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Vola la Borsa, ma anche la disoccupazione. La ripresa ha toccato solo la speculazione finanziaria: Milano è ai massimi dal 2011. Ma è sempre più cassa integrazione e in moltissimi rischiano il posto

Vola la Borsa, ma anche la disoccupazione. La ripresa ha toccato solo la speculazione finanziaria: Milano è ai massimi dal 2011. Ma è sempre più cassa integrazione e in moltissimi rischiano il posto

L’Italia deve confrontarsi in queste ore con la classica situazione di trovarsi davanti a due notizie, una buona e una cattiva. Partiamo da quella buona: la Borsa di Milano dopo molte sedute in rialzo ha toccato il suo record storico sopra i 20 mila punti, ed ha quindi superato i massimi che aveva raggiunto nel luglio nel 2011, prima che esplodesse il livello dello spreed.

La notizia cattiva è che ci sono ben poche probabilità che l’emorragia dei posti di lavoro possa essere tamponata in tempi brevi ed è invece possibile che ai dati spaventosi del 2013, con i senza lavoro schizzati ben oltre i tre milioni e il ricorso ad un miliardo di ore di cassa integrazione, si aggiungano altre perdite: al ministero del Lavoro sono già in corso trattative che coinvolgono 154 vertenze, i cui effetti, sommati insieme, potrebbero aggiungere, agli attuali, altri 200 mila disoccupati.

1a1857Intanto è giusto chiedersi come sia possibile che la Borsa brindi, nonostante l’economia sia ancora in sala di rianimazione. Non è la prima volta che questo succede ed è facilmente spiegabile: i mercati viaggiano su binari che solo raramente si intersecano con il mondo della produzione (fabbriche, turismo e terziario) cioè l’unico sistema dal quale aspettarsi qualche posto di lavoro in più; mentre principalmente, per ritrovare la salute, hanno bisogno semplicemente di una grande quantità di denaro disponibile.

Dove ha trovato questo denaro la Borsa italiana per potere navigare a vele spiegate? Nella montagna di dollari stampati dalla Federal Reserv americana, nella montagna di quattrini stampati dal Giappone, dalla disponibilità della Bce a rifinanziare le banche praticamente a tasso zero.

a11859Risultato: si può affermare che la finanza internazionale, principale artefice del flop planetario che dura ormai da sei anni, sia riuscita (più o meno aiutata da chi si è messo a stampare moneta) a ricucire le proprie ferite. Tanto è vero che i bilanci delle banche Usa in questi giorni stanno presentando cifre sorprendenti, a partire da Bank of America che ha fatto registrare un utile di 3 miliardi e mezzo e di dollari.

Il fenomeno di questa massa di denaro pompata sui mercati è tale da avere coinvolto anche le banche italiane, che non a caso hanno contribuito parecchio al record storico del listino della Borsa di Milano, nonostante da circa due anni abbiano praticamente chiuso il rubinetto dei prestiti e ridotto al lumicino la loro attività suoi mutui. Il discorso prende tutt’altra piega, però, se si passa dalla finanza all’ economia reale, ai consumi, all’ occupazione.

1a1865Per avere una idea di quello che sta succedendo bisogna pensare alle distruzioni provocate da una guerra: un bombardamento può radere al suolo una città in poche ore, ma per ricostruire quanto danneggiato ci vogliono anni e soldi. Con la differenza che ad aggiustare i guai di una recessione come quella che stiamo vivendo (anche se dicono che è finita) tempo e quattrini, senza architetti capaci e lungimiranti, potrebbero anche non bastare.

Se non fossimo quel Paese che Paolo Sorrentino ha definito giustamente “un po’ matto e meraviglioso” i suoi governanti avrebbero già convocato una sorta di stati generali dell’economia per farsi spiegare dal’Italia che funziona, dai Del Vecchio, Della Valle, Farinetti, Marchionne, solo per fare qualche nome, che cosa bisogna fare per trasferire nelle fabbriche una parte del ritrovata salute della Borsa. Invece continuiamo a vedere il pallino della ripresa in mano a due duellanti esperti di teoria e poco di pratica, come il ministro Saccomanni, di 1a1862professione banchiere, e il suo interfaccia dell’opposizione, Renato Brunetta, di professione docente di economia.

L’ Abi, l’Associazione bancaria italiana e il Censis guidato da De Rita, uno dei pochi che ha una visione globale dell’Italia, hanno provato a fare quello che avrebbe da tempo dovuto fare il governo, cioè si sono messi a studiare da dove cominciare per riprendere le fila dello sviluppo partendo dal territorio, cioè da quello che passa il convento. Ebbene l’Abi e e De Rita sono arrivati alla conclusione che non c’è una sola Italia, o duje Italie, divise da nord e sud, ma ben otto Italie che “non hanno bisogno e non chiedono più denaro, ma una politica economica coraggiosa, chiara e sostenibile”.

Ora si tratterà di spiegarlo alla “nona Italia”, quella unicamente attenta ai duelli fra Saccomanni e Brunetta.

Claudio Pavoni