Francia : da “informatique pour tous” a “tout pour l’informatique” – di Edoardo Matteo Infante

Francia : da “informatique pour tous” a “tout pour l’informatique” – di Edoardo Matteo Infante

Da qualche giorno circolano sui social video di relatori invitati nelle università americane che vengono fischiati per aver parlato di Intelligenza Artificiale durante i loro interventi. Sembrerebbe che, almeno negli ambienti accademici statunitensi, l’Intelligenza Artificiale stia perdendo la battaglia dell’opinione pubblica.

In Francia, invece, l’IAè già entrata nelle classi. Non come esperimento marginale o progetto pilota isolato, ma come infrastruttura educativa sostenuta direttamente dallo Stato.

Negli ultimi anni il Governo francese ha accelerato l’integrazione di piattaforme digitali e sistemi di apprendimento adattivo nelle scuole pubbliche. Gli studenti lavorano sempre più spesso su tablet o laptop attraverso moduli personalizzati: esercizi di matematica, lettura o lingue che si adattano automaticamente al livello dell’alunno, monitorano i progressi e forniscono ricompense immediate sotto forma di badge, punteggi, progress bar e notifiche.

Uno dei programmi più diffusi è Lalilo, piattaforma utilizzata soprattutto nelle scuole primarie per l’apprendimento della lettura. Gli alunni svolgono esercizi in autonomia; il software adatta la difficoltà in tempo reale e l’insegnante controlla una dashboard con statistiche e avanzamento individuale.

Nel liceo, invece, il ministero ha sviluppato strumenti come “M.I.A. Seconde”, sistema di “remédiation personnalisée” (Sistema di recupero personalizzato) in francese e matematica. Anche qui la logica è quella dell’apprendimento autonomo guidato da algoritmi: il programma identifica le lacune, propone esercizi mirati e costruisce percorsi personalizzati.

Dietro gli strumenti c’è una strategia molto più ampia

La Francia è oggi uno dei primi grandi paesi europei a tentare una centralizzazione statale dell’IA educativa. Il Governo Macron parla apertamente disovranità digitale con un IA nazionale; della modernizzazione pedagogica e della personalizzazione dell’apprendimento.

Nel 2025 il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato un vero e proprio quadro nazionale per l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale nella scuola. Parallelamente, programmi come “P2IA” (Partenariato per l’Innovazione nell’Intelligenza Artificiale) mettono insieme ministero, università, ricercatori e aziende private per sviluppare piattaforme adattive destinate agli studenti delle elementari e delle medie.

Questa trasformazione apre un conflitto profondo

Da una parte, i sostenitori parlano di supporto agli studenti in difficoltà e di personalizzazione dell’apprendimento; dall’altra, i detrattori fanno notare che questo è, in realtà, proprio il compito di un insegnante. Ed emergono timori sempre più espliciti.

Alcuni insegnanti denunciano il rischio di diventare semplici supervisori di piattaforme. Soprattutto nelle scuole private, per quanto riguarda i corsi di lingue, diversi professori raccontano che ore di lezione tradizionale vengono sostituite da moduli digitali autonomi.

Ufficialmente non si parla di una vera “sostituzione”. I programmi vengono implementati per favorire un “apprendimento ibrido e autonomo” e per garantire una “continuità digitale”.

Un altro tema centrale riguarda la cosiddetta “gamification” o ludicizzazione. Piattaforme come Lalilo utilizzano meccanismi molto simili a quelli delle app commerciali, caratterizzate da ricompense immediate sotto forma di “notifications”, “jingles”, barre di progresso, micro-obiettivi e “feedback” continui.

Diversi ricercatori mettono in guardia contro il rischio che gli studenti imparino a inseguire la ricompensa più che il contenuto. Il dibattito ricorda quello attorno a Duoling ( una app che propone lezioni brevi, con esercizi o piccoli giochi, premiando gli utenti con punti e livelli): l’apprendimento rischia di trasformarsi in un sistema di condizionamento basato sull’engagement permanente.

Il paradosso francese è che questa accelerazione digitale avviene proprio mentre lo Stato lancia l’allarme sugli effetti degli schermi.

Nel 2024 Emmanuel Macron ha istituito una commissione di esperti sul “buon uso degli schermi”. Il rapporto finale denunciava proprio sistemi digitali progettati per catturare l’attenzione con design che possono creare dipendenza proprio attraverso notifiche e ricompense.

Effetti particolarmente negativi sullo sviluppo cognitivo dei minori

Eppure, mentre lo Stato continua a promuovere piattaforme educative sempre più immersive, e molti professori ammettono che questi strumenti sono diventati quasi indispensabili, emergere la prima spiegazione di talune contraddizioni. In classi sovraffollate e con personale insufficiente, le piattaforme permettono di “occupare” una parte degli studenti mentre l’insegnante segue gli altri. Non si tratterebbe, quindi, di convinzione pedagogica, ma più una necessità pratica.

Ed è forse questa la vera chiave del fenomeno:la digitalizzazione scolastica francese non avanza soltanto grazie all’ideologia tecnologica dello Stato, ma anche perché risponde a una crisi materiale concreta del sistema educativo.

Per sciogliere il nodo di contraddizioni bisogna tornare indietro di quarant’anni

La spinta francese verso il digitale scolastico non nasce con Macron, ma nel 1985 con il grande piano “Informatique pour tous” (informatica per tutti) del Presidente François Mitterrand. Già allora la Francia cercava di introdurre massicciamente i computer nelle scuole attraverso una strategia centralizzata e nazionale. Ma le differenze con oggi sono enormi.

Negli anni Ottanta l’obiettivo era quello di insegnare l’informatica e formare cittadini nell’uso dei computer, ma soprattutto quello di costruire una sorta di sovranità industriale francese.Oggi, invece, la nuova ondata punta a qualcosa di diverso.Viene organizzata la pedagogia attraverso piattaforme che raccolgono dati degli studenti per automatizzare la personalizzazione dell’apprendimento.

Se nel modello del 1985 gli studenti imparavano a usare la macchina, in quello di oggi è la macchina che organizza progressivamente il modo in cui gli studenti imparano.

Il dibattito è complesso e insegnanti, esperti, sindacati e decisori politici si rimpallano le responsabilità in una sorta di gioco dello scaricabarile, tra temi come la sicurezza del lavoro, la crisi della concentrazione e un sistema educativo in difficoltà.

Insomma, anche dalla Francia emerge una tendenza che sta caratterizzando le politiche di molti paesi in tutto il mondo all’insegna del“tutto per l’informatica”.

@Edoardo Matteo Infante