Gli stretti e i calcoli di Trump

Gli stretti e i calcoli di Trump

Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa, ha recentemente pubblicato su www.altraeconomia.it un articolo dal titolo “Geopolitica del caos: il piano (disperato) di Trump per incendiare l’economia mondiale”

L’autore esamina la delicata questione degli stretti navali nel mondo da cui passano gran parte dei prodotti mondiali e il cui blocco può provocare il collasso dell’intera economia mondiale. Questa la sintesi.

Chiusura degli stretti strategici

    • Oltre allo Stretto di Hormuz, anche il Bab el-Mandeb (snodo verso il Canale di Suez) rischia di essere bloccato.
    • Ciò paralizzerebbe il traffico marittimo mondiale: il 90% del commercio globale viaggia via mare.
    • Con Suez e Hormuz chiusi, l’unica rotta resterebbe Gibilterra, rendendo l’Europa — già priva del gas russo — gravemente vulnerabile.

Ripercussioni sul sistema economico globale

Si prospetta un collasso economico mondiale, con effetti devastanti soprattutto per l’Europa e i paesi del Mediterraneo.

Resterebbe cruciale solo lo Stretto dei Dardanelli per i flussi dal Mar Nero.

Congestione nel Sud-est asiatico

L’unico passaggio ancora operativo sarebbe lo Stretto di Malacca, vitale per la Cina e per il commercio asiatico. Ma l’aumento del traffico e la pirateria ne stanno mettendo a rischio la sicurezza, con ritardi e costi crescenti.

La guerra come disastro economico americano

Secondo l’autore, la guerra voluta da Donald Trump e Israele non è più solo militare ma economica:

      • Trump valuta perfino l’invio di truppe di terra in Iran, aggravando una spesa bellica già insostenibile (4,5 miliardi al giorno).
      • I tassi d’interesse sul debito USA al 5% rischiano di trascinare con sé altri paesi indebitati, come l’Italia.
      • Al contrario, la Russia otterrebbe vantaggi enormi esportando più energia verso la Cina.

L’analisi geopolitica finale

L’autore descrive la “strategia di Trump come la geopolitica dell’egoismo malvagio”: poiché una vittoria militare è impossibile, il presidente americano punterebbe a una crisi globale dell’energia; da questa recessione mondiale gli Stati Uniti, forti della loro produzione energetica interna, spererebbero di uscire meno danneggiati degli altri.

“Ma l’impressione “peggiore” – secondo l’autore – è che la soluzione di Trump alla guerra sia il disastro. Il “presidente Maga” ha intrapreso la guerra in Iran perché la profondità della crisi degli Stati Uniti -con un debito, pubblico e privato, insostenibile, con un dollaro in declino, con una strutturale debolezza produttiva e con un costante disavanzo commerciale- lo ha convinto che la sola strada praticabile fosse quella dell’imperialismo, basata sulla conquista del monopolio energetico in un mondo dipendente ancora molto dai combustibili fossili.

Il Presidente statunitense conosceva le difficoltà di una simile soluzione ma, insieme a Israele, pensava di non trovare troppi ostacoli e così di restaurare l’egemonia in una vasta area geografica e, appunto, di ottenere una nuova credibilità in grado di reggere debito e dollaro, altrimenti spacciati. Ora la guerra è diventata complicatissima e Trump vuole uscirne, a mio parere, con il disastro”.

Conclusione

Se non è possibile una vittoria chiara – sostiene Volpi- nell’ottica di Trump è allora meglio far deflagrare una vera e propria guerra dell’energia destinata a causare una drammatica recessione, da cui “Trump spera che gli Stati Uniti, proprio perché potenza fossile, possano uscire meglio di economie dipendenti dall’energia importata e da merci che devono passare dall’incendiato percorso di Hormuz, Suez, Gibuti e persino dello Stretto di Malacca”.

In conclusione, “un mondo molto più povero, in preda a una crisi economica senza precedenti, dove gli Stati Uniti starebbero meno peggio di altri: per evitare un inesorabile e rapido crollo, gli Stati Uniti scommettono sulla loro capacità di tenuta in un Pianeta in fiamme. La geopolitica dell’egoismo malvagio.