Cosa ci dice il 2 giugno – di Stefano Antonio Scaduto

Oggi , 2 giugno 2026 (ieri per chi legge), nell’80° anniversario della vittoria della Repubblica sulla Monarchia e della contemporanea elezione dei deputati dell’Assemblea Costituente, vi è il rischio di incorrere in una retorica celebrativa che esaurisce nel passato l’importanza di quell’evento storico. Il 2 giugno 1946 segna la rinascita dell’Italia dalle ceneri della dittatura fascista e dalle rovine della seconda guerra mondiale, ed è giusto ricordare questa data innanzitutto come punto di svolta nella storia d’Italia, l’inizio della Repubblica e con essa dell’Italia libera e democratica. Ma dopo aver ricordato questo, dobbiamo interrogarci su che cosa questa data storica ha da dirci per l’oggi, sulle azioni da intraprendere oggi e domani per onorare veramente quell’evento storico. Benedetto Croce, filosofo e storico nonché uno dei Deputati  eletti  il 2 giugno 1946 a far parte dell’Assemblea Costituente, ha il grande merito di aver teorizzato nel suo saggio dal titolo “ La Storia come pensiero e come azione”, che la conoscenza della Storia non serve semplicemente a conoscere e a comprendere gli eventi del passato, ma deve servire soprattutto per trarne criteri di orientamento per l’azione nel presente e nel futuro. E dunque, sul solco di questo illuminante insegnamento, come può il 2 giugno 1946 orientare in maniera giusta innanzitutto l’azione di chi governa oggi l’Italia, nonchè dell’attuale Parlamento, dei partiti e di tutti noi come cittadini italiani?

L’evento di ottant’anni fa che più di tutti dovrebbe far riflettere oggi il Governo Meloni su come comportarsi oggi e nei prossimi mesi riguarda le modalità con cui il 2 giugno 1946 furono eletti i 556 Deputati dell’Assemblea Costituente: furono eletti a suffragio universale, con un sistema elettorale di tipo proporzionale nell’ambito di liste di partito, rispetto alle quali gli elettori potevano scegliere la lista ed esprimere il voto di preferenza per uno o più candidati della lista prescelta. Il risultato di quel sistema elettorale fu un’altissima affluenza alle urne (votò l’89,08% degli aventi diritto al voto) con l’elezione di un’Assemblea Costituente in grado di rappresentare, come uno specchio fedele, tutte le tendenze politiche dell’Italia di allora, composta da 556 Deputati di altissimo spessore morale, politico e culturale, tutti scelti personalmente dagli elettori italiani attraverso il voto di preferenza; che il sistema elettorale con cui il 2 giugno 1946 fu eletta l’Assemblea Costituente sia stato efficace è dimostrato dal fatto che, all’esito finale dei lavori di quell’Assemblea, fu approvata la nostra Costituzione, tuttora considerata dagli italiani come un presidio di libertà e democrazia, di equilibrio fra i poteri, da difendere contro tentativi di riforma imposti da una sola parte politica, qualunque essa sia, come anche l’esito del recente referendum del 22 e del 23 marzo 2026 dimostra.

Nell’attuale dibattito sulla proposta di una nuova legge elettorale fortemente voluta dal Governo Meloni, la Presidente del Consiglio e tutta la sua maggioranza parlamentare dovrebbero chiedersi se il sistema elettorale con cui il 2 giugno 1946 fu eletta l’Assemblea Costituente e cioè il metodo proporzionale per la ripartizione dei seggi ed il voto di preferenza attribuito agli elettori per la scelta dei padri e delle madri costituenti,  sia in grado di offrire oggi i migliori criteri di riferimento per la riforma della legge elettorale; innanzitutto Giorgia Meloni e la sua maggioranza parlamentare dovrebbero chiedersi se la loro volontà di imporre unilateralmente una riforma della legge elettorale, senza un’intesa con le opposizioni, senza un coinvolgimento della società civile, a breve distanza di tempo dalle prossime elezioni politiche, sia un modus agendi coerente con quello spirito costituente, nato con il voto del 2 giugno 1946, in virtù del quale  i padri e le madri costituenti hanno insegnato e tuttora insegnano che le riforme di sistema, sia quelle costituzionali, che quelle elettorali, non possono essere imposte da una parte, ma devono essere fatte insieme.

Con riguardo poi al merito della proposta di riforma elettorale che prevede un enorme premio di maggioranza, fino al 56% dei seggi in Parlamento in favore della coalizione più votata, che abbia conseguito almeno il 42% dei voti, e che per l’ennesima volta non attribuisce agli elettori il voto di preferenza,  Giorgia Meloni e la sua maggioranza parlamentare, ricordando il metodo con cui il 2 giugno 1946 furono eletti i Costituenti, dovrebbero interrogarsi se un sistema elettorale di tipo proporzionale e la con piena restituzione agli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento  mediante il voto di preferenza siano, come appare evidente, gli antidoti migliori per riportare alle urne i tanti elettori che oggi le disertano, per dare più voce a tutte le tendenze politiche di una società italiana sempre più complessa, gli unici criteri in grado di rispondere all’esigenza di rappresentanza degli elettori.

Sul solco di quanto si sta qui affermando, e cioè che il 2 giugno 1946, per le sagge modalità con cui furono eletti i padri e le madri costituenti, può  ispirare oggi un buon dibattito sulla riforma elettorale, non strozzato dalla volontà del Governo in carica di imporre la sua riforma,  si colloca l’appello dal titolo significativo “Torniamo alla Costituzione”, firmato lo scorso 11 maggio da 126 costituzionalisti che in esso esprimono tutte le loro preoccupazioni sui rischi dell’approvazione della proposta di riforma elettorale voluta dal Governo in carica.  I 126 professori di Diritto costituzionale evidenziano nel loro appello i rischi legati alla previsione di un abnorme premio di maggioranza a favore di quella coalizione che, pur raggiungendo la soglia minima del 42% dei voti, acquisirebbe un’ampia maggioranza parlamentare pur essendo nella realtà una minoranza nel Paese; denunciano inoltre che per l’ennesima volta si impedisca agli elettori, con il sistema delle liste bloccate, di poter scegliere realmente i loro rappresentanti in Parlamento; denunciano che l’indicazione obbligatoria del candidato alla Presidenza del Consiglio da parte delle coalizioni e liste concorrenti limiterebbe le prerogative del Presidente della Repubblica e introdurrebbe un Premierato di fatto.

Pertanto, il Governo Meloni e la maggioranza parlamentare dovrebbero lasciarsi ispirare, nel dibattito attuale sulla loro proposta di riforma elettorale,  da quanto avvenne il 2 giugno 1946,  con riferimento ai criteri da seguire per una giusta riforma elettorale e dovrebbero conseguentemente ascoltare l’appello qualificato di 126 Costituzionalisti che invocano sul tema un ritorno alla Costituzione.

Dopo aver parlato del significato che il 2 giugno 1946 dovrebbe avere oggi per l’azione del Governo in carica e della sua maggioranza parlamentare sul tema della riforma elettorale, è opportuno fare qualche riflessione se il 2 giugno 1946 possa avere un significato per ispirare oggi anche l’azione delle opposizioni sul medesimo tema. La risposta ovvia è sì. Finora abbiamo assistito alla protesta delle opposizioni sulla proposta di legge elettorale voluta dal governo, che ha come fondamento il principio per cui la legge elettorale non può essere modificata a breve distanza dalle prossime elezioni politiche. E’ una posizione in linea di principio condivisibile; peraltro tale posizione delle opposizioni è avvalorata sia dal citato appello dei 126 costituzionalisti che hanno evidenziato che  “è grave il fatto che ancora una volta si vogliano modificare le regole elettorali quasi alla vigilia del voto”,  che, a livello internazionale, dalla “Commissione Europea per la Democrazia attraverso il Diritto” meglio nota come Commissione di Venezia che, nel suo ruolo di principale organo consultivo del Consiglio d’Europa in materia di diritto costituzionale, ha più volte raccomandato ai Governi dei Paesi membri dell’Unione Europea di non modificare le regole elettorali a breve distanza temporale dallo svolgimento del voto e senza alcuna intesa con le opposizioni. Tuttavia, considerato che anche la vigente legge elettorale, la n. 165/2017, meglio nota come Rosatellum, approvata da una maggioranza di centro sinistra, (e che ora il Governo Meloni dopo aver vinto con essa le elezioni del 2022 vorrebbe sostituire) è una legge che presenta anch’essa difetti gravi, a cominciare dalla mancata previsione del voto di preferenza per l’elezione del 61% dei deputati e dei senatori, eletti attraverso il sistema delle liste bloccate, ci si aspetterebbe che, lasciandosi ispirare dal 2 giugno 1946, le opposizioni propongano alla maggioranza parlamentare una modifica migliorativa dell’attuale legge elettorale, con l’introduzione del voto di preferenza per l’elezione di tutti i parlamentari eletti nelle liste plurinominali.

Fare una proposta migliorativa, ad esclusivo beneficio dei cittadini, dell’attuale vigente legge elettorale, anche se a distanza ravvicinata dalle prossime elezioni, sarebbe nel senso di un ritorno ai principi costituzionali sul diritto di voto e non contrasterebbe con le raccomandazioni della Commissione di Venezia.

Ed in conclusione, che cosa ha da dire il 2 giugno 1946 ai cittadini italiani oggi?  Ancora una volta è sul tema cruciale della riforma elettorale che i cittadini italiani possono lasciarsi ispirare da quanto avvenne il 2 giugno 1946. Così come gli italiani ebbero la possibilità  il 2 giugno 1946 di eleggere i padri e le madri costituenti con un voto pienamente libero che comprendeva il voto di preferenza, oggi i cittadini italiani devono esigere lo stesso diritto che da troppo tempo è stato loro sottratto.  Occorre, pertanto, che i cittadini si organizzino, e non lascino nulla di intentato affinché venga corretta l’attuale legge elettorale, con la reintroduzione del voto di preferenza, ed il ristabilimento pieno della sovranità popolare su coloro che devono rappresentare la Nazione nel Parlamento della Repubblica.

Infine, per comprendere appieno il significato e l’importanza per tutti gli italiani della vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946, sono ancor oggi significative le parole che Alcide De Gasperi pronuncio l’11 maggio 1946 in occasione di un discorso prima del voto. Disse De Gasperi:  “ Desidero fare appello alla vostra riflessione, alla vostra mente e alla vostra volontà. Tutte le piazze e tutti i comizi risuonano oggi della domanda: Repubblica o Monarchia? La domanda è posta male, troppo semplicisticamente. La domanda vera è questa: «Volete instaurare la Repubblica, cioè, vi sentite capaci di assumere su voi, popolo italiano, tutta la responsabilità, tutto il maggior sacrificio, tutta la maggiore partecipazione che esige un regime, il quale fa dipendere tutto, anche il Capo dello Stato dalla vostra personale decisione, espressa con la scheda elettorale? Se rispondete sì, vuole dire che prendete impegno solenne, definitivo per voi e per i vostri figli di essere più preoccupati della cosa pubblica di quello che non siete stati finora, d’aver consapevolezza che essa è cosa vostra e solo vostra, di dedicarvi ore quotidiane di interessamento e di lavoro; ma soprattutto vorrà dire che avete coscienza di potere con la vostra opera difendere nella Repubblica la libertà che è il bene supremo…”  E tornando all’oggi, la prima libertà costituzionale che i cittadini italiani devono riconquistare in pienezza è la libertà del proprio voto per l’elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Occorre che siano solo gli elettori ad eleggere con il loro voto di preferenza i deputati e i senatori, allo stesso modo con cui il 2 giugno 1946 furono i cittadini italiani ad eleggere con il voto di preferenza i padri e le madri costituenti. Lasciamoci dunque ispirare per l’oggi dal 2 giugno 1946 e torniamo  alla Costituzione.

Stefano Antonio Scaduto