Cina ed Europa: la politica industriale – di Roberto Pertile

Cina ed Europa: la politica industriale – di Roberto Pertile

Tutto sta cambiando. È la convinzione degli operatori dei mercati di tutto il mondo. Questa prospettiva impone una valutazione ed  una evidenziazione dei fondamentali a cui fare riferimento per una proposta di politica industriale; tra questi, lo scenario dell’import/export tra Europa /Cina/Usa.

Prima di tutti la Cina. Il punto fermo della sua politica industriale è la promozione dell’export: i volumi dell’esportazioni sono positivi; le  quote di mercato coperte dai prodotti cinesi sono ancora crescenti. La Cina è in grado di vendere prodotti ad alto valore aggiunto, come i semi- conduttori, nonostante l’agguerrita concorrenza statunitense. Per ora, i dazi Usa sono poco efficaci. La Cina è, contemporaneamente, anche competitiva nei beni di consumo a basso costo.

A questo proposito, la Cina, pur essendo abbastanza autosufficiente in materia di ricerca e sviluppo, settore che è oggetto di significativi investimenti, tuttavia, il punto di forza della struttura produttiva cinese è il tradizionale manifatturiero, la cui importanza strategica è politicamente molto elevata. Infatti, per ottenere il consenso politico della popolazione dell’interno della Cina, è indispensabile una manifattura ad alta intensità di lavoro che soddisfi la domanda di un sufficiente salario minimo.

I  lavoratori cinesi, nella maggioranza dei casi, percepiscono  bassi salari, che consentono una modesta propensione al consumo, comportamento accentuato dalla consolidata abitudine a non reinvestire  il risparmio nell’acquisto di prodotti. Si preferiscono i fondi privati finalizzati all’assistenza dei lavoratori in vecchiaia oppure utili a fare fronte a gravi malattie. Ne consegue che, per realizzare un decoroso welfare, vengono  garantiti livelli salariali sovente incompatibili con il reddito realmente conseguito dalle imprese. Quindi, diventa necessario perseguire un capitalismo d’assalto: accettare una sovrapproduzione per, poi, vendere sui mercati esteri anche a prezzi stracciati . E’ una politica commerciale necessaria anche per ridurre l’alto costo del magazzino dei prodotti invenduti per l’eccesso di produzione.

Nel merito, inoltre, l’intervento pubblico nell’economia cinese è molto incisivo, intervento che passa anche per la protezione del mercato domestico boicottando la vendita dei prodotti esteri.

Ciò significa che il sistema produttivo globale convive con una strisciante bolla cinese, la cui durata è favorita dalla instabilità e conflittualità a livello globale, che ritardano la sua concreta manifestazione.

Un altro attore, che opera in questo scenario, è il Presidente Trump con la sua politica sovranista, il cui obiettivo è il controllo della produttività globale per la tutela dell’interesse nazionale a danno degli altri paesi.

Anche negli Stati Uniti, quindi, per realizzare una politica sovranista, diventa funzionale un intervento pubblico del Governo, espresso principalmente con  l’applicazione dei dazi. Con questa misura la domanda interna dovrebbe essere disincentivata ad acquistare i prodotti esteri, in specie quelli europei, per il loro alto prezzo.

Sulla via dell’autosufficienza, Cina e Usa si incontrano. L’analogia sulla visione mercantilistica, tuttavia, non neutralizza la sfida, tra loro, sull’ export: il confronto è molto serrato; usando una terminologia aziendale è fino all’ultimo dollaro. In questa sfida, i mercati europei sono oggetto di scontro. Entrambi non vogliono l’Europa unita; è più conveniente operare con mercati europei singoli, tra loro indipendenti. Così, l’Europa disunita è un importante  business; invece, integrata e unita diventa un temibile concorrente.

Inoltre, il rapporto tra l’Europa e i due colossi dell’economia globale non si limita alle politiche dell’import/export, è anche un confronto tra autocrazie e democrazie; da un lato la Cina, e dall’altro l’Europa; gli Usa in “stand by” , in attesa delle elezioni “di  mezzo”.

Le attese dell’Europa illuminata di una democratizzazione della Cina sono state disattese. Il benessere economico, viceversa, ha consolidato il potere della classe dirigente cinese; consenso, quindi, che trova fondamento, tra l’altro, come scritto, anche nella difesa della produzione interna e nel conseguente costoso sostegno pubblico alla domanda interna, costo da ricuperare con l’export.

Ne discende che l’attuale politica commerciale nei confronti dell’Europa trova giustificazione nel “ risorgimento cinese”, voluto da Xi Jiping, che per realizzarsi non può perdere il consenso politico dei milioni di cittadini che operano nelle aziende dell’economia interna.

Il Governo  cinese, coerentemente, mette al bando, più che può, le importazioni dall’Europa; anzi, promuove un’accelerazione dell’export cinese in UE. Su questo tema, la sensibilità politica cinese è tale da valutare   l’integrazione dei loro mercati con l’Europa una minaccia al regime autoritario cinese. Il ”risorgimento “ di Xi Jinping teme il contatto con la democrazia; la sua  politica non prevede la libertà; la crescita economica si ottiene anche senza di lei, come ha dimostrato la stessa Cina.

Da qui, l’incompatibilità di un’Europa unita e libera con gli interessi cinesi e statunitensi, che sono, invece, di commerciare con un agglomerato di soggetti tra loro divisi, meglio se sono in conflitto. Per cui, Il disegno europeo di una collaborazione aperta e liberale con la Cina e gli Usa non rientra negli attuali piani di Trump e di Xi Jinping.

Ne discende la prospettiva, per i paesi europei, di un assetto evolutivo dei mercati mondiali, penalizzante per un’Europa divisa, che risulterebbe, anche a breve termine, incapace di contrastare la supremazia statunitense e cinese.

Roberto Pertile