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Obama, Nobel per la Pace, dialoga con tutti

Obama, Nobel per la Pace, dialoga con tutti

Approfittando del Vertice delle Americhe, Barack Obama, ha svolto in pieno il compito che ci si attende da un Premio Nobel per la Pace. Ha parlato con tutti. Anche con vecchi e nuovi guerriglieri anti americani. A partire da Raul Castro. L’autore di una rivoluzione, fianco a fianco del fratello Fidel e di Che Guevara, sostanzialmente anti Usa. Una rivoluzione finita per diventare simbolo mondiale dell’americanismo per eccellenza. Lui e il fratello hanno vissuto una intera vita nutrita esclusivamente di ostilità nei confronti della Casa Bianca e dei suoi inquilini,

Al tempo della Rivoluzione cubana  Obama neppure era nato. Mancavano ancora due anni. Ha comunque vissuto da ragazzino una parte di quel clima che faceva di Cuba uno degli “incubi” ricorrenti di una buona parte dei dirigenti e dei cittadini statunitensi. Un’incubo che in alcuni momenti ha raggiunto il parossismo come accadde nei giorni del fallimento dello sbarco anticastrista della Baia dei Porci, malamente organizzato dalla Cia, e del confronto drammaticissimo tra il Presidente Kennedy e il comunismo sovietico guidato allora da Nikita Kruschev, il quale provò a riempire Cuba di missili nucleari.Ovviamente destinati a piovere sugli Usa.

Per questa isola caraibica ed i suoi leader, il mondo fu sul punto di affrontare per la prima volta, e forse per l’ultima, un conflitto nucleare. Ebbene, Obama ha messo tutto ciò alle spalle.

Lo ha fatto anche con la Presidente Brasiliana, Dilma Vana Rousseff Linhares. Lei per vent’anni fece militanza armata contro una violenta dittatura militare che, come le altre tristemente ricorrenti in America latina, tanto vezzeggiate da un certo Henry Kissinger, sposò la tutela degli interessi americani e quelli dei latifondisti e dei monopolisti locali antidemocratici.

Il Presidente americano e Premio Nobel per la Pace ha persino incontrato il rappresentante di un atteggiamento anti “Yankee” molto più recente: quello del Venezuela di Hugo Chavez. Oggi impersonato da Nicolas Maduro diventato il Presidente a Caracas immediatamente dopo la scomparsa di Chavez che ai Castro si era legato totalmente.

Al Vertice delle Americhe di Panama dei giorni scorsi, non si è trattato, come fu lo scorso anno con Castro ai funerali di Nelson Mandela, solamente di una formale stretta di mano. Obama ha parlato davvero con questi antichi avversari dell’America. In qualche modo, avversari che l’America l’hanno sconfitta, anche se, parlando abbastanza dozzinalmente, ci si trova un pò come nel rapporto tra la formica e l’elefante.

Il fatto vero è che Barack Obama ha definitivamente chiuso un’epoca. Una “dottrina”, addirittura. Quella avviata dal primo dei presidenti Roosvelt, Teodoro Roosvelt, poco più di un secolo fa: il concetto che tutta l’America fosse il “back garden”- il giardino di casa- degli Stati Uniti. Meglio dire, delle sue forze armate,  delle sue multinazionali, delle sue sette religiose e, soprattutto, di un’impostazione culturale,  invece, fortemente contrastata un pò dappertutto, ad eccezione di qualche isola totalmente “americanizzata” quale è quella del Costarica.

In questo senso, Barack Obama, non  è stato solo coerente con quel Premio Nobel ricevuto a Stoccolma con largo anticipo su eventuali risultati concreti da portare a favore di un mondo sempre sconvolto da guerre e violenze. Ha mostrato una grande lungimiranza ed un ancor più importante senso del realismo.

Ha detto tutto una sua semplice ed essenziale frase pronunciata dinanzi agli altri 34 capi di stato americani riuniti con lui nel Vertice di Panama: sono finiti i tempi dell’ingerenza nel resto delle Americhe.

Giancarlo Infante