UltimaEdizione.Eu  > 

Di Maio sotto accusa: morale, moralismo ed ipocrisia

Di Maio sotto accusa: morale, moralismo ed ipocrisia

Il momento non sembra molto favorevole per il vicepremier Luigi Di Maio, la cui azienda di famiglia viene accusata di irregolarità che fanno a pugni con l’atteggiamento moralistico del Movimento Cinque Stelle. Su questo tema e sui fiumi d’inchiostro che stanno scorrendo sulla questione abbiamo sentito il professor Giuseppe Sacco. Partiamo dal richiedere la conferma che negli ultimi giorni si sia espresso in  difesa di Di Maio.

Giuseppe Sacco – Più che scendere in difesa di Di Maio, mi è venuto spontaneo difendere la ragioni del buon senso e dell’equanimità. In primo luogo, mi sembra vile e scorretto cercare di scaricare sul giovane di Maio presunte colpe per le irregolarità che sarebbero state commesse dai suoi genitori. Non solo è lontanissimo dell’etica cristiana vendicarsi fino alla settima generazione,  ma anche  far ricadere le colpe dei padri sul  destino dei figli.  E soprattutto,  non mi piace il moralismo astratto, one size fits all, e spesso piuttosto ipocrita, di chi ritiene di poter applicare lo stesso metro di giudizio a tutte le situazioni, senza tener conto delle circostanze e dell’ambiente in cui esse hanno avuto luogo.

E aggiungerò che ciò che mi piace di meno del Movimento Cinque Stelle è quel far gridare alle povere folle che lo seguono “Onestà ! Onestà”. E se in questa occasione provo una certa simpatia per  di Maio, è anche perché è proprio urlando questo rozzo, ipocrita e profondamente impolitico slogan che si tenta di linciarlo.

Giancarlo Infante – Coloro che invocano l’onestà, la insospettiscono?

Giuseppe Sacco – Sì, molto! Non mi è mai piaciuto che all’epoca di Berlinguer, il partito comunista cercasse di presentarsi come il “partito degli onesti”.  Ma non perché ritenessi Berlinguer politicamente disonesto.  Io non lo ho mai conosciuto personalmente,  ma ho conosciuto bene suo fratello Giovanni, che si occupava dei rapporti tra scienza e società in un periodo in cui anch’io mi interessavo attivamente a questo tipo di questioni,  e posso testimoniare che era una persona di grandissima onestà intellettuale.  Del resto, non mi è mai neanche piaciuto che il partito repubblicano, per cui pure ho votato, e al quale sono stato iscritto, tendesse anche esso a presentarsi, specie all’epoca di Spadolini,  come il “partito degli onesti”.

Giancarlo Infante – Non crede che il giudizio morale sia importante nelle questioni politiche?

Giuseppe Sacco – Al  contrario. E’ proprio sul piano morale che trovo difficile accettare questo accanimento contro Di Maio per le irregolarità che sarebbero state commesse in attività economiche in cui egli era coinvolto molto indirettamente. Del resto io stesso sono stato criticato per applicare, quasi involontariamente, dei criteri morali nel giudizio politico. Anzi, mi è stato raccontato da fonti degne di fede che un uomo politico di cui ho avuto grande stima, Bettino Craxi, per il quale – nonostante sia stato fatto crepare sotto il pubblico ludibrio – ho ancora, a diciott’anni dalla sua scomparsa, una grande ammirazione ed un grande rimpianto, avrebbe detto di me “Sacco è un moralista rompicoglioni”.

Giancarlo Infante – Insomma, Professor Sacco, lei da un duro giudizio morale sul moralismo in politica.

Giuseppe Sacco – Non riesco ad accettare l’atteggiamento alla Savonarola, il moralismo inflessibile,  che non tenga conto delle circostanze degli ambienti sociali in cui sono avvenuti i comportamenti che si pretende di giudicare.  Tanto per non far nomi,  non credo si possano trascurare le caratteristiche di luoghi come Pomigliano d’Arco Marignanella.  Sono luoghi dove lo Stato è sempre stato assente, e dove – di conseguenza – il confine tra comportamenti corretti e comportamenti illegali è purtroppo estremamente confuso.

Mi pare impossibile non capire che in ambienti come questi è molto più difficile vivere ed operare senza sconfinare più o meno inconsapevolmente o involontariamente nell’illegalità, di quanto non sia difficile fare il contrario in un luoghi come Milano: vivere ed operare sfidando le leggi e l’autorità dello Stato. Non dico – sia chiaro – che si possa giustificare o avere tolleranza nei confronti delle violazioni della legge quando queste avvengono del Mezzogiorno;  ma credo che bisognerebbe ricordarselo prima di ergersi a feroci inquisitori o cercare di salire su improbabili cattedre morali, come hanno fatto in questi giorni certi rivali politici Di Maio, e certi personaggi dei media.

Giancarlo Infante – E la sua lunga esperienza del mondo politico internazionale, oltre che italiano, che l’ha fatta giungere a questa conclusione?

Giuseppe Sacco – No ! Per carità! Gli anni passati a cercare di capire il mondo hanno solo arricchito e rafforzato la mia tendenza a apprezzare l’impatto delle circostanze e degli ambienti nei comportamenti politici. Perché ho avuto la fortuna di capire i rischi del moralismo ipocrita quando ero molto giovane,  sin dall’epoca in cui apparve la bottiglia del latte.

Giancarlo Infante –  La bottiglia del latte?

Giuseppe Sacco – Si! La bottiglia del latte. Perché, vede, quando ero ragazzo o addirittura bambino, il latte veniva distribuito ai lattai in grandi bidoni di alluminio, e per comprarne un litro o due bisognava andare al negozio armati di una bottiglione o di una pentola.  Solo quando avevo sei o sette anni comparvero le bottiglie del latte chiuse con un tappo di stagnola su cui era incisa la data, e il latte cominciò ad essere distribuito sulla porta di casa da volenterosi piccoli imprenditori che ricaricavano qualche lira sul prezzo pagato al negozio.

Nella strada dove abitavo io, questa iniziativa imprenditoriale fu assunta da una donna di condizione assai modesta, che aveva avuto molti figli illegittimi da un commerciante di scarpe, un soggetto sgradevole e violento, detto “lo scarparo”, il quale peraltro aveva anche una famiglia, diciamo così, regolare.  Ovviamente, la moralità piccolo borghese del quartiere e dell’epoca faceva sì che questa donna fosse considerata poco più che una prostituta, e che praticamente nessuno le rivolgesse la parola. E certamente non sarebbe mai comparsa sulla porta di casa mia, né avrebbe mai avuto una conversazione con mia madre, se non fosse stato per questa sua nuova attività.

Un giorno, in un insolito momento di confidenza, quella lattaia intrattenne mia madre su come fosse contenta della sua nuova attività,  che le aveva consentito di ottenere una certa indipendenza dallo “scarparo”.  E quanto quindi ci tenesse a svolgere il suo piccolo commercio con la massima onestà e correttezza possibile, per non tornare al previo stato di dipendenza. Confidenze con cui forse fece commuovere mia madre, ma certamente la distrasse abbastanza da rifilarle due bottiglie di latte vecchio di tre giorni, e quindi imbevibile.

Giancarlo Infante – Comincio a capire la morale della storia ….

Giuseppe Sacco – Immagino che quella lattaia sia morta da molti anni. Eppure mi balza viva nella memoria, e mi induce al sospetto, ogni volta che sento qualcuno – politico, giornalista, magistrato  – vantare le virtù dell’onestà, dichiararsi onesto, e magari ergersi a giudice dell’onestà altrui. In queste occasioni, mi guardo sempre attorno per vedere dove sono le bottiglie del latte andato a male. Insomma, più qualcuno si ammanta dei panni della persona onesta, del moralista, o addirittura del moralizzatore, più mi sorge il sospetto che si tratti di un ipocrita e di un imbroglione.

Giancarlo Infante – Insomma, lei teme che all’origine delle periodiche esplosioni di moralismo forcaiolo che punteggiano la vita politica italiana ci sia un intento truffaldino simile a quelle della lattaia?

Giuseppe Sacco – Non simile. Molto peggiore! Perché in definitiva quella lattaia viveva anch’essa in un condizione di marginalità, in una bolla di oppressione e di esclusione sociale. E per lei, dover buttar via due litri di latte non era una perdita insignificante. Era insomma una povera donna meritevole di cristiana compassione, e non certo comparabile ai poteri forti, e spesso oscuri, che ammantandosi fraudolentemente delle vesti della moralità si accaniscono contro Di Maio. E cercano così di colpire un movimento che – nel suo pur raffazzonato, caotico e contraddittorio programma – esprime anche un bisogno di moralizzazione fortemente avvertito a livello popolare, di pulizia non solo da chi cerca di arricchirsi, ma anche dalle tradizionali combriccole di potere.

Giancarlo Infante – Insomma, per tornare alla domanda iniziale, trova che Di Maio, almeno in questa occasione, vada difeso?

Giuseppe Sacco – Direi di si. E ciò nonostante ch’io mi senta a forte disagio quando, dal suo stesso movimento politico, sento invocare giudici dall’implacabile severità, oppure processi interminabili e senza prescrizione. Quando sento proporre condanne “esemplari”, cioè condanne – come dice il nome – pronunciate più “per educarne cento” che per “punirne uno”. Condanne che non tengono conto di quanto siano diverse le condizioni di chi è cresciuto e vive in luoghi dove lo Stato è presente con tutta la sua capacità di garanzia, e chi invece deve ogni giorno fare i conti con la dipendenza da qualche rozzo e volgare “scarparo”. Insomma, il mio “moralismo rompicoglioni” mi porta a simpatizzare per Di Maio, il linciato di turno, anche se questo fino a ieri veniva adulato da folle che gridavano “onestà, onestà, onestà”.