Giorgia Meloni e il Quid – di Domenico Galbiati

Giorgia Meloni e il Quid – di Domenico Galbiati

A suo modo, la politica è veritiera. “Geometrica’” più di quanto comunemente pensiamo. Per quanto in superficie appaia opinabile, contorta e confusa, in realtà risponde a linee di forza sottostanti che, infine, si impongono e rappresentano quel momento di verità che anche alla politica appartiene. Dovrebbe rifletterci Giorgia Meloni che sta pagando il prezzo di un rapporto intessuto con Trump, che, a dispetto della metafora del “ponte”, non ha saputo sostenere, finendo per esserne soverchiata. E’ zittita, come succede in questi giorni, a fronte di eventi che, nella misura in cui intervengono, nello spazio geo-politico del Mediterraneo, interpellano direttamente la responsabilità di un Paese che, del “Mare Nostrum” rappresenta storicamente il cardine e la sentinella.

La gravità degli eventi è tale da ricondurre, al di là degli osanna e delle vanterie, la statura di Giorgia Meloni alla sua vera dimensione. Che abbia o non abbia il “quid”, cioè quella capacità di cogliere la “quintessenza” politica delle cose, di cui, ad esempio, secondo Silvio Berlusconi, era del tutto privo Angelino Alfano? Non è solo questione, come molti sostengono, di subalternità manifesta, ma soprattutto del fatto che quest’ultima derivi da una reale sintonia con Trump in quanto a modo d’intendere il “potere” e le sue modalità di esercizio, ispirate ad un principio di autorità piuttosto che di democrazia.

Come sostenuto in altre occasioni, siamo di fronte ad un processo che nasce prima di Trump e di cui quest’ultimo rappresenta l’effetto e l’icona piuttosto che non la causa o l’origine prima. Infatti Trump, in un certo senso, è, se mai, a sua volta, “agito”, cioè funge da catalizzatore che dà forma allo spirito del tempo, ad un’ atmosfera di umori e di miasmi, di aspirazioni confuse, opinioni sgranate e contorte che non approdano alla dimensione ragionata ed organica di un pensiero, né ad un ragionevole sentimento di speranza e di attesa che riordini e dia senso alla vita pubblica e personale di ciascuno.

Siamo nel pieno di una mutazione radicale e profonda del concerto di “poteri” che reggono le sorti del mondo. Le logiche della finanza, della tecnica, della comunicazione e della stessa scienza intridono il terreno della politica, tradizionalmente intesa come spazio in cui la dinamica delle istituzioni democratiche, si fa carico, attestandola in capo ai popoli, della “sovranità”. La quale, al contrario, giorno per giorno, viene sottratta alla sua vocazione popolare e riassorbita nell’ aura tecnocratica di poteri che, per loro stessa natura, tendono a declinarsi secondo automatismi e criteri inappellabili di necessità intrinseca, secondo illusorie pretese di onnipotenza che dovrebbero appagare il senso di disorientamento in cui viviamo, ma non ce la fanno.

La presunta onnipotenza che le tecno-strutture avocano a sé, nasconde tra le sue pieghe comportamenti arroganti e perfino germi di violenza, che, in un humus adatto, possono trovare occasione di crescita e di sviluppo.

Domenico Galbiati