Cosa significava il Referendum per l’autonomia della Magistratura -di Enzo Balboni

Cosa significava il Referendum per l’autonomia della Magistratura -di Enzo Balboni

Adesso che la polvere si è posata su un dibattito referendario acre e incattivito, ingombrato da ira e strepito che non ha fatto onore ai solerti presentatori dell’iniziativa proveniente dal governo e dalla maggioranza, possiamo avanzare due veloci e sobrie considerazioni

Abbiamo sostenuto che aver tirato in ballo la Costituzione promuovendo una chiamata confermativa del popolo su un progetto di avvilimento della Magistratura, tenendoci celati i veri scopi che la profondità ed ampiezza del cambio di paradigma promettevano per un futuro  prossimo e consequenziale, non è stata solo una scorrettezza istituzionale, ma un vero e proprio abuso già con riguardo al sistema delle fonti normative

Insomma: la separazione delle carriere altro non era che il punto di appoggio della leva che avrebbe nel medio tempo messo duramente in discussione l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura

E averlo fatto, se fosse passato il Sì con norme costituzionali, avrebbe precluso quei correttivi che già adesso, ma ancora meglio dopo questi giorni concitati sono possibili, e addirittura doverosi, nel vasto campo delle riforme in tema di ordinamento giudiziario e più concretamente di amministrazione della giustizia.

Mi spiego. La tanto “irrisa” cultura unitaria della giurisdizione – quella che assegna a chi svolge le funzioni di Pubblico ministero, cioè di accusatore, anche il dovere di ricercare nel corso delle indagini le eventuali prove a favore  dell’indagato, segnalando anche per questa via (che non merita di essere derisa come propria delle “anime belle”) un approccio di legalità sostanziale e di lealtà – sarebbe stata travolta dalla separazione netta dei ruoli bloccati, assegnati a due corporazioni diverse e, ormai, poste su un piano di rivalità professionale. I pubblici ministeri, come super poliziotti autoreferenziali, erano già dietro l’angolo insieme ai due concorsi e a due formazioni professionali nettamente separate fin dalla nascita.

Una costituzionalista milanese (Camilla Buzzacchi su la costituzione.info) ha appena  correttamente sostenuto che aver voluto utilizzare la fonte maggiore, la Costituzione, per raggiungere risultati che avrebbero potuto essere perseguiti in modo meno scomposto e inadeguato attraverso la legislazione ordinaria- perfezionando ad esempio la legge Cartabia – aveva l’intento di marcare un segno indelebile a costo di dividere la comunità nazionale, allo scopo di vincere e di imperare, ben al di là di quanto veniva dichiarato.

Era proprio il principio della separazione dei poteri che veniva posto al centro del bersaglio con la conseguenza di appoggiare la sottoposizione degli operatori di giustizia non alla legge soltanto ma al Governo come  unico detentore dell’indirizzo politico e delle sue implicazioni a 360 gradi.

Ieri mattina nell’annuale e solenne conferenza stampa il Presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, ha rintuzzato, con buona educazione legale, uno degli argomenti cardine dei sostenitori del Referendum; particolarmente di quelli che si sono etichettati come Sinistra per il sì.  Ha detto, infatti, che la Legge costituzionale numero 2 del 99, nel riformare l’articolo 111 della Costituzione non ha introdotto un’innovazione del contenuto essenziale del principio supremo della terzietà del giudice, in realtà, già presente nell’ordinamento.

Questo era infatti “uno dei principi fondamentali o supremi della nostra Costituzione che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale da leggi di revisione costituzionale( quella sottoposta a referendum; mia sottolineatura) o di altre leggi costituzionali”.

E solennemente ha ri-proclamato che “l’identità della Costituzione è definita nel suo contenuto essenziale una volta per tutte dalla Costituzione stessa “. Dunque, non c’era bisogno di evocare l’eredità di Vassalli per dire che già oggi il Giudice è terzo e imparziale, senza faticose aggiunte di triplicazione del Consiglio superiore della magistratura e di brutali sorteggi. Che il popolo ha consapevolmente respinto, perché l’affetto verso la nostra Carta fondamentale è, per fortuna, ancora forte.

Enzo Balboni