Alla Ue servirebbe il patriottismo europeo – di Maurizio Cotta
Nel giro di pochi anni, dopo avere faticosamente superato la crisi del COVID, l ’Unione Europea si è trovata a dover fronteggiare una serie di macro-crisi internazionali con forti potenziali ricadute negative sul benessere degli stati membri e sugli equilibri interni della comunità.
L’aggressione russa all’Ucraina e la guerra ormai pluriennale sul fronte orientale, la crisi insoluta di Gaza e poi il drammatico seguito con l’attuale attacco americano e israeliano all’Iran, la guerra commerciale scatenata da Trump anche nei confronti degli alleati europei e la messa in questione da parte della Casa Bianca dei rapporti NATO hanno fatto emergere, con tutta la durezza che caratterizza le grandi crisi internazionali, il profondo deficit dell’Unione in materia di politica estera e di difesa comune.
L’illusione di poter contentarsi di gestire i problemi interni e al massimo di condurre una semplice politica commerciale verso il resto del mondo si è infranta e sarà difficile tornare indietro. E’ diventato chiaro che una
grande unione economico-commerciale con un proprio avanzato modello sociale quale è la Unione Europea di oggi non può fare a meno di una robusta politica estera e di sicurezza comune. Ma tra riconoscere questa necessità e compiere i passi indispensabili per realizzarla la distanza resta non piccola. È facile capire perché.
Sostituire politiche estere e di difesa nazionali legate a storiche identità particolari (e sostenute da consolidati apparati e dottrine) con una politica estera e di sicurezza europea si scontra con enormi forze di inerzia. Passi
avanti significativi sembrano difficili o addirittura impossibili. Avere un Ministro degli esteri europeo al di sopra dei corrispondenti nazionali? O un esercito europeo? É facile per gli scettici considerare tutto questo una pura utopia. Bisogna allora disperare? Non credo perché vorrebbe dire lasciare l’UE allo sbando e con gravi rischi in questo difficile contesto internazionale, ma anche dimenticare alcuni concreti elementi che possono indicare che la
mission non è del tutto impossible.
Il primo elemento riguarda proprio la politica estera e di sicurezza dell’Unione. Ebbene, possiamo dire che nel corso della crisi Ucraina si è affermato un larghissimo riconoscimento (con l’eccezione della Ungheria di Orban) che il sostegno al paese aggredito e alla sua resistenza non ha solo fondamento nelle buone ragioni dell’Ucraina ma fa parte anche di una più ampia presa di coscienza delle esigenze della sicurezza europea e dei rapporti da tenere con la Russia di Putin.
Questo orientamento non è rimasto solo verbale, ma si è tradotto in una mobilitazione notevole di risorse finanziarie e militari che, nell’epoca Trump, ha progressivamente sostituto l’aiuto americano. Una politica estera comune non è dunque impossibile! Ma, per onestà, dobbiamo aggiungere che sul fronte mediorientale una simile crescita di una politica comune non si è ad oggi realizzata. Se si è fatto molto su un fronte, molto resta ancora da fare su altri fronti non meno rilevanti per l’Europa.
Il secondo elemento riguarda gli aspetti militari della politica di sicurezza. Qui, rispetto alla presunta impossibilità di un esercito comune, occorre ricordare che i paesi dell’Unione (ma in forme ridotte per Austria e Irlanda che mantengono una posizione di neutralità) partecipano in forma fortemente coordinata alle attività della Nato, e adottano dottrine strategiche comuni, interoperabilità tra “pezzi” di eserciti e messa in comune di capacità di comando. Questo suggerisce che anche in assenza di una fusione tra eserciti è possibile realizzare capacità di
azioni (difensive) di notevole rilevanza.
Questo modello, in particolare nel momento in cui gli Stati Uniti di Trump sembrano sempre più distanziarsi dalla Nato stessa, può insegnare molto alla politica di difesa europea. La NATO-1 potrebbe sempre più diventare una NATO europeizzata.
Questi due esempi suggeriscono che la strada verso una maturità europea in materia di politica estera e di sicurezza non è impossibile, anzi è già iniziata. Basta tutto questo? No certo. In un mondo in preda a un grave disordine questi passi e queste prospettive pur rilevanti non possono consolidarsi senza trovare un sostegno di natura ideale
sempre più forte da parte dell’opinione pubblica europea.
È tempo allora di dare vita a un vigoroso patriottismo europeo. Cosa si vuol dire con questa parola che può suscitare timori ebsospetti? Da un lato, ci si vuole riferire a una adesione non utilitaristica ma valoriale all’Unione Europea. Dall’altra, ad una adesione certamente non basata su elementi etnici ma sulla convinzione della validità di certi caratteri peculiari di questa costruzione politica e della necessità di difenderli sulla scena politica interna ed esterna.
Quello che con Dolf Stern Berger e poi Jürgen Habermas chiameremo patriottismo costituzionale. Anche in assenza di una vera Costituzione, i Trattati dell’Unione e le modalità concrete del suo sviluppo nel tempo offrono un patrimonio di valori e prassi operative connotati da principi di liberalismo, democrazia, cooperazione e riconoscimento di una vasta gamma di diritti politici e sociali del quale il pluralistico demos europeo può essere orgoglioso e nel quale può riconoscersi.
Tocca oggi ad una classe politica europea conscia delle sue responsabilità stabilire con i suoi cittadini un dialogo intenso che metta l’Unione Europea in grado di essere presente con dignità e vigore sulla scena internazionale.
Maurizio Cotta









