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Genocidio armeno: Erdogan minaccia il Papa e gli ingiunge di pentirsi

Genocidio armeno: Erdogan minaccia il Papa e gli ingiunge di pentirsi

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha condannato Papa Francesco. Gli ha intimato di non ripetere l’errore di definire le uccisioni di massa degli armeni ottomani nel 1915 come “genocidio”.

I toni sono ultimativi, minacciosi e continuiamo a non capire perché una sola parola possa creare una situazione così estrema tra la Turchia ed il Sommo Pontefice.

Basta seguire un po’ la moderna letteratura turca, capace di esprimere grandi autori,così come grandissimi autrici, per avvertire come la questione degli armeni continui a costituire un problema profondo e a serpeggiare dentro la società di questo grande paese poggiato con le sue due gambe a cavallo tra Oriente ed Occidente.

Ma questo serpeggiare, anche tra la gente comune, non sembra proprio raggiungere i termini parossistici cui stanno tendendo invece le autorità di Ankara.

Siamo di fronte, indubbiamente, ad una questione aperta, dolorosa e divisiva attorno cui si sviluppano inevitabilmente anche giochi politici e contraddizioni.

Contraddizioni un po’ come quelle in cui cade Erdogan senza, forse, rendersene conto, reagendo stizzito a questioni che meriterebbero un altro stile ed altri toni nella risposta.

Il Presidente turco, infatti, sostiene assieme di voler istituire una commissione congiunta di storici e sottolinea:”siamo pronti ad aprire i nostri archivi”. Contemporaneamente, però, è minaccioso con Francesco. Intima al Papa di “non ripetere questo errore e di condannarlo”.

A me sembra, dunque, che Erdogan cada in una certa contraddizione quando con la saggia decisione di nominare una commissione d’esperti e di aprire gli archivi finisca con l’ammettere che un problema esista e sia tuttora aperto sulla questione degli armeni. Che poi lui lo voglia solo lasciare agli storici non cambia di molto la questione.

Se, comunque, il Presidente turco è così convinto delle sue posizioni che corra, allora, e per davvero, a convocare gli storici ed affidi loro liberamente tutti gli archivi. Anzi, inizi lui stesso ad avviare una dialettica con i suoi interlocutori, a partire da Francesco, senza il bisogno di minacciare alcuno e avvalorando l’impressione che, in realtà, la polemica con il Papa sia volutamente enfatizzata per chissà quali motivi interni alla Turchia ed alle sue relazioni con vicini ingombranti.

Del resto, in queste ore verrebbe da chiedersi se non sia in corso una qualche gara tra i diversi partiti ed i diversi esponenti turchi nel mostrarsi i più zelanti nel difendere storia e tradizione ottomana.

Il Primo ministro di Ankara, tanto per fare un esempio, è arrivato a definire la frase del Papa un discorso antislamico e frutto di interessi politici o di aziende di pubbliche relazioni. A cosa si riferisse non ci è dato sapere, ma a noi conferma solo l’impressione che i giochi siano altri e che si voglia cercare dei pretesti per coprirli.

Per la parte sua, Erdogan sembra comportarsi esattamente nel modo che contesta facciano gli altri. Arriva, con una punta sprezzante che poteva risparmiarsi, a sostenere che il Papa abbia parlato da politico e non da ministro religioso perché, a suo dire, altrimenti, non si sarebbe espresso su fatti storici in modo da avviare una vera e propria campagna “contro il nostro paese e la nazione”.

Peccato che Francesco parlava di fatti accaduti un secolo fa, quando la Turchia di allora non aveva proprio niente a che fare con quella dei nostri giorni. Quella, tra l’altro, di cui proprio Erdogan cerca di cancellare molte di quelle conquiste “laiche” che, solo dal laico Ataturk in poi, si sono inanellate sulla via della modernizzazione del Paese. E’ solo su quelle basi che Erdogan sta finalmente portando la Turchia ad essere un paese più prospero e rigoglioso.

Ragionando con la dietrologia dell’attuale vertice di Ankara verrebbe da chiedersi se non si voglia utilizzare la polemica con Francesco per ingraziarsi un po’ anche i tanti “laici” che ancora resistono in Turchia nonostante Erdogan e la classe politica islamista che lo circonda.

Molta pressione sembra che stia per essere messa ora su Barack Obama. I turchi temono che anche da lui venga un riferimento sgradito alla questione armena. E’ chiaro che, se con la sua acida ironia, Stalin si chiedeva quante divisioni avesse il Papa, Erdogan non possa farsi la stessa domanda sul Presidente americano. Su Obama conta, infatti, per assumere quel ruolo nella regione che coronerebbe tutta la sua carriera politica.

C’è allora da valutare se la facile polemica con un uomo disarmato qual è Francesco, che non dispone di alcuna divisione, e se i facili applausi che rischia di prendere Erdogan solamente tra un po’ di turchi, siano un buon viatico per lui che ha ben altre gatte da pelare. Le ha nei suoi rapporti con i kurdi, l’Arabia Saudita e l’Egitto, per un verso, e le ha con una comunità internazionale in attesa di un ben più deciso intervento contro l’Isis. Quei terroristi che per anni, invece, hanno trovato la frontiera turca come una delle più facili da attraversare per correre in Siria e in Iraq.

Il Presidente Erdogan proceda già da domani a convocare gli storici e ad aprire gli archivi e così, magari, eliminerà il sospetto che possa essere proprio lui a strumentalizzare valutazioni storiche per finalità immediati.

Giancarlo Infante