Che senso ha parlare di “salario giusto”? – di Roberto Pertile

Che senso ha parlare di “salario giusto”? – di Roberto Pertile

Con decreto legge il Governo introduce, nella normativa sul lavoro, il “salario giusto “; cioè, individua la metodologia ritenuta idonea a determinare il trattamento economico riguardante il lavoratore del settore privato. L’ammontare di questo trattamento deve comprendere  la quantificazione della dignità della vita lavorativa.

È una svolta molto importante nella politica governativa: saremmo difronte al passaggio dal modello neoliberista , oggi predominante, ad un capitalismo definibile “ socialdemocratico”. Per un governo che si definisce di destra è una vera e propria rivoluzione. Ma è proprio così? leggendo l’articolo 10 del decreto legge si ha la risposta a questo interrogativo.

La fonte della giustizia retributiva è il Cnel. Infatti, l’articolo 10 del decreto legge , di fatto, dà al Cnel il compito di coordinamento dei lavori delle singole amministrazioni coinvolte nella raccolta dei dati retributivi, nell’elaborazione degli indicatori relativi alla produttività dei vari settori economici, nonché di altri dati necessari per poter redigere un quadro , il più completo possibile, delle retribuzioni. Dunque, la proposta reale del salario definito “giusto” è espressione di una logica amministrativo-burocratica, accentrata in una Istituzione(il Cnel ), controllata dal Governo. Il salario proposto dal Governo è, quindi, un salario definibile “burocratico”; è la negazione della dialettica capitale-lavoro, come del mercato.

A fronte del salario” burocratico”, è preferibile, invece, perseguire la metodologia del “salario condiviso“ dai sindacati dei lavoratori e dalle associazioni dei datori di lavoro, secondo l’acuta definizione dell’economista Daniele Ciravegna.

Così, si può porre la dignità del lavoro  al centro di ogni politica di crescita economica e di sviluppo sociale. Il confronto tra capitale e lavoro è indispensabile perché la giustizia sociale possa misurarsi con gli egoismi reddituali delle élite sociali , che impongono al sistema quale scopo unico quello  di fare denaro per il denaro. Questi interessi  non vengono neutralizzati con una raccolta di dati, per precisi ed esaustivi possano essere, ( si veda il decreto ).

L’élite operano secondo una logica che è l’opposto del benessere sociale condiviso. Credono in una società classista, senza rendersi conto che ha esaurito le sue capacità propulsive. Significativi, a questo  proposito, sono i volgari attacchi del Presidente degli Usa a Papa Leone contro la giustizia sociale da Lui invocata.

Quindi, alla luce delle dinamiche in atto, nella formazione del reddito è nell’interesse delle parti sociali perseguire lo scopo di una “prosperità condivisa “, quale risultato della cooperazione delle forze sociali di base: capitalisti, manager-imprenditori, lavoratori, rappresentanti delle Istituzioni locali.

In altri termini, la cooperazione tra capitale, lavoro e comunità può dare una concretezza vissuta e condivisa alla dignità del lavoro, molto meno lo può fare il salario burocratico.

Roberto Pertile