Transizione energetica italiana al palo. Comanda la burocrazia – di Nunzio Ingiusto

La transizione energetica italiana procede  in modo disomogeneo, ostacolata da normative regionali differenti che stanno rallentando investimenti, autorizzazioni e nuovi impianti da fonti rinnovabili. Ci sono regioni che cercano un equilibrio tra sviluppo energetico e tutela del territorio, altre sono in una lista nera che allontana gli obiettivi climatici nazionali ed europei. Il risultato è un quadro frammentato che rischia di compromettere i target per il 2030.

Il caso Sardegna

Tra i casi più critici emerge quello della Sardegna,  la regione più in ritardo rispetto agli obiettivi intermedi del decreto sulle aree idonee. Secondo i dati Terna di marzo, l’isola  ha un deficit di 461 MW rispetto alla capacità prevista. La situazione è aggravata dall’incertezza normativa e dai continui cambiamenti legislativi che stanno bloccando numerosi progetti energetici.

Emblematico è il caso di Innovo Renewables, società che ha visto congelati investimenti per circa 257 milioni di euro per impianti in grado di produrre oltre 511 MW di energia. L’amministratore delegato Rodolfo Bigolin ha denunciato come le modifiche normative abbiano di fatto fermato tutti i progetti dell’azienda. Tra gli interventi bloccati c’è l’impianto agrivoltaico di Palmas Arborea da 120 MW su cui dovrebbe pronunciarsi addirittura il Consiglio dei Ministri. Da quando è diventata presidente della Sardegna la M5S Alessandra Todde ha ingaggiato una battaglia contro le installazioni eoliche utilissime alla transizione.

Le difficoltà italiane non riguardano solo i tempi burocratici, ma anche la sostenibilità economica delle iniziative. L’azienda ha già investito milioni di euro in progettazione, acquisizione dei terreni e sviluppo tecnico, senza però avere la certezza di poter avviare la produzione energetica. Gli investimenti diventano perdite.

In Sardegna sono state presentate a Terna oltre 600 richieste di connessione, per una potenza complessiva superiore ai 44 GW, soprattutto nei comparti solare ed eolico.

Molte cose ruotano intorno alla  “Legge 20” regionale che limita le aree idonee agli impianti a circa l’1% del territorio regionale. Una soglia giudicata insufficiente dalle imprese energetiche, ma contestata anche da parte dei comitati locali.

Diverso l’approccio adottato dalla Lombardia, che da poco ha approvato una normativa orientata a conciliare la crescita delle rinnovabili con la salvaguardia del suolo agricolo. Sono stati introdotti limiti precisi all’utilizzo delle superfici agricole, fissando una quota minima dello 0,8% per gli impianti e un tetto massimo del 3% della superficie agricola comunale. L’obiettivo dichiarato è aumentare la produzione energetica senza compromettere migliaia di ettari di terreno fertile.

Opportunità da non sprecare

In Umbria, invece, la  legge regionale sulle aree idonee è stata duramente criticata da Greenpeace, Legambiente e WWF. Secondo loro la normativa ostacola a realizzazione di grandi impianti . Dal  2021in Umbria sono stati installati  solo 314 MW, raggiungendo meno del 18% del target previsto per il 2030. Con il ritmo attuale, gli obiettivi verrebbero raggiunti con quasi vent’anni di ritardo.

Il confronto tra Sardegna, Lombardia e Umbria mostra  come l’assenza di una strategia uniforme nazionale stia rallentando la transizione energetica. Tra vincoli territoriali, opposizioni locali e iter burocratici, il rischio è che il Paese perda competitività e accumuli altri ritardi nel percorso verso la decarbonizzazione. Un’opportunità da cogliere.

Nunzio Ingiusto

Pubblicato su www.italianotizie24.it