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Fratelli tutti e Magnifica Humanitas: ma dov’e il popolo cattolico? – di Giancarlo Infante

Fratelli tutti e Magnifica humanitas: la continuità viva del Concilio e la sfida dell’uomo contemporaneo

Quando Papa Francesco pubblicò la “Fratelli tutti”, il mondo si ritrovava già in una stagione di paura. L’Enciclica fu una risposta morale e politica alla crisi globale: un invito a riscoprire la fraternità universale come principio di civiltà. Francesco parlava della fraternità come condizione per la pace, per la giustizia, per la democrazia. È un testo non utopistico che riprende il Concilio Vaticano II — in particolare la “Gaudium et  Spes” — e lo innesta nel  XXI  secolo, dove la solitudine e la competizione minacciano la stessa idea di comunità.

La fraternità, per Francesco, non è un sentimento ma un elemento sociale. È la scelta di costruire ponti invece di muri, di riconoscere l’altro come occasione e ricchezza. In questo senso, “Fratelli tutti” è la traduzione culturale dell’umanesimo conciliare e la premessa di una moderna presenza pubblica dei cattolici.

Magnifica humanitas: la grandezza dell’uomo nell’era digitale

Poco meno di sei anni dopo, Leone XIV parla di magnificenza dell’umano come fondamento etico e culturale. In un mondo dominato e spaventato dalla tecnologia e dall’Intelligenza artificiale, oltre che dal velocizzarsi dei processi cognitivi e produttivi, il Papa americano invita a riscoprire la grandezza dell’uomo come custode della vita e del senso della vita. Una sorta di “neo Umanesimo” che risponde a quel “transumanesimo” intenzionato a sostituire l’essere umano con la macchina.

Papa Leone non si abbandona ad un elogio estetico, perché la sua è una dichiarazione teologica e politica, nel senso più alto e generale del termine perché riguarda tutta la “polis” mondiale: l’umanità è magnifica perché è capace di relazione, di compassione, di intelligenza morale e di discernimento. Leone XIV intreccia fede e modernità, perché esse non sono l’una contro l’altra. A patto che l’uomo resti al centro perché non riducibile ad algoritmo e gli venga restituita tutta intatta la peculiare, esclusiva capacità di portare dentro di sé il senso della libertà e della responsabilità. E’ la condizione perché la rete, la scienza e la globalizzazione diventino davvero strumenti di condivisione e di comunione.

Una Chiesa che abita il mondo

La “Fratelli tutti” e la “Magnifica humanitas” raccontano una Chiesa che non è contro né teme la modernità. Perché è capace di riconoscere la verità anche nei linguaggi della scienza e della cultura, come a suo tempo insegnò Galileo. E le encicliche ci stanno a ricordare che la qualità dell’uomo sta nella capacità di vivere ed elaborare sentimenti, di amare tutto ciò che assurge a fattori di civiltà quando si traduce in solidarietà e in giustizia.

Cosa manca? Il mondo laico cattolico

C’è un paradosso, dunque, che attraversa il cattolicesimo contemporaneo: mai come oggi il magistero della Chiesa è stato così chiaro, così avanzato, così radicalmente umano — e mai come oggi il laicato cattolico appare nella cosa pubblica afono, presentandosi, invece, come popolo che ha smarrito la capacità di trasformare quella visione in fenomeno “politico” e, dunque, in storia.

Nel secolo scorso, soprattutto in Europa e in America Latina, i laici cattolici furono protagonisti della costruzione democratica, ed antropologica, con i loro partiti popolari e democratici cristiani; con le loro riforme sociali e costituzionali; con una rete fittissima di sindacati, di cooperative e di banche locali;  con una cultura politica che teneva insieme etica, lavoro, impresa, diritti sociali, famiglia e pace.

Era la stagione in cui il Pensiero sociale della Chiesa non era un documento da citare, ma un programma da realizzare. La Persona — tutta intera, nella sua dignità, nei suoi bisogni, speranze e nelle sue fragilità — la famiglia, e le altre comunità naturali intermedie erano al centro di un progetto politico che non si lasciava ingabbiare né dal liberismo selvaggio né da quel socialismo altrettanto disumanizzato e disumanizzante come il capitalismo.

Oggi: un magistero forte, un laicato debole

Oggi la Chiesa parla con voce diretta. Denuncia l’indifferenza globale, l’idolatria del mercato, la cultura dello scarto, il predominio della finanziarizzazione incontrollata a danno del lavoro e reclama la grande tradizione umanistica – quella dei credenti e quella dei laici – la centralità della Persona, la necessità di una fraternità concreta. Ma chi traduce tutto questo in politica? La Chiesa parla, ma i cattolici non rispondono. Il Magistero indica una strada, ma nessuno la percorre.

Il laicato cattolico — almeno in Italia — sembra aver perso la propria funzione storica. Il bipolarismo lo ha risucchiato: una parte si è accodata alla destra sovranista, un’altra alla sinistra liberal‑progressista. Entrambe le scelte hanno un tratto comune: la rinuncia alla specificità del pensiero e del patrimonio popolare e cristiano democratico. La cui forza non stava nel presentarsi come “centro” aritmetico, bensì quale idea di una centralità propria della Persona e di un popolo, considerati misura di tutto. E da ciò discendeva tutta una coerente azione politica che si traduceva in autentiche riforme in settori ampi del Paese, in tutti gli ambiti d’interesse economico, sociale e culturale.

Ed anche oggi questo  si rivela quale unica alternativa credibile ai due modelli dominanti costituiti dal sovranismo identitario, che difende alcuni valori etici, ma ignora la Giustizia sociale, e dal progressismo liberal – tecnocratico, che parla di diritti ma trascura le dinamiche reali delle comunità.

Cattolici spettatori, non protagonisti

Rimbomba l’assenza del mondo cattolico, sostanzialmente ridotto al ruolo di spettatore e non di protagonista. In Italia il cattolicesimo politico commenta, discetta, giudica, s’indigna, ma non propone. Si muove dentro i blocchi esistenti invece di crearne di nuovi. Ed anche chi ha creduto nella disseminazione in tutte le altre forze politiche da parte dei cattolici, oggi, dopo oltre 30 anni, deve riconoscere che non c’è più lievito attivo, ma solo il residuo di una parte sempre più limitata che sopravvive nelle correnti formate da altri rivoli. E la realtà ci parla di un gran rifugio nell’astensionismo, Nel quasi analogo disimpegno rappresentato dal cosiddetto “pre -politico”. O, all’opposto, in un eccesso di “partecipazione” alle deteriori dinamiche della politica dei giorni nostri che assume varie forme, sia per quanti sono schierati con l’estrema destra, che oggi governa, sia con la sinistra. Non contano assolutamente nulla, ma l’importante è che ci sia un gruppetto che, a destra, o a sinistra, possa vantare di rappresentare “il mondo cattolico”.

Le domanda che non possiamo evitare, i rimpianti che non possiamo tacere

Ci si deve chiedere, dunque, se esista ancora una realtà laicale – per dirla alla Maritain – capace di trasformare la forza vivificatrice del Vangelo in azione politica e che, quindi, possa ricostruire una presenza pubblica ispirata cristianamente.

Grande è il rischio  che quelle di Francesco e di Leone – in aggiunta a quelle del Concilio – restino parole senza “incarnazione” perché non le fa proprie, con l’azione, un laicato adulto, competente, libero, capace di pensare e di agire. Ed anche i pastori dovrebbero un giorno decidersi ad un profondo esame di coscienza sulle loro specifiche responsabilità per aver spesso disertato questa particolare forma di “catechesi della politica” nel corso della stagione del bipolarismo, perché le cosiddette scuole di formazione politica non sembrano essere servite a molto.

In realtà, la stagione che ancora viviamo, è stata subita ed accettata come un male ineludibile per la mancanza di un monsignor Montini in grado di tenere una fiaccola accesa – come egli fece con la Fuci nel grigio periodo fascista – attorno cui richiamare una generazione di giovani, di lavoratori e di professionisti ad un lavoro di preparazione e di formazione sulle dinamiche reali e concrete della politica odierna, con l’obiettivo di farli diventare attori davvero dei tempi a venire che dovrebbero essere costruiti anche dai cattolici, senza attendere che piovano dal cielo. E bisognerà anche avere la forza di riflettere quanto l’abbandono delle forme di aggregazione nelle parrocchie – là dove cioè esiste una vera comunità naturale – a favore dello sviluppo di forme eccessive di trasversalità, come quelle rappresentate dai cosiddetti “movimenti”, non abbiano aggiunto un altro tassello alla disgregazione di una cultura politica, di una capacità programmatica, di una presenza nei territori.

La crisi che sta vivendo il mondo è senza precedenti. E il Pensiero sociale della Chiesa si riscopre più che mai come una risorsa per l’oggi e per il futuro. Ma ci dev’essere un laicato che lo capisca e lo prenda sul serio, come mai fatto in precedenza, uscendo dal proprio torpore e tornando ad essere coscienza critica e forza creativa, non tifoseria di uno dei due poli. Con l’aggravante da considerare che questi due elementi contrapposti di aggregazione meramente elettorale hanno oramai ben poco da dire al Paese.
Giancarlo Infante