Il debito dei paesi UE – di Marcello Carli

Il debito dei paesi UE – di Marcello Carli

“Chi non conosce la storia è destinato a ripeterla”, diceva nel secolo scorso George Santayana, filosofo
e scrittore spagnolo. Una semplice frase che purtroppo raccoglie una grande verità. Oggi sono in molti
a non ricordare la storia, ignorando di conseguenza quello che può derivare da un eccesso di
nazionalismo sovranista, particolarmente in un sistema altamente connesso, dove le ragioni di
potenziali attriti e scontri fra sistemi economici potranno essere sempre di più. Le dinamiche del
dibattito ed i comportamenti adottati da alcuni dei Governi europei relativamente al tema del debito
degli Stati comunitari ed alla sua progressiva messa in comune, soprattutto oggi in piena crisi
pandemica, sono portatrici dello stesso pericolosissimo germe: l’egoismo.

Da almeno venticinque anni l’ampio progetto di maggiore unione politica che sarebbe dovuto seguire
al varo della moneta unica del ‘92, anche per migliorare la governance economica dell’Unione europea,
e quindi rafforzare la fiducia del mercato nell’Euro, è impantanato nel disaccordo pretestuoso o nel
formalismo estetico stimolati da quell’egoismo miope, modello britannico, di quei Governi che stanno
preferendo sempre di più rispondere alla pancia dei propri elettori per contrastare i populismi, anziché
volgere alto lo sguardo verso l’obiettivo più solido da raggiungere.

Con l’effetto che il livello di integrazione raggiunto negli anni è ormai talmente elevato, che non proseguirlo, completandolo per le parti avviate e non concluse, diviene quasi irresponsabile da un punto di vista istituzionale e molto costoso sul piano economico. Questa lunghissima frenata negoziale, questa perdurante incapacità di
trasferire a livello comunitario dei poteri integrativi e complementari rispetto alla moneta unica costerà
sempre di più alle economie del vecchio continente, messe in difficoltà dall’asimmetria del sistema.

Un atteggiamento di responsabilità, anche verso il sistema economico mondiale, deve portare a porre mano alla crisi del debito dei paesi U.E. ed al completamento del percorso di integrazione economica ed istituzionale, con alcuni interventi di breve ed altri di lungo periodo.

In questo momento sono in gioco sia il futuro prossimo derivante dalla gestione della crisi da Covid19, che le prossime generazioni. Gli interventi di breve-medio periodo sono molto urgenti e servono ad immettere velocemente
liquidità in un sistema economico ormai prosciugato, consentendo di gestire in termini più pacati l’emergenza di fondo, legata alla gestione delle emergenze sanitaria e sociale, con il superamento dei limiti derivanti dall’indebitamento alto di alcuni Stati, per caso proprio quelli più colpiti dalla pandemia.

Ma questa partita deve aprire la strada verso una immediata e sostanziale modifica ed integrazione dei trattati istituivi, che deve accompagnarsi alla rivisitazione strutturale dei parametri stabiliti dalla Banca dei Regolamenti internazionali, da Basilea per capirci, per la gestione degli attivi patrimoniali delle banche.

Da un lato la B.C.E deve potersi comportare come una normale Banca Centrale, come la FED, e quindi poter stampare moneta ad libitum, senza in questo caso sollevare costantemente una querelle fra i Paesi del sud e quelli del nord Europa. Le valutazioni debbono essere solo di politica economica e l’immissione di liquidità dovrebbe avvenire anche attraverso l’acquisto di titoli di debito dell’Unione – gli Eurobond, magari non redimibili o di lunghissima durata– al fine di sospendere quello stucchevole e pretestuoso dibattito sulla natura dei titoli di debito pubblico acquisibili e sulla proporzione tra Stati in cui ciò può avvenire in corso di Quantitative Easing.

Inoltre, i debiti pubblici degli Stati Euro dovranno trovare una forma per essere messi in comune, altrimenti l’Europa camminerà sempre più storta, fino a cadere. D’altro canto, debbono essere trasferiti in capo alle istituzioni comunitarie gli strumenti necessari per decidere e creare la politica fiscale, economica e sociale ed anche sanitaria dell’Unione europea. Che le riforme debbano essere di sistema e comunitarie, lo dimostrano anche i precedenti storici, e l’attuale pandemia ci scuote una volta di più nel ribadire che le soluzioni di oggi sono soluzioni comuni, non
individuali.

Non è però sufficiente risolvere il problema del debito e creare liquidità. E la teoria della trappola della liquidità lo racconta. La cosiddetta trappola della liquidità è una definizione coniata dagli economisti keynesiani negli anni
’30, periodo tristemente noto con il nome di “GrandeDepressione” che imperversò dapprima negli Stati Uniti e poi in tutto il globo a seguito del crack di Wall Street del 1929. In quegli anni il costo del denaro a zero non riuscì a risollevare la locomotiva economica americana, creando invece i presupposti per una trappola: tassi a livelli eccessivamente bassi, investimenti “congelati”, diminuzione dei redditi e consumi in picchiata in attesa di nuove discese dei prezzi. Lo stesso accadde in Giappone dopo lo scoppio della bolla del Nikkei negli anni ’90, spingendo il Paese del Sol Levante in una terribile deflazione. Oggi sembra stia accadendo lo stesso osservando la politica
monetaria della FED e della BCE: tassi a zero e inondazione del mercato di liquidità, a fronte di un’economia sostanzialmente ferma, o comunque a ritmo molto lento.

Come ripeteva John Maynard Keynes citando un antico proverbio inglese, “è possibile portare il cammello all’abbeveratoio ma non lo si può costringere a bere”. Significa che c’è qualcosa che non funzione. E solo un ragionamento d’insieme e condiviso, attuato in maniera organica combinando soluzioni monetarie e soluzioni economiche e di struttura ci può forse aiutare, aiutare tutti.

Non va pensato solo un intervento – sicuramente necessario – di allentamento monetario per rispondere alle emergenze di oggi, ma bisogna spingere per andare verso un governo comune istituzionale più ampio, per attuare in Europa le riforme di sistema necessarie a far ripartire l’economia del continente.

Non credo che il nuovo impulso allo sviluppo economico potrà avvenire secondo criteri fino a qui usuali. E forse non dovranno neppure essere funzionali solo a consentire un lento e progressivo pay back dei debiti. La crisi sanitaria pandemica del 2020 porterà il pianeta a raggiungere livelli di debito pubblico e privato inimmaginabili prima. E se pensiamo al livello di debito aggregato che il mondo aveva raggiunto a fine 2019, alla vigilia della crisi pandemica, era circa 250.000 miliardi di dollari, ci rendiamo conto che quello che sta accadendo ci obbligherà, dico finalmente, a rivedere tutti i parametri della finanza internazionale e quindi definire una nuova semantica del denaro e quindi una nuova semantica del debito.

Dovrà forse essere l’Europa, l’Unione Europea a promuovere la convocazione di una nuova Bretton
Woods, dopo 76 anni da quella precedente, o forse lo farà la Cina. Sicuramente vero è che se non
vogliamo che alla crisi sanitaria segua una fase di povertà diffusa, e magari una grande crisi sociale
dovuta alle successive politiche di rigidità derivanti dai nuovi livelli di indebitamento, una nuova
stagione di riforme a livello mondiale deve essere aperta in un tempo assai rapido.
Penso che questo compito spetti soprattutto all’Europa; a quel continente dove è nato l’umanesimo.

Marcello Carli