I curdi: “no grazie!”. Trump deve farsi da solo l’invasione di terra – di Giancarlo Infante
E’ stato un brutto colpo per Donald Trump sentirsi dire dai curdi “no, grazie: abbiamo già dato”. Avrebbero dovuto fare quello che non possono fare in maniera massiccia gli israeliani e che gli americani americani temono come un calice amaro: scendere sul terreno iraniano. Cosa che, forse, potrebbe essere l’unica ad assicurare quel cambio di regime chiesto da Trump sul modello venezuelano.
I curdi gli hanno detto di no
Ora, noi non siamo nelle segrete stanze né della Casa Bianca né di quelle del Governo israeliano. Ma la lettura delle notizie ufficiali ci dice che l’abbandono dell’ipotesi dell’invasione di terra è stata immediato non appena il leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) iracheno, Masoud Barzani, ha risposto che le principali organizzazioni curde che contano non hanno alcuna intenzione di farsi trascinare in guerra. Non sono mercenari! E, così, come la volpe con l’uva che non riesce ad afferrare, il Presidente Usa ha detto che l’invasione non interessava più. Poi, ha ripreso con il tira e molla: potremo farla! No, è escluso!
Sembra davvero strano che a Trump ed ai suoi collaboratori sia sfuggita tutta l’evoluzione dei curdi nel corso degli ultimi anni e, in particolare, nel 2025. Con l’invito di Barzani alle altre formazioni alla ricerca del loro Kurdistan, e sparse in tutta la regione mediorientale ad aprirsi, al dialogo con uno dei loro nemici di sempre, cioè la Turchia di Erdogan. E con il cambio di linea di Abdullah Öcalan, il Mandela dei curdi turchi, imprigionato da 26 anni in una prigione di massima sicurezza. Öcalan ha sollecitato il suo Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ad abbandonare la lotta armata. Un cambio di linea eccezionale che si spiega con quello che i curdi hanno vissuto come un “tradimento” da parte americana, israeliana ed europea. Dopo essere stati i principali combattenti contro l’Isis non si sono visti riconosciuto il diritto ad avere un proprio stato indipendente, cosa che costituisce la loro massima aspirazione da secoli.
Gli israeliani – che tra l’altro sono troppo pochi per illudersi di invadere l’Iran – non possono sguarnire minimamente le loro forze in casa propria, nella Cisgiordania e a Gaza. Soprattutto ora che stanno invadendo il Libano nel silenzio generale anche degli europei e del Governo italiano. E probabilmente si trovano impreparati di fronte al fatto che il loro intervento sta unendo sunniti, curdi, sciti e molti cristiani. Qui si misura un altro elemento che fa parte della vicenda, ma su cui Trump sorvola, sbagliando: il vissuto dei popoli rispetto a quello dei loro governi. Chissà che anche la minaccia dell’Indonesia di ritirarsi dal Board of peace per Gaza, se il surrettizio organismo creato da Trump non porterà benefici al popolo palestinese, non debba essere letta come il frutto di un forte condizionamento popolare nel paese musulmano più grande al mondo, ma tanto lontano dal fronte. La linea rossa dei massacri è stata oltrepassata, e di molto, e i governanti di tutta l’area che va dal Mediterraneo al lontano sud est asiatico non possono non tenere conto delle reazioni dei musulmani di qualunque fede essi siano dopo il tanto sangue versato a Gaza e nella Cisgiordania, prima, e in Iran e nel Libano, adesso.
Per la parte sua, Trump non può permettersi un morto di troppo. E ai sei che ha già dovuto accogliere ieri di ritorno dal Kuwait non può farne aggiungere altri. Sarebbe difficile da spiegare a quel 75 % di americani assolutamente contrari alla guerra.
Il primo presidente a fare una guerra senza avere gli americani dietro, e la sudditanza da Israele
Si è infilato da solo in una situazione davvero imbarazzante perché, come ricorda The New York Times, egli è il primo presidente dei tempi moderni a cominciare una guerra senza il consenso degli americani (CLICCA QUI). Crescono, infatti, gli statunitensi che non capiscono e non accettano quella che, oramai, è considerata una vera e propria sudditanza verso Israele. Emerge dalle cose più grandi e da quelle più piccole. Se n’è fatto interprete – citando un elemento curioso, ma indicativo – anche Steve Roddy della University of San Francisco California, Università dei gesuiti di San Francisco, e sede dell’istituto Matteo Ricci, notando come in un suo discorso Trump abbia fatto esattamente il copia e incolla di una dichiarazione di Netanyahu: “È tempo che tutto il popolo iraniano – persiani, curdi, azeri, baluci e akhvakh – si liberi del peso della tirannia e crei un Iran libero e in cerca di pace”. Peccato che gli Akhvakh vivano in Russia e non in Iran e che gli israeliani abbiano poi espunto questo dettaglio dal resoconto della dichiarazione del loro Primo ministro, mentre gli “asini” della Casa Bianca non l’hanno fatto. Forse il Gabinetto di Netanyahu non ha neppure ritenuto importante informare della errata corrige…
Così, il professor Roddy scrive: “Inutile dire che le prove del controllo israeliano sull’intero governo degli Stati Uniti diventano più numerose ogni giorno che passa”. E la sua domanda conclusiva è: “come possono Germania, Francia e Regno Unito tollerare una cosa del genere? Per me è un mistero”.
La questione è connessa con quanto abbiamo scritto sopra ed è più importante di quanto non possa sembrare. Perché i repubblicani sono in rivolta e la base Maga si sente “tradita”. Alcuni dei suoi esponenti sfidano persino il rischio di passare per “antisemiti” e si chiedono se valga la pena di continuare a spendere per le guerre di Israele. Trump deve allora chiudere in fretta il capitolo iraniano. Per questo aveva pensato ai “mercenari” curdi perché gli unici in grado di avviare già adesso una campagna terrestre di un qualche spessore appoggiata dal cielo dai missili e dai jet a stelle e strisce e da quelli con la Stella di Davide.
Adesso, Trump ha disposto l’invio di una terza portaerei per colpire l’Iran, ma sembra evidente che nessuno possa scommettere sul raggiungimento dell’obiettivo principale che è quello del “regime change” continuando solo con i bombardamenti. L’unico successo in grado di farlo apparire vittorioso e “nel giusto” nell’avventura in cui si è cacciato, a dispetto di tutte le assicurazioni che continuava a dare prima, durante e dopo la sua campagna elettorale.
Putin e la matassa che si aggroviglia sempre di più
Bisogna chiedersi, inoltre, se l’allungarsi della campagna iraniana non finirà per complicare, invece di favorire, il suo piano di accontentare Putin sull’Ucraina ed intestarsi, così, anche il successo della fine del conflitto in terra europea. E’ evidente, infatti, che Zelensky è entrato in guerra pure con l’Iran. Dal suo punto di vista, cosa del tutto naturale visto il sostegno che il paese del Golfo ha dato a Putin rifornendolo a man bassa di droni utilizzati per martoriare la terra e la popolazione ucraina. La matassa intrecciata delle diverse partite affrontate con una certa disinvoltura da Trump rischia, allora, di aggrovigliarsi ancora di più invece di dipanarsi, come confermano le voci che i russi stiano supportando Teheran, anche se ufficialmente la cosa è stata smentita dal portavoce di Putin, e lo stesso Trump si è precipitato ad “assolvere” Mosca.
D’altro canto, l’Iran potrebbe sempre più interessata ad internazionalizzare il conflitto. Almeno, questo è il messaggio che giunge dai missili e dai droni indirizzati verso tutti i vicini del Golfo – ad eccezione dell’Oman – su Cipro e sull’Azerbaigian. Anche se in questi due ultimi casi è evidente il messaggio: non ospitate militari israeliani e non prestatevi a divenire loro basi operative.
Oltre a seminare il panico in tutta la Penisola arabica, un risultato immediato gli Ayatollah lo hanno avuto nello Stretto di Hormuz dove migliaia di navi hanno smesso di navigare senza il bisogno di affondarne o danneggiarne un numero eccessivo. C’hanno pensato le compagnie di assicurazione che, in questo contesto, non sono disponibili a pagare gli ingenti danni: meglio che le navi si fermino. Secondo alcune stime le 1500 imbarcazioni forzatamente alla fonda varrebbero un affare da oltre 25 miliardi di dollari: la finanziaria fatta da Giorgia Meloni e da Giancarlo Giorgetti quest’anno. E così Teheran non può neppure essere accusato di provocare il collasso dell’economia mondiale che si paventa e che non è affatto da escludere.
Come accaduto per Putin quattro anni fa, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, tutti aspettano che l’Iran finisca le munizioni, cioè i missili e i droni. Ma c’è da sospettare che anche Teheran si sia preparata da tempo per quella che probabilmente diventerà una corsa contro il tempo con Trump: saranno prima gli americani e l’economia mondiale a dirgli di smetterla o sarà lui che potrà tornare vincitore dal Golfo Persico?
Non si sa chi stia facendo la scommessa più grossa e, soprattutto, vincente. Di sicuro, c’andiamo di mezzo noi europei. E non solo alle stazioni di servizio di benzina e di gas.
Giancarlo Infante
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