A Nairobi, sotto il cielo mobile dell’Africa orientale e dentro il nuovo lessico geopolitico del XXI secolo, Emmanuel Macron ha tentato qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe apparso quasi impossibile: convincere il continente africano che la Francia non intende più essere una potenza tutelare, ma un partner tra pari. Il summit “Africa Forward”, co-organizzato dal presidente francese e dal presidente kenyano William Ruto, non è stato soltanto un appuntamento diplomatico. È stato, piuttosto, un esercizio di rifondazione politica e simbolica. Una dichiarazione di fine epoca.
Per comprendere la reale portata dell’iniziativa bisogna partire da una verità che a Parigi si è a lungo cercato di attenuare: la Francia ha perduto negli ultimi anni una parte decisiva della propria influenza storica in Africa. Non solo sul piano militare o economico, ma soprattutto sul piano dell’immaginario. L’idea stessa di una missione francese nel continente — costruita nel dopoguerra attraverso la rete opaca della cosiddetta “Françafrique” — è entrata in crisi irreversibile.
Il summit di Nairobi nasce precisamente dentro questa frattura.
Per oltre mezzo secolo la presenza francese in Africa si è retta su un equilibrio ambiguo: indipendenze formali accompagnate da dipendenze sostanziali. Parigi garantiva protezione militare, sostegno finanziario, cooperazione culturale e accesso privilegiato ai mercati; in cambio conservava influenza politica, accesso alle materie prime e centralità strategica. Era un sistema che sopravviveva attraverso accordi militari, relazioni personali con le élite africane, controllo monetario nel franco CFA e una rete diplomatica che spesso somigliava più a un dispositivo postcoloniale che a una partnership moderna.
Quel modello ha iniziato a sgretolarsi lentamente dopo la fine della Guerra Fredda, ma è esploso definitivamente nell’ultimo decennio. I colpi di Stato nel Sahel, l’espulsione delle truppe francesi da Mali, Burkina Faso e Niger, l’ascesa di governi apertamente anti-francesi e la crescita del sentimento panafricano hanno mostrato che l’epoca della deferenza verso Parigi era terminata. La Francia, improvvisamente, si è scoperta percepita non più come alleato naturale, bensì come residuo di una storia coloniale mai davvero superata.
Macron è stato il primo presidente francese a comprendere pienamente la profondità di questa mutazione. Fin dal discorso di Ouagadougou del 2017 aveva tentato di inaugurare una nuova stagione, parlando ai giovani africani di restituzione delle opere d’arte, di memoria coloniale, di imprenditoria, di innovazione e di relazioni “da pari a pari”. Ma tra le intenzioni e la percezione si è aperto negli anni un abisso. Ogni gesto francese veniva interpretato dentro il prisma del paternalismo europeo; ogni dichiarazione rischiava di apparire come una forma aggiornata di tutela politica.
Non è casuale, dunque, che “Africa Forward” sia stato organizzato in Kenya e non in una ex colonia francofona. La scelta di Nairobi possiede una forza altamente simbolica. Significa uscire dal recinto storico della Françafrique e rivolgersi a un’Africa diversa: anglofona, orientale, tecnologica, finanziaria, meno legata alla memoria coloniale francese e più interessata alla competizione globale. Il paese di 58 milioni di abitanti, il Kenya, è la porta d’accesso all’Africa orientale. Con una crescita di poco superiore al 4,5%, è stato capace di sviluppare un importante settore tecnologico che nello scorso anno ha attirato investimenti per oltre un miliardo di euro.
Il Kenya di William Ruto rappresenta infatti una delle nuove capitali politiche dell’Africa emergente. Non soltanto per la crescita economica, ma per la capacità di proporsi come hub finanziario, logistico e digitale del continente. Nairobi guarda contemporaneamente a Washington, Pechino, Bruxelles, Delhi e ai Paesi del Golfo. È un laboratorio della nuova postura africana: cooperare con tutti senza appartenere a nessuno.
Ed è precisamente questo il punto centrale del nuovo ordine globale africano.
Per decenni l’Africa è stata raccontata attraverso categorie occidentali: povertà, emergenza, aiuti umanitari, instabilità, sviluppo incompiuto. Oggi il continente tenta invece di ridefinirsi attraverso il linguaggio della sovranità, dell’autonomia strategica e del potenziale produttivo. L’Africa non vuole più essere “oggetto” della geopolitica mondiale; vuole diventare soggetto attivo della sua ridefinizione.
Questa trasformazione è evidente in almeno cinque dimensioni.
La prima è demografica. Entro la metà del secolo un abitante del pianeta su quattro sarà africano. Il continente possiede la popolazione più giovane del mondo mentre Europa, Cina e Giappone affrontano l’invecchiamento strutturale delle proprie società. Questo dato, da solo, sposta il baricentro della storia futura.
La seconda dimensione è energetica e mineraria. La transizione ecologica occidentale dipende largamente da risorse africane: cobalto, litio, rame, manganese, terre rare. Il futuro delle batterie, dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie verdi passa attraverso miniere africane. L’Africa ha compreso di possedere ciò che il mondo industriale considera ormai strategico.
La terza dimensione è infrastrutturale. La nascita dell’Area Continentale Africana di Libero Scambio rappresenta uno dei progetti economici più ambiziosi del secolo. Per la prima volta il continente tenta di costruire un mercato interno integrato capace di ridurre la dipendenza dalle esportazioni grezze verso l’esterno.
La quarta dimensione è politica. Sempre più governi africani rifiutano l’idea di allinearsi automaticamente ai blocchi tradizionali. La guerra in Ucraina ha mostrato chiaramente questa postura: molti Paesi africani hanno scelto neutralità o pragmatismo, non per indifferenza morale, ma perché non intendono più subordinare i propri interessi alle priorità europee o americane.
La quinta dimensione è culturale e psicologica. È probabilmente la più importante. Una nuova generazione africana, urbana, connessa e istruita non accetta più il racconto di un continente dipendente dalla benevolenza occidentale. Chiede investimenti, non assistenza; tecnologia, non paternalismo; partnership industriali, non lezioni di governance. Non a caso Macron si è presentato ai 32 Capi di Stato e di governo riuniti al vertice con un pacchetto di 23 miliardi di euro in investimenti, 14 provenienti dalla Francia e 9 da varie nazioni africane. Al vertice erano inoltre presenti più di 6.000 rappresentanti di industrie francesi e keniote e sono stati firmati contratti di partenariato per oltre un miliardo di euro.
In questo contesto il summit di Nairobi ha assunto il significato di un tentativo francese di adattarsi a una realtà che ormai non controlla più. Macron lo ha compreso con lucidità: la Francia non può più parlare all’Africa dal piedistallo della storia. Deve negoziare il proprio posto dentro un ecosistema geopolitico molto più competitivo. Oggi nel continente operano contemporaneamente Cina, Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, India e Stati Uniti. Nessuno possiede più il monopolio dell’influenza.
La Cina, soprattutto, ha cambiato radicalmente il quadro. Attraverso infrastrutture, credito, porti, ferrovie e telecomunicazioni, Pechino ha costruito in Africa una presenza sistemica che l’Europa non aveva previsto. La Russia, invece, ha sfruttato il vuoto politico e militare nel Sahel offrendo sicurezza e retorica anti-occidentale. Gli Emirati e i Paesi del Golfo investono in logistica, agricoltura e corridoi commerciali. L’India punta sulla cooperazione tecnologica e farmaceutica.
L’Africa contemporanea non appartiene più a una sola sfera d’influenza. È diventata uno spazio multipolare.
Ed è qui che il summit “Africa Forward” acquista la sua dimensione più profonda. Macron non sta soltanto cercando di salvare l’influenza francese. Sta tentando di ridefinire il ruolo europeo in un mondo dove l’Europa rischia progressivamente l’irrilevanza strategica.
Dietro le parole sulla cooperazione e sugli investimenti si intravede infatti una preoccupazione più ampia: se l’Europa perde l’Africa, perde anche una parte decisiva del proprio futuro economico, energetico e demografico. Non si tratta più soltanto di relazioni postcoloniali; si tratta della collocazione dell’Europa dentro il nuovo equilibrio globale.
Per questo Macron insiste tanto sul concetto di “partnership tra eguali”. Non è solo una formula diplomatica: è il riconoscimento implicito che il vecchio rapporto gerarchico non è più sostenibile. Sa bene che oggi nel suo paese operano 1.400 imprese africane che impiegano 15.000 persone e hanno fatto investimenti per 8,6 miliardi di euro.
Naturalmente il problema della credibilità resta enorme. Molti africani guardano ancora alla Francia con sospetto. Ogni gesto ambiguo viene letto attraverso la memoria coloniale. Persino l’episodio in cui Macron ha interrotto una sessione del summit per richiamare il pubblico al silenzio è stato interpretato da alcuni osservatori come un riflesso paternalistico tipicamente europeo.
Questo dimostra quanto sia fragile la nuova narrativa francese. Le parole da sole non bastano più. L’Africa giudicherà l’Europa sui comportamenti concreti: accesso ai mercati, trasferimento tecnologico, riforma del sistema finanziario internazionale, riequilibrio delle catene del valore, rappresentanza nelle istituzioni globali. Il punto cruciale è proprio questo: l’Africa non chiede carità. Chiede potere: potere negoziale, finanziario, industriale ed infine diplomatico.
William Ruto, durante il summit, ha insistito sulla necessità di riformare il sistema multilaterale, compreso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dietro questa richiesta vi è una questione storica irrisolta: come può un continente di oltre un miliardo e mezzo di persone restare escluso dai principali centri decisionali globali?
L’ordine internazionale nato dopo il 1945 appare sempre più inadatto a rappresentare il mondo reale. Le grandi istituzioni globali riflettono ancora gli equilibri del Novecento, non quelli del XXI secolo. L’Africa percepisce questa esclusione come una forma moderna di marginalizzazione.
Eppure il continente non si presenta più soltanto come vittima della storia. È questo il cambiamento più radicale. La nuova élite africana — imprenditoriale, tecnologica, culturale — parla il linguaggio dell’ambizione globale. Le startup di Nairobi, Lagos, Kigali o Accra non chiedono protezione: chiedono capitale, connettività, mercati, innovazione.
L’Africa sta progressivamente passando dall’economia dell’estrazione all’economia della trasformazione.
È ancora un processo incompleto, pieno di contraddizioni, frenato da debiti, disuguaglianze, conflitti e fragilità istituzionali. Ma la direzione storica appare ormai chiara. Chi continua a leggere il continente con le categorie del passato rischia di non comprenderne la traiettoria reale.
In questo senso “Africa Forward” è stato anche un summit sul futuro dell’Occidente. Perché la questione africana costringe l’Europa a interrogarsi sulla propria identità geopolitica. Continuare con logiche paternalistiche significherebbe accelerare il distacco del continente africano. Accettare invece una relazione realmente paritaria implica rinunciare a privilegi storici consolidati.
È una transizione difficile, soprattutto per la Francia, che più di ogni altra potenza europea aveva costruito in Africa una proiezione quasi organica di sé stessa.
Macron sembra aver compreso che il tempo della nostalgia imperiale è finito. Ma il problema è che la storia non si cancella con un summit. Le ferite coloniali, le ambiguità della Françafrique, le operazioni militari nel Sahel, le dipendenze monetarie e le interferenze politiche hanno lasciato sedimentazioni profonde.
Per questo il vero significato del vertice di Nairobi non sta negli accordi firmati o nelle cifre annunciate, pur importanti. Sta nel riconoscimento implicito di un mutamento irreversibile: l’Africa non è più periferia del mondo, ma uno dei luoghi dove il mondo futuro si sta decidendo. Il presidente Macron questo lo ha capito talmente bene da evocare la necessità di dare all’Africa un seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Le grandi competizioni del XXI secolo — energia, tecnologia, demografia, sicurezza alimentare, migrazioni, intelligenza artificiale, clima — passeranno inevitabilmente attraverso il continente africano.
Chi comprenderà questa centralità costruirà il futuro. Chi continuerà a considerare l’Africa soltanto come spazio di influenza o terreno di assistenza resterà prigioniero del passato.
Il summit “Africa Forward” ha dunque un valore che supera largamente la diplomazia franco-africana. Segna il tentativo di adattarsi a un mondo multipolare in cui l’Africa non accetta più di essere raccontata dagli altri. È il continente stesso che vuole finalmente definire il proprio posto nella storia e forse il dato più importante emerso da Nairobi è proprio questo: l’Africa non aspetta più il permesso dell’Occidente per immaginare il proprio destino. Già lo sta costruendo.
Parigi se ne rende conto, tanto che ha da un lato rinunciato alla componente militare della sua politica nei confronti dell’Africa, e che dall’altro commercia allo stesso modo sia con l’Africa francofona che con quella anglofona. Visto anche il drastico calo dei bilanci per lo sviluppo, il presidente francese ha ritenuto di dare più spazio all’impresa privata incoraggiandone gli investimenti, decisione che comporta un ulteriore vantaggio: evita la corruzione e la lentezza degli apparati burocratici. Con uno slancio forse eccessivo, ha voluto sottolineare che le sfide che deve oggi affrontare il continente africano sono le stesse che riguardano l’Europa: la pace, l’indipendenza e la prosperità.
Edoardo Almagià