I colloqui in Pakistan: già tanto se continueranno
Il Pakistan è riuscito a riunire Stati Uniti e Iran per una serie di colloqui che iniziano sabato. L’obiettivo dichiarato non è una pace immediata, ma un risultato “realistico e modesto”: mantenere vivo il dialogo per consolidare la fragile tregua di due settimane.
Gli USA schierano il vicepresidente JD Vance e gli immancabili Jared Kushner e Steve Witkoff. L’Iran, pur non avendo ancora confermato ufficialmente, dovrebbe inviare il ministro degli Esteri Araghchi e il presidente del Parlamento Ghalibaf.
Seguendo il modello degli Accordi di Ginevra del 1988, le delegazioni non si incontreranno faccia a faccia. Siederanno in stanze separate all’Hotel Serena, con i funzionari pakistani che faranno da spola per scambiare i messaggi.
Gli incontro non si presentano affatto in discesa per il permanere di una enorme distanza tra le parti sui punti che ciascuna ritiene cruciale. In più, Israele non cessa di bombardare il Libano per colpire gli Hezbollah, un’organizzazione politica e militare che rappresenta gli sciiti libanesi e che costituisce ancora una forza in grado di combattere gli israeliani. La posizione di Teheran, disponibile persino a far saltare la tregua di due settimane, è ferma su questo punto: Netanyahu deve fare entrare anche la sua operazione in Libano nel cessate il fuoco.
Se gli americani sono interessati, nell’immediato, soprattutto a ridurre le loro pretese alla riapertura dello Stretto di Hormuz, visto che la conseguente crisi economica mondiale scatenata dal blocco di questo tratto di mare fondamentale per assicurare la consegna di circa il 20% del petrolio mondiale estratto dai paesi del Golfo e dei fosfati, l’Iran ha un lungo elenco di richieste. Tra queste quello dello svincolo dei beni sequestrati a seguito del decennale embargo che ha prostrato l’economia del paese e delle compensazioni per una guerra che ha provocato dei danni enormi.
Le perdite economiche sono stimate tra i 140 e i 145 miliardi di dollari. Oltre 125.000 sono le strutture non militari danneggiate, tra cui 100.000 unità abitative e 23.500 attività commerciali. Colpite 339 strutture mediche (ospedali, pronto soccorso, laboratori) e quasi 900 centri educativi (32 università e 857 scuole). Distrutte o danneggiate anche 43 ambulanze. Colpiti 15 siti infrastrutturali strategici, 5 depositi di carburante, aeroporti e aerei civili. Per non parlare, poi, dei colpi subiti dall’apparato e dalle infrastrutture militari.
Ma sullo sfondo resta la questione della sistemazione dell’intera regione. Non è un caso se Donald Trump, che alterna frasi di apertura a quelle di minacce, ha ancora una volta parlato del “reset” regionale. E a questo proposito, la Bbc ha pubblicato una riflessione di Jeremy Bowen (CLICCA QUI), secondo il quale nonostante l’odio reciproco, entrambi gli attori hanno urgenze interne che spingono verso il cessate il fuoco:
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Stati Uniti (Donald Trump): Il Presidente ha bisogno di chiudere il capitolo bellico per ragioni di immagine ed elettorali. In vista delle elezioni di medio termine (novembre), dei vertici internazionali (Xi Jinping a maggio) e della visita di Re Carlo, Trump deve riportare i prezzi della benzina ai livelli pre-bellici e stabilizzare l’economia.
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Iran: Sebbene il regime ostenti resilienza e capacità di attacco, il Paese è in uno stallo economico critico a causa dei danni ingenti. Teheran ha bisogno di tempo per riorganizzarsi e cerca di usare i colloqui per rompere l’isolamento e rafforzare la propria posizione negoziale.
Ma il percorso verso la pace è minato da fattori strutturali e contingenze recenti:
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Mancanza di fiducia: Non esiste un terreno comune. I piani presentati dalle due parti sono speculari e inconciliabili: il piano USA (15 punti) appare come una richiesta di resa, mentre quello iraniano (10 punti) contiene pretese già respinte in passato da Washington.
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Il fattore Israele: L’intensificarsi dell’offensiva israeliana in Libano complica le trattative, agendo come una variabile che sfugge al controllo diretto del tavolo di Islamabad.
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Lo Stretto di Hormuz: La riapertura di questa via marittima vitale è il nodo centrale. L’Iran la usa come leva per influenzare l’economia mondiale, mentre per gli USA la sua riapertura è una condizione imprescindibile.
L’errore di valutazione di Trump
L’articolo evidenzia il fallimento della strategia iniziale americana:
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Trump si aspettava un “collasso lampo” del regime simile a quello ottenuto in Venezuela con Maduro.
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L’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei (28 febbraio) e della sua famiglia non ha provocato il crollo della teocrazia. Nonostante l’incertezza sulle condizioni del successore, il figlio Mojtaba, il regime ha dimostrato una resilienza inaspettata che ha costretto gli americani al tavolo delle trattative.
Conclusione
In questo clima di guerra e sospetto, gli analisti ritengono che anche una semplice “dichiarazione di intenti” per mantenere ferma la tregua — pur senza risolvere i problemi di fondo — sarebbe già un successo. In caso contrario, il ritorno alle ostilità appare inevitabile.









