Amal e Hezbollah: due anime degli sciiti libanesi – di Edoardo Almagià

Ci sono paesi in cui la politica non è soltanto competizione tra partiti, ma sedimentazione di storie, memorie e appartenenze. Il Libano è uno di questi. Un mosaico fragile e sofisticato, dove ogni comunità custodisce un proprio racconto e lo traduce in forma politica. In questo equilibrio instabile, lo sciismo libanese ha conosciuto nel tempo due grandi espressioni organizzate: Amal ed Hezbollah. Due movimenti nati da una stessa radice, ma cresciuti lungo traiettorie diverse, fino a incarnare modelli distinti di azione, identità e potere.

Per comprendere la loro natura, bisogna tornare agli anni Settanta, quando lo sciismo libanese era ancora una comunità marginalizzata, concentrata nelle periferie urbane e nelle regioni meridionali del Paese. Fu allora che emerse la figura di Musa al-Sadr, un religioso carismatico capace di trasformare una condizione sociale in coscienza politica. Con lui nasce il Movimento Amal, acronimo di “Afwaj al-Muqawama al-Lubnaniyya” — le “Brigate della Resistenza Libanese” — ma anche parola che in arabo significa “speranza”. Un nome che racchiudeva già in sè un programma.

Amal non nacque come milizia, ma come strumento di rappresentanza. La sua ambizione era integrare gli sciiti nel sistema politico libanese, dando voce a una comunità fino ad allora esclusa dai centri decisionali. Era, in un certo senso, un movimento riformista, radicato nel contesto nazionale e orientato a ottenere riconoscimento attraverso le istituzioni. Anche quando, negli anni della guerra civile, Amal si trasformò in attore armato, mantenne questa vocazione: difendere gli interessi della comunità senza rompere definitivamente con l’architettura statale.

La scomparsa misteriosa di Musa al-Sadr nel 1978 segnò una frattura profonda. Amal continuò a esistere, sotto la guida di Nabih Berri, ma perse parte della sua spinta originaria. Nel frattempo, il contesto regionale stava cambiando rapidamente. La rivoluzione iraniana del 1979 e, soprattutto, l’invasione israeliana del Libano nel 1982 crearono le condizioni per la nascita di un nuovo attore.

È in questo crocevia che prende forma Hezbollah. Non un semplice movimento politico, ma un’organizzazione che fin dall’inizio si definisce attraverso una duplice identità: religiosa e militare. Si tratta anche di un’organizzazione che opera in campo sociale. Se Amal rappresentava una domanda di inclusione, Hezbollah incarnava una risposta di resistenza. La sua nascita è profondamente legata all’influenza iraniana, sia sul piano ideologico — con il riferimento alla dottrina del “velayat-e faqih”, il governo del giurista — sia su quello materiale, attraverso sostegno finanziario e militare.

Hezbollah si presenta come avanguardia della lotta contro Israele, ma anche come progetto di trasformazione sociale. Costruisce scuole, ospedali, reti di assistenza. Entra nelle vite quotidiane, non solo come forza armata, ma come sistema parallelo di welfare. In questo senso, il suo radicamento è capillare, quasi organico. Non rappresenta soltanto una comunità: la struttura.

Eppure, nonostante le differenze, Amal ed Hezbollah non sono mai stati semplicemente antagonisti. Hanno attraversato fasi di competizione — anche violenta, come negli scontri degli anni Ottanta — ma hanno poi costruito un rapporto di coesistenza, se non di alleanza. Oggi, entrambi partecipano al sistema politico libanese, condividendo la rappresentanza sciita nelle istituzioni. Le differenze, tuttavia, restano profonde.

Amal è un partito pienamente integrato nel sistema. Il suo leader, Nabih Berri, è da decenni presidente del Parlamento libanese. Il movimento agisce attraverso le dinamiche tradizionali della politica: negoziazione, alleanze, gestione del potere. La sua forza sta nella capacità di muoversi all’interno delle istituzioni, di interpretarne le logiche, di garantire continuità.

Hezbollah, al contrario, mantiene una posizione ambivalente. È dentro lo Stato, ma anche fuori. Partecipa alle elezioni, siede in Parlamento, ma conserva una propria autonomia militare che sfugge al controllo statale. È, allo stesso tempo, partito e milizia, attore nazionale e soggetto transnazionale. Questa duplicità è la chiave del suo potere, ma anche la fonte delle principali tensioni come lo si può vedere anche in questi giorni riguardo eventuali accordi di tregua tra le autorità di Beirut e lo Stato Ebraico che si stanno svolgendo a Washington. Va ricordato che tecnicamente Israele e Libano continuano ad essere in guerra dal 1948.

Malgrado un cessate il fuoco tutt’ora in vigore, gli ultimi attacchi da parte israeliana sono stati i più violenti dal 1982. Scopo di queste trattative, il disarmo di Hezbollah, il ripristino dell’autorità del governo sull’intero territorio del Paese ed infine un rapporto di pace con Israele. Se Hezbollah esprime il suo rifiuto, il presidente Aoun sottolinea che prima di qualsiasi cosa è necessario accordarsi per un cessate il fuoco definitivo e che venga rispettato. Risponde Israele che non se ne fa nulla se prima Hezbollah non disarma. In mezzo, i libanesi.

Tra questi vi è chi reputa necessario trovare un accordo per tornare alla stabilità e riportare investimenti esteri. Per i cristiani Israele rappresenta la Terra Santa e molti aspirano a voltare pagina. Auspicherebbero un ritorno alla pace che possa consentire loro di recarsi in visita ed in pellegrinaggio nei luoghi santi all’interno dello Stato Ebraico. Ben diverso l’atteggiamento della maggioranza sciita. In molti è forte il risentimento contro Israele, considerato del tutto inaffidabile. Tanto vale resistere e combattere. Tra volontà di pace ed aspirazione alla resistenza, il Libano è attualmente un paese polarizzato, vicino a precipitare nel caos e con un quinto della popolazione composta da sfollati.

Sul piano ideologico, Amal appare più pragmatico, meno vincolato a una visione religiosa strutturata. Hezbollah, invece, si fonda su un impianto dottrinale preciso, che orienta le sue scelte e ne definisce l’identità. Non è solo una differenza di stile, ma di natura.

Anche il rapporto con l’esterno distingue i due movimenti. Amal è essenzialmente libanese, radicato nel contesto interno. Hezbollah, pur essendo profondamente inserito nella società libanese, è parte di una rete più ampia, che include attori regionali e si estende ben oltre i confini del Paese. La sua azione si muove su più livelli: locale, regionale, globale.

Questa differenza emerge con chiarezza anche nell’uso della forza. Per Amal, la dimensione militare è stata storicamente contingente, legata a fasi specifiche del conflitto. Per Hezbollah, è strutturale. La resistenza armata non è un mezzo tra gli altri: è un elemento costitutivo.

E tuttavia, ridurre Amal e Hezbollah a una semplice contrapposizione tra “politica” e “milizia” sarebbe fuorviante. Entrambi sono, in modi diversi, espressione di una stessa trasformazione: l’emergere dello sciismo libanese come attore centrale. Se Amal ha aperto la strada, Hezbollah l’ha percorsa fino in fondo, ridefinendone i confini.

Oggi, in un Libano attraversato da crisi economiche, istituzionali e sociali senza precedenti, il ruolo di questi due movimenti appare più cruciale che mai. Da un lato, rappresentano una forma di stabilità, garantendo continuità in un sistema fragile. Dall’altro, sono parte delle dinamiche che rendono difficile ogni cambiamento.

Il Libano resta, come sempre, un equilibrio di contraddizioni. E Amal ed Hezbollah ne sono due delle espressioni più emblematiche. Nati da una stessa radice, hanno scelto strade diverse. Ma continuano, ciascuno a suo modo, a raccontare la stessa storia: quella di una comunità che ha cercato, e trovato, il proprio spazio nel cuore di un Paese complesso.

In questa storia, non ci sono linee nette, né conclusioni definitive. Solo traiettorie che si intrecciano, si separano, si ricompongono. Come accade, da sempre, nella politica libanese.

Il conflitto in corso può descriversi come un progetto militare che ha poco a che vedere con qualcosa di politico. Sono gli stessi esperti militari israeliani a sostenere che non è pensabile eliminare Hezbollah con una serie di azioni militari in un’area limitata e di bombardamenti aerei, a meno che non si decida di conquistare l’intero Libano. L’esercito libanese, d’altro canto, non è forte abbastanza per affrontare la situazione e risolvere il problema di Hezbollah ed il suo confronto con Israele.

Ad oggi è stata applicata esclusivamente la più semplice e brutale logica del martello. Non basta però battere e picchiare: sarebbe invece necessaria da parte di tutti una riflessione sul mondo che si desidera avere domani. Israele è stato in Libano per un totale di 22 anni, a cominciare dai giorni della guerra civile, cosa che è stata all’origine della nascita di Hezbollah. Servirebbe adesso un deciso intervento diplomatico che lo persuada dell’impossibilità di risolvere i suoi problemi nella regione con una guerra permanente.

Ciò che vediamo oggi accadere in Libano è collegato alla partita in corso tra Washington e Tehran. La chiave di tutto resta l’irrisolta questione palestinese. Intanto le Nazioni Unite avvertono che il paese sta rischiando la catastrofe umanitaria.

Edoardo Almagià