I partiti e il deserto della politica – di Domenico Galbiati

I partiti e il deserto della politica – di Domenico Galbiati

Nell’articolo di fondo del “Corriere” di ieri l’altro, Sabino Cassese si chiede cosa stia succedendo al sistema politico italiano e come si vada trasformando la politica nel nostro Paese. Rileva come l’astensionismo sia talmente alto da consentire che un governo possa ottenere la fiducia in Parlamento pur disponendo di poco più di un quarto dei voti dell’ elettorato. Passa poi in rassegna quattro fattori che, a suo avviso, sono probabilmente le cause più rilevanti di tale condizione. Fa riferimento, anzitutto, alla “debolezza dell’ offerta politica” ed alla “scarsa fiducia degli elettori nei confronti dei partiti”.

Questi ultimi sono, peraltro, “agenti collettivi sempre più ristretti”, dotati di un “debole vincolo associativo” e ridotti a “sparuti gruppi oligarchici”. Inoltre – sostiene il Prof. Cassese – i partiti hanno smarrito il loro “solido radicamento territoriale e sociale” e sono privi di una “stabilità della struttura” perché la loro “vita interna è pressoché inesistente”. Non ci sono più giornali di partito, né si celebrano congressi. Infine, osserva ancora Sabino Cassese, “i temi evocati ed agitati sono quelli dell’ immediato, mentre la collettività si interroga sul futuro”. “Attraverso i media penetrano nello spazio pubblico solo i battibecchi” e la “presidenzializzazione” delle Regioni ha ridotto il peso degli organi rappresentativi collegiali”. In definitiva, l’insieme di questi fattori ha condotto alla “desertificazione della politica”.

Insomma, dopo decenni di antipolitica e di “damnatio” dei partiti – ci dice autorevolmente il Prof. Cassese – il punto della questione torna lì, alla natura, alla responsabilità, al funzionamento, al ruolo dei partiti, attori del discorso pubblico di cui la democrazia non può fare a meno, protagonisti della mediazione tra corpi intermedi della società civile ed istituzioni, luogo di una composizione virtuosa della miriade degli interessi settoriali, nell’ interesse generale del Paese.

In poche parole, dei partiti non si può fare a meno. Se vengono meno i partiti, la democrazia inaridisce. A questo punto si impongono due domande. Anzitutto, i fattori citati da Cassese sono il motivo originario della crisi delle forze politiche oppure sono, a loro volta, l’effetto di una ragione più profonda che ne rappresenta la radice comune? E’ possibile, cioè, in questo caso, ottenere la “reductio ad un unum”, ricondurre una pluralità di fenomeni ad un unico e comune principio esplicativo che ne dia una comprensione più chiara e più matura?

In secondo luogo, di quali partiti parliamo? Di quelli di ieri, di quelli di oggi, di quello che un partito dovrebbe essere per interpretare efficacemente il ruolo che ad esso attribuisce Sabino Cassese, in questa fase particolare della vicenda umana? Per quanto concerne il primo quesito, si potrebbero avanzare diverse ipotesi, ma la più plausibile sembra essere questa.

Siamo usciti di soppiatto dalla “modernità”, abbiamo abbandonato questa sponda del fiume della storia e stiamo faticosamente attraversando un guado, senonché, sospinti dalla furia delle acque, non sappiamo quale approdo ci attenda, ammesso che vi possiamo giungere, sull’ altra sponda. La “modernità” ha significato fede piena ed incondizionato nella ragione e nell’ineluttabile, necessario avanzamento di un progresso che quasi si fa da sé, incontrovertibile, perché iscritto nell’ordine naturale delle cose, dovuto ad una inappellabile ragione intrinseca alla storia. Ne conseguiva la convinzione che potessimo orgogliosamente domare l’onda degli eventi ed, infine, dirigerne il corso

Abbiamo vissuto, insomma, nella bolla di una concezione idealistica che gli accadimenti drammatici del secolo scorso si sono fatti carico di far esplodere, riconducendoci ad una percezione cruda e realistica di un mondo che, a questo punto, va da sé e trascende ogni nostra pretesa di guida e di controllo del decorso degli eventi. E’ come se, anziché stare nello spessore dell’ onda montante della storia, potessimo, tutt’al più, cercare di mantenerci in equilibrio sulla sua cresta spumeggiante, senza sapere dove ci condurrà a spiaggiare.

In poche parole, siamo inquieti, insicuri, intristiti, chiusi sulla difensiva, accidiosi e ripiegati, ciascuno, sul proprio ”io”, come se fossimo costantemente minacciati nella ragione stessa del nostro esistere, intimoriti da chiunque, essendo “diverso” mette in discussione i nostri presunti, consolidati equilibri, costretti a ricercare, senza posa, il capro espiatorio da sacrificare alla nostra incontenibile ansia. La crisi della politica – e dei partiti che ne sono il tramite – è anzitutto, dovuta al fatto che non crediamo più in noi stessi, nella potenza esaustiva della nostra ragione, in quelle facoltà intellettive, che, non a caso, ci sembrano destinate ad essere supplite da un artefatto, che chiamiamo “Intelligenza Artificiale”.

Che senso ha farci carico della politica se non possiamo fare altro che constatarne l’impotenza, se, tutt’al più, non ci resta che affidarci al potere insondabile e, di fatto, alieno ed alienante di una “tecnica” che si autoalimenta, cresce da sé su di sé e, in definitiva, traccia e chiude l’orizzonte del nostro destino? Detto altrimenti, la crisi dei partiti non ha nulla di banale ed è, al contrario, un “caso serio”, da cui si può risalire al fondamento delle difficoltà in cui versiamo. Anzi, dal momento che tutto si tiene, potremmo osare un ulteriore affondo e giungere alla sorgente di ultima istanza dello smarrimento che aleggia sul nostro tempo.

Ci siamo illusi di bastare a noi stessi, secondo la postura di un antropocentrismo condotto fino in fondo. Ci siamo accorti che non funziona, ma fatichiamo ad ammetterlo a noi stessi. Il guaio è che abbiamo smarrito, come su queste pagine è già stato osservato in altre occasioni, quella dimensione della “trascendenza” – che, beninteso, non è necessariamente connessa ad una concezione religiosa della vita, ma è di tutti e di ciascuno – originaria e fondativa della nostra umanità, senza della quale la vita si accartoccia su di sé. E questo vale anche per la politica che soffoca nella gabbia di un “presentismo” che la inchioda al contingente e la allontana dall’ attitudine a pensare secondo linee, traiettorie e prospettive di lungo termine, come anche Cassese constata e lamenta. In quanto, a forma e ruolo dei partiti, è necessario tornarci su in altra occasione.

Domenico Galbiati