Tante le vittime per il caso Garlasco e lo sconcertante spettacolo dato da politica, televisioni e giornali. Così, la vittima più importante è proprio l’immagine di un Paese fornito dalla sua politica e dal sistema della comunicazione. Poi altri i colpiti duramente: gli attori diretti e quelli indiretti, come tutte le famiglie coinvolte. E potremmo pure scoprire che un’altra di queste vittime possa essere Alberto Stasi già condannato e in carcere, secondo alcuni senza meritarlo. E poi, ancora, l’immagine di criminologhe e criminologi che impazzano impunemente. Invece di fornirci dati scientifici e razionali ci danno l’impressione di essere davvero parte della vicenda per motivi più o meno confessabili. Alla fine, anche noi tutti, spettatori forzati nostro malgrado: ci ritroviamo travolti da un sistema politico- mediatico che nessuno intende rivedere.
Paradossalmente, arrivo a sostenere che, per alcuni versi, la Giustizia ed il sistema investigativo ne escono meglio perché confermano le capacità di revisione e il tentativo di scoprire la verità, anche a distanza di tanto tempo, senza alcun timore reverenziale nei confronti di chi prima ha condotto indagini ed ha giudicato. Non esiste il mondo perfetto e la Giustizia non può che procedere con le sue lente ruote che, però, alla fine arrivano – o cercano di arrivare – anche se hanno dovuto cambiare percorso.
Il caso Garlasco è diventato anche quello che vediamo perché era partito da lontano con un eccesso di morbosità giornalistica. Infarcito pure dal fatto che un magistrato si ritrova indagato per come ha condotto – o non ha condotto – le indagini a suo tempo. E, poi, con l’arrivo della Legge sulla separazione delle carriere dei magistrati ed il Referendum si è progressivamente andati oltre il fatto giudiziario – giornalistico per farlo diventare un vero e proprio caso politico. Perché l’obiettivo era dimostrare una cosa ovvia, e cioè che la Giustizia può sbagliare. Non è un caso se abbiamo tre gradi di giudizio e che si può, persino, adire la Corte Europea.
Nel nostro Paese tutto finisce per diventare un surrogato perverso della politica, travolgendo ciò che dovrebbe restare neutro e razionale. Ogni vicenda giudiziaria si trasforma in terreno di scontro, dove si è innocentisti o colpevolisti non per convinzione, ma per convenienza. L’obiettivo, alla fine, resta sempre lo stesso: la magistratura, bersaglio di polemiche e sospetti, come se fosse un potere da ridimensionare più che da considerare nella naturale, fallace dimensione umana. Perché la perfezione non esiste, né nei tribunali né altrove. Gli strumenti degli inquirenti si evolvono, le indagini si affinano, ma tutto ciò, paradossalmente, fa mancare un’analisi fredda e spassionata: prevale il tifo, la logica delle bande, la semplificazione politica. E’ troppo accettare che l’errore possa far parte del metodo.
Il caso Garlasco è diventato l’emblema di questo meccanismo. La cronaca si è trasformata ancora una volta in fiction e la giustizia in intrattenimento televisivo. Perché, spesso, anche chi è in buona fede, non accetta che la verità processuale – come quella politica, del resto, e persino quella della nostra vita quotidiana – non sia mai definitiva, ma sempre verificabile. E sempre da verificare, costi quel che costi.
Giancarlo Infante