Amministrative senza entusiasmi. Vince il potere locale – di Giancarlo Infante

Amministrative senza entusiasmi. Vince il potere locale – di Giancarlo Infante

Le elezioni amministrative dello scorso fine settimana  si sono rivelate senza entusiasmo. Non è solo una sensazione: lo dicono i numeri dell’affluenza e lo conferma il clima che ha preceduto il voto.

Nessuno le ha pubblicizzate fuori dall’ambito locale. Nessuna importante mobilitazione nazionale, nessun volto di partito a chiamare alle urne. Eppure, era un test importante: al voto andavano un capoluogo di regione e 17 di provincia. Chiamati al voto oltre sei milioni e seicentomila, pari a poco meno del 13% dell’intero corpo elettorale nazionale.

Il confronto con il recente Referendum è abbastanza impietoso. Solo poche settimane fa, la campagna referendaria aveva acceso una vampata di partecipazione. Una scelta secca, sì o no, aveva dato a molti la sensazione di poter contare senza mediazioni. Oggi, con schede piene di simboli e nomi, l’astensionismo è tornato a crescere. È il segno di un paradosso: anche chi vuole il cambiamento non si schiera quando deve per forza esprimersi su persone ed apparati.

Il Referendum rendeva più liberi, perché si era chiamati solamente a schierarsi da una parte o dall’altra, ma senza compromettersi con alcun schieramento. Il voto elettorale costringe, invece, a fare i conti con le liste, con le alleanze, con i volti noti del potere locale. E molti, a quel punto, restano a casa, perché, evidentemente molti di quei volti non convincono.

Il risultato politico è di sostanziale conservazione. Destra e sinistra confermano la tenuta delle amministrazioni dove già governavano. Non ci sono enormi ribaltoni, non ci sono onde, anche se il centrosinistra deve registrare la delusione del mancato successo a Venezia e la perdita di Reggio Calabria. E qui riemerge il problema della validità dei candidati proposti.

Nel complesso, c’è da registrate la tenuta del sistema, ma che non è affatto gradito. Vince il tessuto di potere locale, e vince l’astensionismo. Dove la macchina è più radicata, basta poco per mantenere il consenso. Anzi, meno gente vota e più quella macchina pesa.

L’exploit di Salerno lo conferma in modo plastico. Il ritorno trionfale di Vincenzo De Luca alla carica di Sindaco — forte di un passato da quattro volte Primo cittadino e di due mandati da Presidente della Campania — non è che la regola che viene come conferma. È la dimostrazione che il consenso, quando è personale e territoriale, sopravvive ai cicli nazionali, ai loghi di partito, persino, all’usura del potere.

La politica nazionale guarda altrove, i territori si autogovernano. E lo fanno con chi conoscono. Con chi c’era già. Una lezione già confermata dal susseguirsi delle elezioni degli ultimi anni: l’assenza di entusiasmo non è che disillusione nei confronti di una politica ridotta a mera scelta tra sigle.

Il Referendum aveva illuso che bastasse un Sì o un No per cambiare. Le Amministrative ricordano che bisogna cambiare. Ma quella fatica nessuno l’ha fatta e i risultati si vedono.

Giancarlo Infante