Guerra all’Iran: pandemia senza virus e “nuova geografia del rischio”

Guerra all’Iran: pandemia senza virus e “nuova geografia del rischio”

La guerra fra Stati Uniti‑Israele e Iran sta diventando una guerra mondiale dell’energia. Il risultato immediato è un rialzo vertiginoso del prezzo del greggio — oltre 100 dollari al barile — e un nuovo clima di incertezza economica globale. Ma la questione non riguarda soltanto l’inflazione : è l’intero sistema energetico mondiale a entrare in quella che Mauro Bottarelli (CLICCA QUI) definisce “una pandemia senza virus” : un blocco logistico e produttivo simile a quello del Covid‑19, dove il contagio non è biologico ma finanziario e industriale.

Divergenza narrativa e realtà economica

Da un lato – il fronte politico e militare – Trump insiste sull’idea che gli Stati Uniti “vincono e fanno soldi”; dall’altro – i dati – mostrano catene logistiche interrotte, crescita rallentata, famiglie in ansia. E c’è chi fa notare che Washington e Wall Street viaggiano in direzioni opposte: la finanza americana lucra sulla crisi dell’energia, mentre le famiglie pagano il conto del distributore.

L’effetto macroeconomico negli Stati Uniti

Come spiega Ben Casselman – il principale esperto di economia de The New York Times – l’economia americana rimane formalmente robusta, ma l’aumento dei carburanti e dei costi alimentari rischia di tradursi in una “recessione dei poveri” : inflazione localizzata, mutui più alti e salari stagnanti. Il prezzo dell’energia agisce come tassa occulta sui consumatori, erodendo la fiducia in un momento in cui la Fed esita a tagliare i tassi. Il tutto, mentre la Casa Bianca osserva la benzina salire di un dollaro al gallone e l’indice di fiducia precipitare, proprio alla vigilia delle elezioni di medio termine. Gli analisti della Federal Reserve – la banca centrale americana – stimano un impatto aritmeticamente modesto sul Pil, ma culturalmente devastante : l’aumento della benzina è il simbolo visibile del caro‑vita, un promemoria quotidiano della guerra.

Il blocco delle rotte energetiche globali e la “nuova geografia del rischio”

Il New York Times ha illustrato, con mappe ed immagini satellitari, quella che si può definire la “nuova geografia del rischio”:

  • Stretto di Hormuz, dove transita circa il 20 % del petrolio mondiale;
  • Impianto di South Pars in Iran e in generale la cintura dei giacimenti nel Golfo;
  • gli oleodotti sauditi East‑West e le raffinerie del Qatar colpite nei raid.

Gli attacchi e le contromisure hanno prodotto una frammentazione delle vie di approvvigionamento: il traffico navale ridotto, il trasferimento di parte dei flussi verso l’energia russa e cinese, il ritorno all’uso massiccio di carbone in Asia.
Il giornale parla di “una rete globale di vulnerabilità energetica” : ogni bomba o sabotaggio in Medio Oriente si riflette sui mercati di New York e Shanghai in tempo reale.

Mauro Bottarelli analizza il fenomeno con taglio finanziario. Secondo lui:

  • il petrolio non è generatore d’inflazione, ma di stallo sistemico : l’economia cade in una forma di “paralisi da energia”.
  • gli Stati Uniti, oggi esportatori netti, guadagnano profitti record (oltre 160 miliardi di free cash flow annuale per le compagnie oil) pur essendo al centro del conflitto.
  • Il governo americano, pur invocando la libertà dei commerci, beneficia di un greggio caro che favorisce il settore domestico e l’industria bellica.
  • Allo stesso tempo, sostiene, si starebbe gonfiando una bolla speculativa sui fondi ETF del settore energetico : operatori “retail” attratti dal rally del petrolio, mentre i grandi investitori aprono posizioni ribassiste.
    È “un copione già visto”, dice : un boom costruito a tavolino, come quello dei metalli preziosi, destinato a esplodere quando i mercati realizzeranno che il blocco di Hormuz è più mediatico che reale.

Una crisi senza virus ma con gli stessi sintomi di una pandemia globale

In sostanza, si può parlare di una pandemia senza virus, ma con gli stessi sintomi di una pandemia globale a causa di una serie di fattori su cui convergono tutte le analisi condotte nel mondo.

1. La guerra con l’Iran ha spostato il baricentro della crisi dall’aspetto militare a quello energetico‑finanziario.
2. Il petrolio a tre cifre funziona come nuovo strumento di controllo geopolitico: arricchisce i produttori e paralizza le economie dipendenti.
3. Dietro la retorica della “difesa della libertà dei mercati” si muove un gioco di potere economico tra superpotenze e lobby petrolifere.
4. L’effetto pratico, come scrive Casselman, è che gli americani “vedono ogni giorno il prezzo del loro disagio in numeri giganti lungo l’autostrada”.

E, allora, questa crisi con gli stessi sintomi di una pandemia globale – paura, disuguaglianza e dipendenza – è caratterizzata da un contagio fatto di instabilità dell’energia e dalla fede cieca nel petrolio come strumento di potere.

L’economia americana di fronte alla guerra con l’Iran

Negli ultimi anni l’economia statunitense ha mostrato una sorprendente resilienza: ha superato pandemia, inflazione e dazi. Ma per gran parte degli americani questo periodo significa soprattutto frustrazione e insicurezza, e la guerra con l’Iran rischia di amplificare il malessere.

Il prezzo del petrolio, salito oltre 100 dollari al barile, spingerà tutti gli indicatori nella direzione sbagliata: più inflazione, crescita minore, disoccupazione più alta. Se il conflitto durerà a lungo o i prezzi dell’energia continueranno a salire, le ricadute peggioreranno. Per ora la Federal Reserve stima un impatto modesto (pochi decimi di punto di Pil) e ha lasciato invariati i tassi. Il presidente Jerome Powell ha ricordato che l’economia ha spesso smentito i pronostici negativi, ma l’ottimismo delle autorità non è condiviso dai cittadini.

Inflazione e costi in aumento

La guerra arriva proprio mentre gli effetti dei dazi di Trump cominciavano a svanire. La benzina è rincarata di circa 1 dollaro al gallone, e il trend è ancora in salita: carburanti, cibo, elettricità e mutui più cari rischiano di vanificare i miglioramenti degli ultimi mesi. Molte famiglie hanno debiti in aumento e risparmi in calo; il mercato del lavoro si sta indebolendo, riducendo la capacità contrattuale dei lavoratori.

Maurice Obstfeld, ex capo economista del FMI, avverte che «l’aumento dei prezzi è pervasivo: per chi era già in difficoltà economica può essere un colpo pesante». I bassi redditi sono infatti i più esposti, dedicando una parte maggiore del bilancio all’energia.

I riflessi macroeconomici

L’America oggi non è vulnerabile come negli anni ’70: è il principale produttore mondiale di petrolio e i propri consumi sono più efficienti. Il danno previsto al Pil per il trimestre resterebbe sotto lo 0,5 %. Solo se il petrolio arrivasse stabilmente a 200 dollari al barile si parlerebbe di recessione.

L’effetto è duplice:

  • profitti e occupazione in crescita per le compagnie energetiche,
  • costi maggiori per trasporti, agricoltura e industria, che dovranno trasferirli ai consumatori o ridurre i margini.

Il gasolio ha superato i  cinque dollari al gallone; il cherosene costa oltre il 50 % in più. Anche i fertilizzanti e il gas naturale rincarano, minacciando nuove impennate dei prezzi alimentari. Le associazioni agricole chiedono aiuti federali per compensare i maggiori costi.

La spesa dei consumatori sotto pressione

Sebbene la benzina pesi “solo” per il 3 % della spesa media, è un costo inevitabile: non si può smettere di andare al lavoro o a scuola. Chi spende di più per il carburante taglierà altri consumi – ristoranti, viaggi, acquisti non essenziali – alimentando un rallentamento più ampio.

Un’analisi dell’Università di Stanford mostra che l’aumento dei carburanti cancella i vantaggi dei tagli fiscali introdotti da Trump l’anno scorso. L’impatto sociale sarà dunque asimmetrico: nessuna grande recessione complessiva, ma una “recessione dei poveri” per milioni di famiglie a basso reddito.

Un malessere attraversa gli Usa che vanno verso  e una nuova fase di disuguaglianza

La fiducia dei consumatori è crollata subito dopo l’inizio della guerra. I sondaggi registrano aspettative d’inflazione più alte trasversalmente, senza distinzione politica: gli americani reagiscono ai numeri sui cartelloni dei distributori, non alla politica estera. Rispetto al 2022, quando la benzina esplose dopo l’invasione russa dell’Ucraina, oggi i cittadini sono più stanchi e meno protetti: i salari crescono poco e il potere contrattuale dei lavoratori è svanito. Kayla Bruun, economista di Morning Consult, sintetizza così: “Questa volta tutto il potere è nelle mani dei datori di lavoro. Con i prezzi della benzina in aumento, i consumatori devono tagliare altrove.”

Il fatidico binomio “benzina + guerra” rischia di erodere la percezione di benessere in un’economia che, nei dati ufficiali, resta solida. L’America probabilmente eviterà la recessione, ma vede profilarsi una nuova fase di disuguaglianza e insoddisfazione, dove la resistenza macroeconomica del Paese si traduce per molti cittadini in una fragilità quotidiana fatta di bollette e paura del futuro.