A Giorgia Meloni manca una visione dell’Italia e del mondo – di Giancarlo Infante

A Giorgia Meloni manca una visione dell’Italia e del mondo – di Giancarlo Infante

Avremmo tanti spunti critici da sviluppare dopo aver ascoltato Giorgia Meloni in Parlamento. Ma a cosa servirebbe? Quello della polemica, invece, è stato un problema che lei non si è posta nel preparare un intervento largamente insufficiente. Che ci ha confermato un elemento dirimente: a lei e al suo Governo manca una visione del Paese e del Mondo.

La reazione alla sconfitta subita con il Referendum sulla separazione delle carriere è quella del tirare a campare. Del durare contando su una contingenza migliore. Che, però, non si sa da dove possa sbucare fuori.

E’ mancato il colpo di reni e a poco serve il continuare a parlare della compattezza della coalizione e provare a rivendicare risultati che vede solo lei. Gli italiani ne vedono davvero pochi, a cominciare dal costo della pompa della benzina, dal supermercato, dalle file per le prestazioni sanitarie. Non li vedono i giovani che, non a caso, hanno votato massicciamente di No.

Non le vedono neppure sullo scenario internazionale. Ascoltate tante parole sui timidi tentativi di dire qualcosa senza turbare più di tanto gli amici ed alleati Trump e Netanyahu che hanno messo a ferro e a fuoco una regione del mondo tanto vitale anche per noi. E senza rispondere neppure ad un interrogativo sugli sbocchi di simili scelleratezze. Meno male che è sparito il ritornello sulla “centralità” riguadagnata sul proscenio internazionale.

Purtroppo,  non abbiamo ascoltato una vera e dura condanna di una concezione del mondo e dell’uso della forza per regolare contrasti e contrapposizioni. Non abbiamo a suo tempo udito serie determinazioni per Gaza e lo stesso sta accadendo per il Libano. A questo proposito c’è stato lo svolgimento di un compitino che sfiora appena la sufficienza, ma fatto svogliatamente e limitandosi a prendere delle distanze pro forma da chi, evidentemente, distanza vera ed autentica non tollererebbe.

A dispetto di quello a cui assistiamo da troppo tempo, abbiamo risentito parlare Giorgia Meloni di Occidente in maniera fideistica ed acritica. Senza porsi il problema di come esso sia stato definitivamente compromesso agli occhi del mondo dai crimini perpetrati da Trump e da Netanyahu e coperti dal silenzio di alcuni altri che dovrebbero ben sapere quanto lontano da certi valori c’hanno portato quei due. Ed è grave sentire la Presidente del Consiglio definirsi “testardamente occidentale” sorvolando sui due occidentali cui grondando le mani di tanto sangue. Retorica vuota, dunque, sbagliata e inutile. Lei continua a stare da una parte e la quasi totalità degli italiani da un’altra. Per una scelta di civiltà, prima che politica.

E  dobbiamo comunque notare altre lacune gravi. In particolare, per ciò che riguarda un possibile nuovo atteggiamento da assumere con l’Europa. E non solo per quanto è da riferire a conflitti tanto azzardati e pericolosi come quelli in corso. All’Europa da lei è stata dedicata, di sostanziale, solamente la richiesta di attenuare quel Patto di stabilità che, con Giancarlo Giorgetti, ha sottoscritto alla fine del ’23 senza trattare niente. Ed anche oggi, i due si sono dovuti mettere, comunque, in fila dietro altri che hanno avanzato richieste analoghe. A partire da quella Germania che ha bisogno di una flessibilità sui conti pubblici – un tempo negata o concessa all’Italia solo se accompagnata da uno sguardo arcigno e di sufficienza – perché deve provvedere ad una ristrutturazione industriale in grado di far tornare preminente l’industria della guerra piuttosto che quella dell’automobile.

Anche senza bisogno di una estrema verve polemica con Trump avremmo voluto sentirle esprimere una presa d’atto della necessità di fare nel Vecchio continente più massa critica per assicurare la sopravvivenza dei 27 che, preso ciascuno da solo, non farebbero molto cammino. E il suo ipocrita dirsi “testardamente unitaria” con l’Europa non è affatto credibile perché è fresco il suo esplicito sostegno ad Orban che prova a restare in sella a Budapest per continuare con la sua “democrazia illiberale”.

A Bruxelles si fanno tante cose, più di quanto un’informazione deficitaria ci faccia sapere, e molto più di quello che ci raccontano i governi. Ma fermi al palo ci sono cose in essere e in divenire davvero cruciali. Modifica dei Trattati per superare i diritti di veto e i voti all’unanimità; fiscalità armonizzata; Debito pubblico, spese ed investimenti comuni che riguardano settori delicatissimi come la Difesa e la sicurezza, ordinaria e cibernetica; la tematica ambientale che non scompare perché se lo sogna Matteo Salvini. Dunque, avremmo bisogno di essere garantiti su di una “testardaggine” bene indirizzata. Ma cosi non è.

Su molto altro avremmo voluto sentire una parola da parte di un Governo che continua a sostenere “di fare”.  Sarebbe necessario sapere, ad esempio, a quale “fare” sarebbe orientata la revisione del Patto di stabilità. Giusto per saperlo. Anche da noi solo per lo sviluppo della nostra Difesa nazionale non coordinata e  gestita con gli altri? Oppure, per investire in innovazione, in formazione e sostegno al tessuto produttivo del paese? Della questione della de – industrializzazione in atto non abbiamo avuto eco, ma il calo della produzione quale segno di un vero e proprio declino strutturale è in atto da tre anni.

Quando arriverà il momento di un bilancio del Pnrr? Silenzio totale. Eh sì che stiamo appena subendo l’interruzione della dorsale adriatica – autostradale e ferroviaria- per il più grande smottamento franoso d’Europa. Chissà se nel Pnrr , che molto avrebbe dovuto essere dedicato al recupero dell’assetto idrogeologico del Paese, se ne faceva menzione. E chissà in quale modo, nella versione in cui Giorgia Meloni ha voluto avocare a se la responsabilità pratica e politica, facendoci perdere mesi e mesi preziosi. Con quest’anno il Pnrr è finito. Non abbiamo dati certi  sull’uso di 209 miliardi  – somma pari a quasi l’ammontare di più di otto finanziarie come quella di quest’anno  – e non sappiamo se si risolverà in un secco, ed inutile, ulteriore aumento del debito o se vedremo qualche risultato significativo.

Quello di Giorgia Meloni lo si può davvero definire, allora, un “vuoto” discorso di avvio di campagna elettorale. Per il 2027 o, nonostante le rassicurazioni, prima? Abbiamo ascoltato una linea speculare, ma invertita- perché stavolta fatta dai banchi del Governo – rispetto a quella della sua lunga campagna elettorale nel corso del Covid, del dopo Covid, del secondo Governo Conte e del successivo di Mario Draghi. Possiamo, allora, parlare di più di tre anni di esperienza a Palazzo Chigi quasi sprecata?  Un’esperienza in gran parte vissuta sulle copertine dei giornali di mezzo mondo, ma molto poco per seguire una efficace linea di governo di un Paese che ha bisogno di ben altra visione di sé stesso e del Mondo in cui, ahinoi, ci si trova a coabitare.

Il messaggio del voto referendario, a denti stretti accettato, non sembra essere stato realmente recepito. La cosa più preoccupante è che, con l’aria che tira, l’atteggiamento divisivo visto e i toni di rottura ascoltati vanno considerati come il vero viatico con cui stiamo per affrontare ciò che non è ancora da considerare sventato.  Mentre rischia, invece, sfortunatamente di abbattersi su di lei.. e su di noi. A caro prezzo, e speriamo che ciò non accada, se Giorgia Meloni dovesse scoprire definitivamente tutti gli errori compiuti nella politica interna e in quella internazionale sulla base di una impostazione ideologica ed autoreferenziale.

Giancarlo Infante