Dopo la “lotteria” vinta nel ’22, arrivano al pettine di nodi di Giorgia Meloni – di Maurizio Cotta
La vittoria elettorale del 2022 aveva proiettato la coalizione del centrodestra e soprattutto la leader Giorgia Meloni in una posizione di netta prevalenza politica e parlamentare offrendo la possibilità di governare in sicurezza per l’intera legislatura. Certo la coalizione aveva le sue smagliature, soprattutto sul fronte di destra, per l’irrequietezza del leader della Lega frustrato dal ridimensionamento del suo partito e dal fallimento delle sue aspirazioni a guidare il Ministero degli interni. Era chiaro tuttavia che la leadership di Meloni non poteva essere seriamente messa in dubbio dall’interno (perlomeno nei primi anni della legislatura).
Va però subito messo in luce che la posizione di forza in parlamento (236 seggi ovvero il 59,2% della camera e 115 ovvero il 57,5% del Senato) non rispecchiava pienamente una simile forza elettorale: la coalizione guidata da Meloni aveva ottenuto solo il 43,79% del voto popolare alla Camera (e il 44,02% al Senato). Il predominio parlamentare era il risultato della combinazione di due fattori: la componente di seggi uninominali prevista dalla legge attuale e il “regalo” (cioè la mancata unione) del fronte contrapposto. La divisione tra PD e Movimento 5 Stelle (per non parlare della forza di centro Azione + Italia Viva) aveva portato le forze di opposizione ad ottenere solo 22 seggi uninominali contro i 124 del centro-destra.
Dunque si trattava di una maggioranza certamente legale ma “fabbricata”. Si ripeteva in certa misura la situazione emersa alle elezioni del 2013 quando (con un altro sistema elettorale) la coalizione di centro-sinistra con il 29,5 % dei voti aveva ottenuto addirittura 340 seggi su 630 (54%) alla Camera (ma solo 123 su 315 al Senato). Nel 2022, però, la vittoria del centro-destra sia alla Camera che al Senato rafforzava ulteriormente la forza parlamentare della coalizione prevalente e al suo interno del partito maggiore, Fratelli d’Italia. La forza relativa di FdI e della sua leader (con l’exploit della crescita esponenziale dal 4,3% del 2018 al 26% del 2022) emersa dall’ultima elezione è stata accentuata dal declino molto netto della Lega di Salvini (dal 17,35% del 2018 all’8,77% del 2022) e di Forza Italia (dal 14% del 2018 al l’8,11% del 2022).
Questa situazione sembrava aprire per la leader di FdI e del governo ampie possibilità di azione. Che infatti si sarebbero tradotte in un piano molto ambizioso (e controverso) di riforme costituzionali (Riforma del giudiziario e premierato) o comunque di vasta portata sistemica (regionalismo differenziato e riforma elettorale con premio di maggioranza). Un disegno politico che, contando sulle divisioni delle opposizioni, esprimeva la volontà di fare del centro-destra a trazione Meloni la forza politica capace di dominare la scena politica e imprimere un forte cambiamento nella realtà italiana. Questa volontà era accompagnata dalla convinzione di potere operare questo cambiamento da soli, a maggioranza, senza accordi con l’opposizione. E così infatti si è proceduto.
Dopo il declino del partito berlusconiano e il fallimento dell’ascesa della Lega a partito nazionale per Meloni si prospettava (presumibilmente) l’ambizione di consolidare a destra un grande partito (Fratelli d’Italia) capace di trainare una coalizione maggioritaria e offrire all’elettorato italiano restio a scegliere la sinistra una alternativa forte e stabile. Ma questa ambizione aveva basi veramente solide? Ci possiamo chiedere se il governo Meloni abbia riflettuto a sufficienza su questa domanda. Dagli ultimi eventi (la sconfitta nel referendum confermativo sulla riforma giudiziaria) si direbbe di no.
Conviene allora soffermarsi su una serie di rilevanti elementi di debolezza che rendevano assai meno solida di quanto non apparisse la forza del progetto meloniano. Tre elementi devono essere evidenziati: la base elettorale, la qualità della classe politica e l’adeguatezza della cultura politica di Meloni e della sua squadra. Del primo aspetto si è già detto: alla larga maggioranza parlamentare del governo non corrispondeva una altrettanto larga maggioranza elettorale. La strada di riforme importanti portate avanti a maggioranza poteva quindi non trovare un sostegno popolare ugualmente largo nel momento in cui questo doveva essere richiesto. Il referendum sulla giustizia lo ha
dimostrato ad abundantiam.
Del tutto evidente anche la bassa qualità della classe politica di FdI inserita nelle posizioni di governo ed istituzionali di maggiore rilievo (per non parlare di quella degli altri partiti della coalizione). La sua origine nelle file di un partito di estrema destra e marginale come il Movimento Sociale Italiano e delle sue evoluzioni successive non l’ha certo preparata per un ruolo così centrale nel governo del paese. Messa alla prova di governo tutte le sue carenze sono emerse con chiarezza.
Altrettanto rilevante è la questione della cultura politica che caratterizza questa classe politica (ivi compresa la leader): un misto per i più anziani di vecchie nostalgie fasciste o semi-fasciste e per i più giovani (quelli dei raduni di Atreju) delle fantasticherie neo-medievali di Tolkien (un degnissimo e cattolicissimo professore di letteratura inglese antica piuttosto tradizionalista e del tutto ignaro dell’uso che i nostri avrebbero fatto delle sue opere letterarie). Il tutto condito da scarso amore per i valori del liberalismo politico e da un forte risentimento per essere rimasti fuori dai circuiti culturali contemporanei. Nell’insieme componenti difficilmente traducibili in una lettura politica seria dei problemi attuali dell’Italia e dell’Europa ma adatti a rinfocolare un fastidioso e inconcludente spirito di revanche (e in certi casi di vendetta) nei confronti delle più preparate classi dirigenti italiane ed europee.
Nell’azione politica il pragmatismo di Meloni ha portato a una politica dei “piedi in due staffe” che nei tempi buoni (o relativamente tali) ha consentito al governo di giocare su diversi tavoli. In politica interna il rigore di bilancio per tranquillizzare l’Europa e i mercati insieme a qualche carezza ai contribuenti poco adempienti e poi le molte norme restrittive in materia di sicurezza e di immigrazione per solleticare la pancia del paese (oltre alle già menzionate
riforme costituzionali). In politica estera il sostegno fermo (meno male!) alla difesa dell’Ucraina ma anche uno dei contributi più bassi in termini finanziari e militari tra i membri dell’Unione al paese aggredito. E poi però la continuata amicizia con Orban (fino all’endorsement al suo partito Fidesz per le elezioni del prossimo aprile) e con partiti sovranisti e spesso filo-russi di altri paesi europei. Infine la simpatia per Trump e le velleità di fare da “ponte” tra Stati Uniti ed Europa.
Per i primi anni, finché i tempi sono stati non troppo drammatici, questa politica è sembrata pagare. Meloni ha rafforzato i suoi consensi nel paese (o così dicevano i sondaggi) e si è guadagnata anche non poche pagine elogiative sulla stampa internazionale. Ma tenere insieme il diavolo e l’acqua santa è diventato difficile quando le scelte sono diventate più nette ed ineludibili. Nel referendum confermativo SI-NO sulla riforma costituzionale della giustizia, che pure aveva alcune non indifferenti ragioni di sostanza (oltre ad alcuni difetti), la posizione del centro-destra ha pagato con la netta sconfitta il significativo alone di sfiducia nei confronti di un possibile uso autoritario dei suoi risultati da parte del governo.
Sul piano internazionale la guerra forsennata scatenata da Israele e dagli Stati Uniti nel Medio Oriente e le posizioni
sempre più distanti della Casa Bianca dall’Europa, oggetto di quotidiani insulti di Trump, ha demolito uno dei “piloni” del ponte transatlantico vagheggiato da Meloni e ha costretto il nostro capo del governo a tornare indietro, seppur obtorto collo.
Mentre si apre l’ultimo anno di legislatura Meloni e il suo governo si trovano uno spazio di azione assai più ristretto e incerto. Scaricare un po’ di zavorra della classe politica (ma ne resta molto altra a bordo in posizioni rilevanti) è stata la prima reazione a caldo. Ma sul piano delle politiche che cosa potrà intraprendere il governo? Nel nuovo contesto internazionale il bilancio in ordine non è certo cosa da disprezzare, ma con i forti segni di recessione in arrivo non consentirà quegli spazi sul fronte della spesa che probabilmente il governo sperava nell’anno pre-elettorale…. La riforma bandiera del premierato resterà (per fortuna) nel cassetto…A che cosa si appellerà allora il governo in politica interna?
E sul fronte europeo? Certo l’amicizia con Trump e con Orban non regalerà grandi carte da giocare. Improvvisamente i nodi vengono al pettine per il centro-destra di governo e la sua leader. E la cultura politica di questa compagine non sembra poter offrire molte idee per presentare al Paese risposte ai suoi problemi più seri. Naturalmente c’è sempre l’aiuto (!) che la sinistra spesso ama dare … se non riesce a gestite il Campo largo e a renderlo appetibile per gli elettori.
Maurizio Cotta









