“… devi saper lasciar la tavola …” – di Edoardo Matteo Infante
Quelli di Fratelli d’Italia non hanno mai ascoltato “Devi sapere” di Charles Aznavour con l’invito a lasciar la tavola quando il momento è giunto? E questo spiega il tira e molla di Daniela Santanché con le sue dimissioni. Caso più unico che raro, è dovuto giungere un comunicato della stessa Giorgia Meloni con l’invito a consegnare la lettera con il congedo. Cosa possono fare i referendum che vanno male …! Così come tutti i capi del suo spessore, per salvare se stessa molla amiche e amici.
In realtà, la canzone che andava ascoltata da tempo. Soprattutto, se dal piatto sul tavolo – o dalle carte di una società – viene un odore poco gradevole. Magari dal gusto camorristico o mafioso.
C’era voluta la valanga del No perché Giorgia Meloni capisse la necessità di fare quel che non aveva mai voluto fare prima e cioè pregare il suo fido Delmastro – anche suo avvocato in alcune cause per diffamazione – di lasciare il Ministero di Via Arenula. I due sono legati da un vecchio sodalizio che risale a quando Delmastro sostenne la Meloni per l’elezione a Segretaria nazionale del Movimento giovanile di Alleanza Nazionale. Siamo nel lontano 2004 e da allora la vicinanza si è saldata in modo inossidabile fino a vedere l’esuberante avvocato biellese entrare nel cerchio dei ristrettissimi della “ragazza della Garbatella”.
Un sodalizio che ha consentito al Viceministro di restare al suo posto nonostante avesse commesso la grave violazione di rivelare all’amico di partito Giovanni Donzelli le carte con gli consentirono l’attacco in pieno Parlamento di alcuni rappresentanti dell’opposizione per una visita in carcere dove, tra gli altri detenuti, incontrarono l’anarchico Cospito.
Poi, ci fu la vicenda tragi – comica dello sparo di Capodanno nel corso di un cenone organizzato da Delmastro. Anche se il “cecchino” che ferì ad una gamba il nipote del caposcorta del Viceministro fu l’on. Emanuele Pozzolo – sempre di Fratelli d’Italia – abbandonato al proprio destino dal partito. Tanto che oggi ha preso baracca e burattini e se n’è andato con il generale Vannacci. In realtà, quello sparo è rimasto avvolto da un alone di mistero e le mezze frasi di Pozzolo fanno pensare anche ad altro, comunque non emerso dalle carte processuali.
C’è voluta la “bistecca” romana per inguaiare definitivamente un personaggio tanto potente e tanto intimo con Giorgia Meloni. Quella servita in un ristorante di Roma per il quale Delmastro ha pensato bene di partecipare alla proprietà con la figlia giovanissima di un personaggio già inquisito, e poi condannato definitivamente, perché prestanome di un camorrista. Entrambi affidati, adesso, alle patrie galere. Ma da dove i due sembra non abbiano mancato di mettere in rete notizie e commenti su questa “Bisteccheria d’Italia” di Via Tuscolana finendo per mettere nei guai il Viceministro. Delmastro – che dev’essere persona davvero cortese, come tutti i piemontesi -usava portare a cena i vertici di importanti direzioni del Ministero proprio nel locale diventato oggi uno dei più famosi d’Italia.
Delmastro si è difeso parlando di una “leggerezza” – ed inizialmente al famoso libro di Kundera sulla “Leggerezza dell’essere” si era riferita anche Giorgia Meloni pur di difenderlo: ignorava in che mani fosse finito. Anche se notizie di cronaca erano già in grado di mettere sull’allerta.
Ora sembra evidente che – sia pure non avvertiti dai commensali – la bistecca servita in Via Tuscolana emana odori e sapori mafiosi. E così, perso il Referendum, Giorgia Meloni non ha potuto fare altro che pregare Delmastro di lasciare il posto. Tutti, ovviamente si chiedono, cosa sarebbe successo se, invece, avessero vinto i Si. Ma mancando la contro prova, la domanda resta inevasa a metà …
Ma c’è qualcun altro – anzi, altra – che dovrebbe, se non l0 ha fatto finora, andarsi a riascoltare Aznavour. E cioè la Ministra Santanché la quale, assieme a dichiarazioni a dir poco sopra le righe, alla figuraccia fatta con la creazione del sito sul turismo italiano, assieme alla esaltazione della ricchezza e al disprezzo della povertà, è incappata in una serie di vicende giudiziarie davvero incredibili e gravi. Sì, perché si parla di bancarotta societaria e di operazioni sospette ai danni dell’Inps. E, quindi, anche a nostro danno.
Tutto ruota attorno alle sue società -in particolare della Visibilia – a proposito delle quali menava gran vanto nelle capacità gestionali e che ha dovuto, poi, abbandonare vista la situazione insostenibile. E tra i risvolti -ma questo lo si ricorda solo per mera completezza d’informazione – c’è stato anche quello drammatico del suicidio di un imprenditore subentrato in parte nella proprietà a Daniela Santanché. Difatti, Luca Ruffino, nel pieno del successo della sua attività imprenditoriale, si è inspiegabilmente tolto la vita nell’agosto del 2023, due mesi dopo aver rilevato poco meno di due milioni di azioni, pari a circa il 20%, della Visibilia. E la Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio, ma sembra che le indagini siano concentrate sul caos riscontrato nei conti di Visibilia. Il figlio, Mirko Ruffino, ha detto che suo padre era “morto per Visibilia”.
Tutto ciò è stato affrontato dalla Ministra con il suo solito nerboruto carattere cercando sempre soluzioni che la potessero mettere in condizioni di giungere alla prescrizione e, comunque, sempre reclamando la propria innocenza, oltre che garantendo il chiarimento finale. Anche se i suoi stessi dipendenti hanno fornito agli inquirenti motivi che sembrano solidi per portarla a processo sul caso della vicenda dell’Inps.
Ma intanto nerissime nubi hanno fatto assumere alla vicenda Visibilia persino dimensioni internazionali, coinvolgendo – al momento -la Svizzera. Lo scorso agosto, infatti, sono stati arrestati a Lugano due fiduciari collegati alla sfumata cessione del resto della Visibilia tentata dalla Ministra del Turismo. Operavano per conto della Wip Finance, società elvetica che, per conto di clienti rimasti anonimi, aveva presentato un’offerta da 2,7 milioni di euro per acquistare il 75% del gruppo Visibilia. Operazione per la quale sarebbero stati versati anticipatamente 600 mila euro. Secondo gli inquirenti svizzeri, la Wip Finance amministrava cinque società riconducibili a soggetti legati a riciclaggio di denaro proveniente da consistenti frodi fiscali orchestrate da clan mafiosi e camorristi. Le società sarebbero coinvolte nell’inchiesta “Moby Dick” – avviata dalla Procura europea – su di una enorme truffa sull’IVA da 1,3 miliardi di euro, di cui 520 milioni sottratti in Italia, ma il riserbo degli inquirenti al riguardo non chiarisce bene l’origine dell’indagine.
Anche in questo caso, dunque, indipendentemente dal lasciare in sospeso l’esistenza di una precisa consapevolezza delle caratteristiche dei personaggi con cui si aveva a che fare, c’è il sospetto zampino di organizzazioni criminali. E come nel caso di Delmastro c’è da chiedere se non sarebbe il caso di fare delle ricerche in rete prima di imbarcarsi con certe società e certi personaggi. Altrimenti … tocca lasciar la tavola, prima o poi.
Resta il dato politico del fallimento di Giorgia Meloni sui principali punti del suo programma di governo oltre che su quello economico e sociale. Adesso, le resta la carta della Legge elettorale e provare riciclare una immagine fortemente appiattita sulla consorteria e sui gruppi di potere che hanno concorso anche a strutturare la tolda da cui comanda. Peggio per chi … non lascia il tavolo in tempo. Ciò che conta è il suo tavolo, checché canti Aznavour.









