Contro le disuguaglianze è necessario un nuovo rapporto tra capitale e lavoro – di Roberto Pertile

Contro le disuguaglianze è necessario un nuovo rapporto tra capitale e lavoro – di Roberto Pertile

I fattori della produzione, nel loro evolversi  e modificarsi quotidiano, stanno condizionando la nuova struttura che va assumendo il rapporto ”capitale-lavoro”.

È questo un processo di medio-lungo periodo da non sottovalutare,  perché  sono in gioco la libertà e i valori della convivenza democratica a livello globale. Per cui, al fine di impedire  un’involuzione autoritaria e, invece, di realizzare un avanzamento sociale, diventa decisiva una forte diffusione di cultura nell’impresa. La sua carenza è di impedimento alle forze sociali democratiche  di esprimersi positivamente nel realizzare riforme riguardanti il sistema produttivo , nell’attuale complesso  contesto mondiale di forti tensioni, anche militari. Quest’ultime riforme  sono possibili mediante un governo dell’economia, che pone, come centrale, una virtuosa combinazione tra gli interessi privati e quelli pubblici. Questo mix si concretizza nell’intervenire sui punti socialmente deboli del neoliberismo, predominante in Occidente; in particolare, riducendo le crescenti disuguaglianze economiche e sociali.

Come già avvenuto in passato, gli eventi di guerra, in un’economia di mercato , stimolano lo sviluppo dell’innovazione tecnologica, da applicarsi, poi, all’economia d’impresa. È un processo che coinvolge tutto il sistema della produzione. A questo fine, il noto banchiere  Raffaele Mattioli sosteneva che anche l’attività bancaria doveva essere al servizio dell’economia reale nelle fasi critiche. Ne consegue, come appunto è già avvenuto nella storia economica, la crescita del peso economico dell’impresa, soprattutto multinazionale, operante nel comparto militare come nel civile.

Tutto ciò a conferma dell’essere in atto  una modifica strutturale del rapporto tra il capitale/lavoro da un lato e le  politiche pubbliche della crescita, dall’altro. Si tratta della fine della separazione tra la tradizionale macroeconomia e quella micro; cioè, avviene la riduzione del ruolo dei Governi nella centralizzazione delle decisioni di politica economica a vantaggio del decentramento periferico a favore  dell’ economia d’impresa. Ciò è realizzabile in quanto  ,nell’economia globale , il fulcro del Sistema sono le filiere tecnologiche internazionali , che fanno riferimento   all’impresa globale; quest’ultima è diventata il soggetto creatore di ricchezza per eccellenza. Questo processo riduce, di conseguenza, come già evidenziato, il ruolo e le funzioni delle politiche nazionali.

Questa lunga premessa per evidenziare che, se è ben vero che  il capitalismo ha prodotto benessere sia economico  e sia sociale, è anche vero che  non è privo di difetti, ben evidenziati da numerosi economisti. Per cui, diventa indispensabile un intervento politico di modifica dell’attuale ordinamento economico, facendo propri  i cambiamenti in atto.

Contro gli orientamenti riformisti operano èlite ristrette, il cui fine è di accumulare denaro su denaro, provocando  crescenti disuguaglianze economiche; a sua volta promotrici di  malcontento sociale. Da qui , dovrebbe discendere la scelta politica  di ritenere socialmente corretto il perseguire una riforma dell’attuale modello neoliberista,  mettendo al centro la giustizia sociale, in alternativa al “ denaro per il denaro”; nonché , inoltre, promuovendo  interventi correttivi dei mali del  capitalismo a vantaggio di un rinnovato benessere popolare.

Diventa, così, condivisibile dai ceti sociali più deboli l’obiettivo politico di sostenere il cambiamento nei processi di accumulazione , dove i tradizionali asset (le immobilizzazioni materiali: impianti, macchinari, etc) contribuiscono qualitativamente sempre meno alla formazione del reddito, mentre hanno un peso rilevante e crescente gli “asset intangibili”( risorse intellettuali, R&S ).

Tutto ciò  evidenzia il  crescente prioritario ruolo dell’impresa  nella formazione e gestione della ricchezza globale. Ciò consente  di dare una  risposta al malessere economico e sociale, di cui si è già detto, agendo dal basso.

L’obiettivo è una redistribuzione del profitto tra Capitale e Lavoro più equa ; che tenga conto , cioè, della domanda dei portatori di interessi economici e sociali (stakeholders ),che operano dentro e fuori dal sistema impresa, cominciando dai lavoratori dipendenti. Per la sua realizzazione , ovviamente, diventa centrale  il ruolo dell’impresa, quale  soggetto globale in grado di produrre reddito autonomamente, in misura anche superiore alle dimensioni economiche  di un Paese.

Il capitalismo è, dunque, cambiato. Le imprese sono in grado di  assumersi un interesse pubblico diretto con il territorio, attraverso la condivisione della destinazione dei profitti,  non avendo alcun vantaggio  ad abusare della propria localizzazione.

Nasce un interesse ad una collaborazione e ad una cooperazione che interessa sia il capitale e sia una pluralità di lavoratori ,all’opposto della competizione e dello scontro sociale a difesa  dei propri interessi , tipico del capitalismo tradizionale.

Questa convergenza si può esprimere con immediatezza, a livello di comunità locale, promuovendo un governo dell’economia “ dal basso “, grazie ad un’impresa creatrice anche di ricchezza sociale.

Questo processo è favorito e condizionato dall’evoluzione della composizione  strategica del capitale d’impresa. La competitività dell’impresa , infatti, è sempre meno ottenuta dallo sfruttamento delle immobilizzazioni materiali, mentre è decisiva per l’impresa la capacità immateriale di saper risolvere il problema. Infatti, ciò che conta nell’impresa, oggi, è: il “problema  va risolto”, anche il più complesso. Per ottenere questo risultato , ci si avvale dell’impiego della I.A.

In altri termini, la nuova tecnologia digitale fa sì che l’impresa sia sempre più impregnata di conoscenza, in misura tale che il lavoratore  non è più una parte passiva della catena di montaggio, bensì, a sua volta ,  è un portatore attivo  di conoscenza.

All’impresa serve, cioè, cultura. Una cultura che contempla anche una dimensione sociale. Al contrario, l’impresa, senza un fine sociale ,dà soddisfazione ,in negativo, alla domanda di salari per l’acquisto  di beni fittizi; domanda  che è  indotta da falsi valori, giustificati dall’imperante consumismo.

Questa crisi di senso di vita, propria di un capitalismo tradizionale, può essere superata da una cultura aziendale  creativa, che sa diffondere conoscenza. Da qui, le nuove relazioni tra capitale e lavoro. In conclusione:

  • l’impresa, in specie, quella globale, ha un peso economico, sovente, maggiore a quello delle politiche dei Governi nazionali;
  • per l’impresa, il capitale strategico è diventato quello che consente di risolvere il “problema”; la crescente competitività di un ‘impresa, infatti, non è accresciuta mediante il possesso di importanti immobilizzazioni materiali, né dalla elevata disponibilità finanziaria; bensì, dall’impiego della tecnologia immateriale; cioè, dalla cultura aziendale ( SW/IA);
  • il lavoratore non è più, o lo è sempre meno, un ”pezzo” rigido della catena di montaggio; è un portatore di conoscenza, necessaria perché il ciclo di lavorazione acquisti flessibilità ed elasticità;
  • cambia il rapporto tra capitale e lavoro: il peso strategico della conoscenza tecnologica ridisegna i rapporti tra imprenditori e lavoratori. La diffusione culturale in azienda crea una domanda di benessere non più limitabile alla capacità di acquisto di ciò che è indispensabile alla sussistenza. Si parla di benessere intellettuale.
  • si sviluppa una domanda di servizi e di beni soddisfabile mediante nuovi diritti sociali , ad iniziare da quelli a favore  della donna , che opera nel mondo del lavoro.

Ne discende un ruolo attivo della Comunità territoriale dove opera l’impresa, con l’apertura di un tavolo a tre (Azienda, Lavoratori, Comunità )per promuovere investimenti funzionali  a sviluppare un nuovo capitalismo territoriale, popolare e democratico.

Roberto Pertile