Dopo l’apertura da parte di Stefano Zamagni dei lavori del convegno sulla Costituzione europea, sono state tenute due relazioni introduttive, che di seguito riportiamo, dal costituzionalista Enzo Balboni e dall’Ambasciatore Pasquale Ferrara
Enzo Balboni
La prima relazione del convegno dei popolari sulla Costituzione europea organizzato ieri, 9 maggio a Roma — data simbolica per l’Europa e per la memoria di Aldo Moro — è stata quella del professor Enzo Balboni. Egli ha preso le mosse dal Manifesto di Schuman del 1950, con il quale si stabiliva per la prima volta il legame tra Europa e federalismo. Da lì prende avvio la riflessione: l’Europa deve diventare una Federazione, ma il cammino sarà lungo e sperimentale. L’Unione Europea e il Consiglio d’Europa restano i pilastri, ma accanto a essi nascono formati transitori e flessibili, come la Comunità politica europea promossa da Macron nel 2022, segno che il processo di “federalizzazione” è vivo e in evoluzione.
Il fallimento (fecondo) della Costituzione europea
Balboni rilegge il tentativo del 2002‑2005 di dare una Costituzione all’Europa non come un fallimento, ma come un passaggio necessario. Spiega che il progetto nacque “dall’alto”, dai capi di Stato, e non “dal basso” come negli Stati Uniti. I referendum negativi di Francia e Olanda ne bloccarono l’approvazione, ma quasi tutti i contenuti furono poi assorbiti nel Trattato di Lisbona (2007): la figura del presidente stabile del Consiglio europeo, l’alto rappresentante per la politica estera, il rafforzamento del Parlamento e il principio delle maggioranze qualificate. La primazia del diritto europeo, pur non scritta, è stata confermata dalla Corte di Giustizia.
Verso una democrazia federale e comunitaria
Il professore sottolinea che il vincolo dell’unanimità resta il principale ostacolo all’integrazione, ma il futuro passa per decisioni a maggioranza qualificata e per una capacità fiscale europea. Richiama il pensiero di Zamagni: la sussidiarietà deve sostituire la sovranità, anche se oggi è ancora una “petizione di principio”. Nonostante i limiti democratici dell’UE, Balboni riconosce progressi concreti: la risposta alla pandemia (Sure, Next Generation EU) e l’evoluzione della politica di difesa e sicurezza, con l’uso degli Eurobond e una maggiore coesione tra gli Stati.
L’anima cattolico‑democratica e il Mediterraneo
Enzo Balboni poi collega il progetto europeo alla tradizione cattolico‑democratica dei padri fondatori — De Gasperi, Schuman, Adenauer — e invita a evitare nuovi gruppi di studio autoreferenziali, sostenendo invece il progetto della “Nuova Camaldoli per l’Europa”, un Codice per una nuova Europa promosso dall’Azione Cattolica e dal cardinale Zuppi.
Da qui nasce la proposta di focalizzare l’attenzione sul Mediterraneo, inteso come spazio di pace e sviluppo. Richiama La Pira, Dossetti, Moro e Spinelli, tutti convinti che il destino dell’Europa sia legato al Mediterraneo:
- La Pira e Dossetti vedevano l’Italia come ponte spirituale e geografico tra Nord e Sud;
- Moro sosteneva che “l’Europa intera è nel Mediterraneo”;
- Spinelli immaginava l’Italia come banchina protesa nel mare, luogo ideale per una nuova logistica e cooperazione culturale.
Balboni propone di creare università europee mediterranee, reti accademiche tra Italia, Francia, Spagna e i Paesi della sponda sud, per formare classi dirigenti capaci di uno sguardo comune.
Conclusione: dal nazionalismo al bene comune europeo. Solo così, dice, l’Europa potrà essere davvero federale, solidale e comunitaria, capace di unire pensiero e azione, tecnica e etica.
Pasquale Ferrara
La seconda relazione è stata quella dell’ambasciatore Ferrara, partendo da un’esperienza diretta: le conferenze intergovernative di Bruxelles e la stagione riformista della Costituzione europea. Ricorda una proposta italiana allora avanzata — fissare un numero stabile di commissari, indipendente dagli Stati membri — per preservare la natura sovranazionale della Commissione. Quella spinta integrativa, dice, si è persa: oggi tutte le istituzioni europee riflettono modelli nazionali, e persino la Commissione è diventata un mosaico di interessi statali. Il Parlamento europeo, pur eletto, resta dominato da logiche nazionali; mancano veri partiti europei e circoscrizioni transnazionali. Così l’Europa appare asfittica, incapace di rappresentare il bene comune europeo.
Il pendolo tra allargamento e approfondimento
Ferrara analizza il dilemma storico dell’UE: approfondire l’integrazione o allargare la “membership”. La Turchia è l’esempio classico di un allargamento sacrificato all’approfondimento. La Gran Bretagna, al contrario, sosteneva l’allargamento per ridurre l’Europa a un mercato unico. Oggi, per la prima volta, esistono forze politiche contrarie sia all’allargamento, sia all’integrazione: il motore europeo si è inceppato.
Il contesto globale e la crisi del liberalismo
Ferrara invita a superare l’eurocentrismo: il blocco europeo è parte di un mondo in cui prevalgono sovranismi e disgregazione dell’ordine liberale. Gli Stati Uniti, un tempo “nazione indispensabile”, sono diventati — nella sua analisi — lo spoiler dell’ordine internazionale, sostenendo movimenti nazionalisti e xenofobi in Europa. L’Europa, di fronte a questa pressione esterna e alla propria frammentazione interna, mostra debolezza e scarsa reattività.
Il Mediterraneo e la credibilità perduta
Ferrara richiama il Mediterraneo come banco di prova della credibilità europea. Durante le primavere arabe, l’UE reagì con timore e prudenza, più preoccupata di migrazioni ed energia che di democrazia. Da ambasciatore ad Algeri, racconta come la sponda sud percepisca l’Europa con scetticismo, confusa tra troppe istituzioni e voci discordanti. La mancanza di coerenza — il “doppio standard” tra Ucraina e Gaza — mina la reputazione e i valori fondativi dell’Unione.
Difesa e rischio di ri – nazionalizzazione
Ferrara denuncia la ri – nazionalizzazione delle politiche europee, soprattutto nella difesa. Il piano Rearm Europe favorisce i Paesi più ricchi, rischiando di creare una Germania riarmata e di ripetere gli errori del passato. Propone di riprendere il Trattato della Comunità Europea di Difesa (1952), mai ratificato da Francia e Italia, per costruire una vera difesa europea integrata. Senza una dimensione politica comune, il riarmo rischia di essere pericoloso e incoerente.
Riformare i trattati o accettare lo sdoppiamento
Ferrara conclude con un avvertimento: senza una riforma dei trattati, l’Europa si dividerà in due piani — una grande Europa di mercato e una Europa politica più integrata, centrata su difesa e sicurezza. Solo un cambio di passo istituzionale può restituire all’Unione la sua valenza politica e morale, capace di difendere non solo gli europei, ma anche i deboli nel mondo.