Da dove viene la crisi della Nato – di Giancarlo Infante
L’accusa più ricorrente rivolta contro Donald Trump è quella di aver sovvertito il cosiddetto Ordine internazionale. Ma c’è da chiedersi se il Presidente americano non abbia deciso di affrontare una crisi che, in realtà, perdurava da tempo cancellando i vecchi equilibri nati con la fine del Secondo conflitto mondiale al fine di ridisegnarli in considerazione dei mutati rapporti di forza emersi negli ultimi due decenni. E, quindi, rendendola definitiva ed irreversibile.
Forse, solo questo spiega anche una delle più grandi delle insofferenze di Trump, e cioè quella nei confronti della Nato che egli concepisce in una funzione subalterna agli interessi globali degli Stati Uniti. E spiega anche le minacciate ritorsioni ai partner, le ultime alla Spagna di Sanchez e al Regno Unito di Starmer, per il mancato intervento nella guerra all’Iran. Minacce di cui ha dovuto fare le spese anche la nostra Giorgia Meloni costretta a restare ferma all’idea di una Nato che ha una logica fondativa nel concetto di difesa e di deterrenza comune, in questo allineandosi ai partner europei e a tutti quei paesi che fanno parte del Trattato difensivo del Nord Atlantico.
Donald Trump e il suo apparato istituzionale americano conoscono bene la natura dell’Alleanza. E non è un caso se l’intervento nel Golfo, condotto in esclusiva e riservata collaborazione con Israele, si sia rivelato immediatamente con una natura strategica e politica contraria allo spirito della Nato. Le difficoltà nell’ottenere quella capitolazione degli iraniani, che secondo Netanyahu doveva avvenire nel giro di pochissimi giorni, è trasformata in aggressione verbale contro i partner tenutisi lontani dal Golfo a differenza di quanto fecero nelle due precedenti guerre contro l’Iraq scatenate da Bush padre e da Bush figlio. Ed anche a differenza di quanto accadde in Afghanistan, allorquando l’intervento contro i Talebani venne condotto, addirittura, sotto le insegne Nato sulla base di una decisione delle Nazioni unite. Cosa che ricevette un sostanziale via libera da Russia e Cina o, almeno, un loro tacito lasciapassare. Che questa volta non c’è ed è reso ancora più forte ed evidente dalla contemporanea assenza degli europei.
C’è da chiedersi se, in realtà, la crisi della Nato non sia più profonda ed anche di una natura diversa da quella raffigurata dalla vulgata corrente. Giacché sembra venuto meno, in realtà, quel sistema di deterrenza il cui calo di peso è stato plasticamente reso evidente, prima, dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e, poi, dalla veemenza con cui l’Iran ha reagito all’attacco israelo- statunitense.
Neppure il sistema delle sanzioni ha piegato Putin – e si è perso il conto di quelle comminate alla Russia dalla sola Unione europea – così come non ha avuto alcun effetto tangibile contro l’Iran nel corso dei lunghi anni che ci separano oramai dal successo della rivoluzione khomeinista del 1979. Anche se Teheran nelle trattative con Trump pone la condizione della loro cancellazione subito dopo quella di una fine vera del conflitto scatenato il 28 febbraio di quest’anno e al momento sospeso anche perché americani ed israeliani cominciano ad accusare un problema di approvvigionamento per i mezzi militari impiegati.
Iran e Russia si sono trovate unite nel far porre la domanda sulla validità delle sanzioni proprio in campo militare, oltre a ciò che riguarda i traffici di petrolio. Giacché il primo ha abbondantemente rifornito la seconda di droni ed altra tecnologia militare di cui Mosca si è rivelata subito carente dopo il consolidarsi della difesa ucraina. Putin paga l’applicazione della tradizionale dottrina militare russa post sovietica che per decenni ha sostanzialmente privilegiato, di gran lunga, il deterrente nucleare e il sistema missilistico di offesa.
E, dunque, più di un analista mette l’accento sulla considerazione di come il fallimento della strategia delle sanzioni sia diventato un problema strategico centrale per gli Usa e per la Nato intera. E’ così diventata permeabile, addirittura ignorabile, la “barriera” economica dell’Occidente? La Cina, ma non solo, anche l’India ed altri, stanno a dimostrare come si stiano imponendo sulla scena internazionale potenti competitori in grado di costruire circuiti economici paralleli ed alternativi.
E tutto ciò serve anche a spiegare una delle ragioni delle divisioni interne ai 27 europei che hanno costruito nel corso degli ultimi decenni proprie strategie commerciali e di relazioni. Ma anche in parte di quelle dell’economia statunitense, come hanno dimostrato le reazioni fortemente negative alla politica dei dazi tanto baldanzosamente avviata da Donald Trump. Un’altra parte delle ragioni delle criticità decisionali europee viene dalle diverse percezioni e delle conseguenze legate ai due conflitti in atto. E’ evidente come alcuni paesi del nord Europa affrontino l’invasione russa dell’Ucraina sentendosi davvero parte della “prima linea” del fronte. O di come, per ciò che riguarda la situazione mediorientale, la Germania viva verso Israele il complesso del passato e il peso dell’interscambio commerciale con il paese di Netanyahu.
La questione ucraina influisce in maniera asimmetrica pure sull’idea del riarmo degli europei perché paesi che si sentono parte di un “fronte” più distante devono mettere sul piatto della stadera le conseguenze che il welfare può risentire da un bilancio sostanzialmente definibile ” da guerra”(CLICCA QUI).
La risposta di Donald Trump è molto più semplicistica e ridotta a concepire l’Alleanza come un “mercato” cui destinare quelle armi che servono a compensare le spese della sua Amministrazione in forte affanno e senza, al momento, la possibilità di riprendere a ragionare sulla via migliore da seguire per risolvere il problema dei rapporti con il vero competitore – strategico ed in parte economico – che si chiama Cina.
Cina che sta approfittando dell’impasse americana ed europea per lavorare alla conservazione dello status quo uscito dal conflitto mondiale degli anni 40 del Novecento, e ritrovarsi così a parlare ancora di multipolarismo. E, al tempo stesso, a creare e a sostenere un blocco alternativo in grado di logorare l’Occidente su tutti i fronti possibili. Sapendo, viene fatto notare da acuti osservatori, che è in grado di fare quello che, invece, non sono mai riusciti a fare gli Stati Uniti e la Nato, e cioè ad affrontare più crisi contemporaneamente.
Giancarlo Infante









