Il Centro o la Centralita? – di Giancarlo Infante

Da anni si parla di centro in un turbinio di attese e di proclami cui, poi, manca ogni riscontro concreto. E c’è da chiedersi vari perché. In particolare, quello sul se sia giusto il punto di partenza.

Un recente articolo di Nino Labate (CLICCA QUI)  pone questioni importanti sulla costruzione di un centro nelle condizioni date. E lo fa con la profondità che gli va riconosciuta. Ma proprio per questo vorrei provare a spostare leggermente il fuoco della discussione. Rimanendo in continuità con la linea che Politica insieme, prima, e Insieme, poi, hanno sempre agitato sin dalla loro nascita. Una linea che a lungo ci ha fatto trovare in una sostanziale solitudine, e trascurata da quanti hanno poi dovuto misurarsi con i profondi limiti del sistema bipolare rivelatosi sempre più la vera cappa di piombo che grava sul Paese e sugli italiani.

A mio avviso, il problema non è tanto se il centro possa esistere, quanto il fatto che il concetto di centro appartiene ormai a un lessico politico antico, legato a un’epoca in cui la società era strutturata e non fluida, riconoscibile in quanto organizzata in corpi intermedi. Ma in una società che ha smarrito la strada della solidarietà, è inevitabile che si finisca per trovarci dinanzi vere e proprie “corporazioni”.  Il cui assemblaggio elettorale sembra costituire l’unica ragion d’essere dell’attuale Governo e dell’attuale maggioranza, come conferma la lunga sequela di bonus che continua ben oltre la stagione dei ristori sollecitati dal Covid.

Il termine centro, slegato da ogni valenza sociale – e quindi politica, ed inerente alla necessità di modifica della gestione della cosa pubblica – rischia di indicare un contenitore vuoto, incapace di descrivere la realtà. A meno ché non ci si riferisca esclusivamente ai giochi di schieramento cui sono costrette, nella situazione data, tutte le forze politiche, incluse quelle riformatrici. Per questo credo che sarebbe più utile una variazione lessicale e il parlare non di centro, ma di centralità. Anche se mi rendo conto che la politica – soprattutto il circo mediatico che la preme e le fa da contorno – impone il proprio linguaggio e, soprattutto, sia caratterizzata oggi dalla smania della semplificazione.

Centralità come capacità di analisi e di proposta

Centralità non è uno spazio politico, bensì indica ed assume una funzione: la capacità di leggere la complessità del mondo contemporaneo e di proporre soluzioni concrete ai problemi reali delle persone in cui ci si possa riconoscere gran parte del Paese.

Non viviamo in una società polarizzata, come spesso si ripete: viviamo in una società polverizzata. Frammentata, disarticolata, ignorata da un sistema politico che non riesce più a confrontarsi con la complessità propria dei giorni nostri, determinata dai grandi mutamenti che l’intero mondo sta affrontando sul piano tecnologico, sociale, culturale ed umano.

La frattura tra Paese reale e Paese legale

L’inadeguatezza delle risposte, fa emergere in maniera sempre più pronunciata – e per certi versi incontrollata – la frattura tra Paese reale e Paese legale. Un fenomeno reso evidente dall’astensionismo elettorale, che però non è l’unico elemento a dirci di quanto sia mutato il senso di partecipazione civica e di coinvolgimento sociale. Frattura, peraltro, che non riguarda più solamente i regimi totalitari o le società “verticistiche”, perché sta pervadendo quel che noi chiamiamo – con una certa semplificazione – Occidente.

E ciò costituisce una delle conseguenze della polverizzazione sociale e civile che sarebbe un errore considerare un fenomeno spontaneo ed inevitabile. Per quanto riguarda più segnatamente l’Italia, la polverizzazione di cui parliamo, è stata accelerata da fattori interni ed esterni che hanno colpito il nostro Paese proprio nel momento in cui diventava la quarta potenza industriale del mondo. Un passaggio storico –  agli inizi dell’ultimo decennio del secolo scorso – che, paradossalmente, non ha coinciso con il rafforzamento della democrazia. In quello stesso periodo, infatti,  si è introdotto un sistema elettorale in grado di proiettarci progressivamente, e in maniera artificiale, verso un progressivo bipolarismo rigido, con un obiettivo implicito: distruggere quel centro – quello sì che c’era! – che per cinquant’anni aveva garantito crescita, stabilità e coesione sociale.

Una crescita cui avevano contribuito anche il legame forte tra rappresentati e rappresentanti, e quello tra potere decisionale e dinamiche sociali e territoriali. È qui che nasce la crisi della partecipazione cui non si può provare a rispondere abbandonandosi alla nostalgia di formule politiche del passato.

Una centralità trasformativa, non “di centro”

Se vogliamo ricostruire un rapporto tra cittadini e politica, non basta evocare il centro come categoria identitaria. Serve creare una coalizione centrale, una centralità trasformativa, in grado di assicurare l’esistenza ed il consolidamento di un nuovo baricentro del sistema politico e sociale. Una coalizione in grado di rimettere la società civile al centro della gestione della cosa pubblica; di ricostruire, dunque, forme nuove di partecipazione;  di elaborare un progetto organico, realistico e costruttivo per il Paese, affrontando, finalmente, la complessità senza abbandonandosi a semplificazioni ideologiche ed esprimendo una capacità programmatica.

Tornare alla società reale e alle sue richieste

Il nostro riferimento è quello a don Sturzo, a De Gasperi e a Moro, non per una ragione nostalgica, ma perché nel retroterra del popolarismo  si trova ancora intatta l’attenzione alla società reale, oggi dispersa, sfiduciata, disillusa.

Nonostante ci sia chi voglia ignorarlo, è forte nel Paese – che avverte più della politica le carenze del momento – la richiesta di una cultura dell’uguaglianza, della solidarietà, della sussidiarietà e della responsabilità. Esiste, dunque, un’attesa di trasformazione che non si perde dietro ad un “moderatismo di equilibrio”, ma che richiede una organica visione del futuro.

In conclusione, non dobbiamo rincorrere un centro vuoto che, alla fine, non sia in grado di tenere insieme complessità, giustizia sociale e visione del Paese.

Giancarlo Infante