizia fu utilizzata per legittimare la lotta politica e, in alcuni casi, anche il sacrificio estremo. Per passare dal simbolo all’azione non vi è che una linea sottile.

È proprio qui che emerge la complessità – e l’ambiguità – del concetto. Se il martirio è, in origine, testimonianza etica, può essere reinterpretato in contesti diversi fino a diventare giustificazione di pratiche violente.

Nel corso del XX e XXI secolo, alcuni movimenti sciiti hanno enfatizzato l’aspetto militante del martirio, soprattutto in contesti di guerra o occupazione. Tuttavia, è fondamentale distinguere tra tradizione teologica e uso politico: la prima è molto più articolata e meno univoca della seconda.

La grande maggioranza dei fedeli sciiti vive il martirio come ideale simbolico, non come progetto concreto di morte. È un richiamo alla giustizia, alla resistenza, alla dignità: in poche parole, un’etica della scelta.

Ciò che rende unico il martirio sciita è il suo carattere volontario e consapevole. Husayn non cerca la morte, ma non la evita quando essa diventa inevitabile per rimanere fedele ai propri principi.

Questo introduce un elemento profondamente etico: il martirio non è un destino, ma una scelta. È l’estremo limite della libertà umana, nel momento in cui l’individuo decide che esistono valori più importanti della propria sopravvivenza. In questo senso, l’impulso al martirio non è tanto un desiderio di morire, quanto una disponibilità a non tradire se stessi. Resta a questo punto una domanda da porsi: cosa può accadere oggi?

Nel mondo contemporaneo, questa eredità continua a essere reinterpretata. In alcuni contesti, soprattutto segnati da conflitti e marginalizzazione, il paradigma di Karbala può alimentare forme di radicalizzazione. In altri, invece, rappresenta una risorsa morale per movimenti pacifici e rivendicazioni di giustizia.

Il futuro di questa idea dipenderà, in larga misura, dal contesto politico e culturale. Dove prevarranno inclusione e stabilità, il martirio resterà un simbolo spirituale. Dove invece persisteranno conflitti e oppressioni, potrà essere mobilitato in chiave più militante.

L’impulso al martirio nello sciismo non è un’anomalia, né una semplice deriva estremista. È il prodotto di una storia, di una memoria e di una teologia complesse, in cui il sacrificio diventa linguaggio morale. Ridurlo a fanatismo significa non comprenderne la profondità. Ma ignorarne le possibili strumentalizzazioni sarebbe altrettanto ingenuo.

In conclusione, tra memoria e politica, fede e storia, il martirio sciita resta una delle espressioni più potenti e controverse del rapporto tra religione e giustizia.

Edoardo Almagià