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Dopo Trump, una riflessione che riguarda anche il nostro sistema politico di Ruben Di Stefano

Dopo Trump, una riflessione che riguarda anche il nostro sistema politico di Ruben Di Stefano

Sono passati ormai diversi giorni da quando Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America. Le analisi fatte da esperti o sedicenti tali (come quelle che ahimè si leggono sui social) sono tante, forse troppe. Si è letto ed ascoltato di tutto, ma il risultato finale è che dopo i due mandati presidenziali con il democratico Obama alla Casa Bianca (i.e., l’uomo che predicava la speranza del cambiamento) gli elettori hanno scelto un presidente repubblicano.

Astrattamente, non vi è niente di eccezionale o di nuovo: questa alternanza è la regola nella storia elettorale americana. Alternanza che corrisponde ad una costante fondamentale dell’elettorato statunitense, che è quella di vedere il cambiamento di per sé come un valore positivo. Tuttavia, è chiaro come il popolo americano sia andato oltre la mera scelta di un Presidente,essendosi spinto verso un nuovo modello politico: “il modello Trump”.

A questo punto, ciò che davvero conta, a mio avviso, è quell’“oltre” che sembra celarsi in profondità, non solo dietro il risultato elettorale americano, ma più in generale in tutta Europa, dove le forze populiste, con messaggi più o meno omogenei tra loro, avanzano e conquistano posizioni.

Appare innegabile che gli argomenti e le modalità comunicative adottati da queste forze, come anche gli slogan e la foga profusa nel corso delle loro campagne elettorali, siano tutti caratterizzati da un denominatore comune: un sentimento di rabbia e insofferenza verso qualcuno o qualcosa, che mira a sollecitare il malessere delle persone in modo subdolo, con l’unico fine di “risvegliare” le pulsioni emozionali più oscure insite in ogni essere umano.

In particolare, se osserviamo cosa spinge gran parte della popolazione a sostenere leader politici come Trump, Marine Le Pen ed altri in Europa, vediamo che essi, invece di appellarsi alla logica ed alla ragionevolezza, mirano ad infierire su un bacino di emozioni: identità nazionale, risentimento sociale e politico, rabbia, paura e umiliazione, etc.

A ben vedere tutti i movimenti che avanzano non propongono dei piani strutturati, dei programmi a lungo termine per la risoluzione dei problemi o per un miglioramento dell’attuale situazione, ma si basano esclusivamente su interventi immediati ed emergenziali, costituiti da slogan elettorali che divengono pericolosamente programmi politici.

La situazione è grave più di quanto si possa pensare e richiede un tempestivo intervento delle forze politiche più responsabili.

L’esigenza di cambiare rotta è imminente, non può attendere.

La responsabilità dell’attuale situazione è imputabile ai governanti, tutti. I problemi che stiamo vivendo non derivano di per sé – come troppo spesso ci vogliono far credere – dall’immigrazione, dalla globalizzazione, dalla disoccupazione e da tutti gli altri fenomeni tellurici in atto, bensì dalla cattiva e sciagurata gestione degli stessi da parte delle classi politiche dirigenti.

Ma non solo. Sembra che, con la tanto desiderata caduta delle ideologie, sia scomparsa qualsivoglia entità in grado di garantire ai singoli la risoluzione dei loro problemi, come anche quelli del nostro tempo. È venuta meno quella rete valoriale che permetteva al singolo di sentirsi parte di qualcosa che ne interpretava i bisogni. Si è perso inesorabilmente il concetto di comunità, lasciando sempre più spazio ad un individualismo sfrenato, dove nessuno più si riconosce nell’altro; dove l’altro è considerato distante, quasi antagonista rispetto alla propria persona e, nelle peggiori delle ipotesi, un nemico.

Insomma, il mondo continua inevitabilmente la sua folle corsa verso una direzione cieca, senza via di uscita. Un mondo la cui spinta propulsiva è ormai rappresentata da un forte individualismo sociale, che semina e sviluppa intorno a sé fenomeni disgreganti ed escludenti; fenomeni che, unitamente alle note criticità economiche del nostro secolo, contribuiscono a generare quei populismi tanto pericolosi per la democrazia.

Si tratta di un vuoto incolmabile che colpisce indistintamente quasi tutti gli strati sociali. È un vuoto non solo di pensiero, ma di solitudine ed emarginazione interiore – oserei dire spirituale – che spinge molti individui verso posizioni estreme: la nostra società ha urgente necessità di connessioni reali che tendano, da una parte, a riallacciare le relazioni sociali e, dall’altra, a colmare il divario venutosi a creare tra politica – partiti e istituzioni –  e società. Questa è la prima e più urgente risposta che le forze politiche più responsabili devono fornire per contrastare non solo il dilagante leaderismo più o meno populistico che ha “infettato” tutti i partiti senza distinzione alcuna, ma anche e soprattutto il rischio di violenti conflitti sociali. A nulla serve l’isolazionismo di certi movimenti politici ovvero la velleitaria credenza di essere portatori di una verità universale e genuina a differenza di tutti gli altri (della serie, noi siamo i “buoni”, loro i “cattivi”).

Bisogna ritornare il prima possibile al primato della politica e ricostruire dei corpi sociali intermedi; gli stessi corpi che, dal secondo dopoguerra fino tutti gli anni ottanta, hanno rappresentato un fattore fondamentale della democrazia e dello sviluppo civile ed economico, rendendo possibile quel costante dialogo tra il centro politico e la pluralità di interessi e tradizioni che costituiscono il nostro Paese.

Oggi non vi è organismo che riesca realmente a mediare (al di là del proprio interesse personale) tra le tante contraddizioni di una società sempre più complessa ed articolata. L’auspicio è che le forze politicheriescano a recuperare l’originale centralità della persona, anche attraverso la (ri)costruzione dei corpi intermedi, rimodellandone le funzioni e i ruoli che questi saranno chiamati a ricoprire nella nostra società.

La dialettica cittadino-istituzioni è ineliminabile. A tal proposito,anche in considerazione dei forti dibattiti che hanno accompagnato il referendum costituzionale, si potrebbe pensare ad una “ristrutturazione”del C.N.E.L., affinché possa cominciare realmente a svolgere le funzioni per le quali era stato immaginato dai padri costituenti: tra queste, vi è proprio quella di garantire un costante confronto tra le istituzioni e i corpi intermedi della società italiana.

Montecitorio: Camera dei deputati

Montecitorio: Camera dei deputati

Quale modo migliore per ricostruire un tessuto socio-economico e culturale disgregato se non far arrivare le doglianze della base alla classe politica, accorciando le distanze tra il mondo blindato (ciò che si sente in giro è) e la realtà che ogni giorno siamo chiamati ad affrontare (forse sopportare)? Le istanze non devono essere solo di natura economica e produttiva, ma rappresentative di quelle esigenze costantemente frustrate dallo stato, e generatrici di quei vuoti che portano alla disgregazione.

Ma ci si è chiesti, ad esempio, quante famiglie si siano totalmente disgregate a causa di licenziamenti e crisi economica? Ma il grido di queste persone chi lo raccoglie? Confindustria? Il sindacato? La politica? No, niente di tutto ciò, la maggior parte del sostegno delle fasce più deboli arriva dall’associazionismo sociale, laico e cattolico. Allora, riconoscere sempre più il loro ruolo. Superare il consociativismo del sindacato e delle altre strutture satelliti della politica è prodromico.

Ci vuole coraggio, tanto. Ci vuole forza, soprattutto per rinunciare ai propri privilegi a favore di una società più giusta e sana. Creare centri di aggregazione territoriali nelle periferie delle grandi città, investire sulle zone più disagiate e sulla cultura a lungo termine. Ma siamo stufi di ripetere appelli ben noti.

Allora prendete queste parole come un grido d’allarme, e prima che i palazzi possano entrare nel mirino d’un inevitabile fronte interno, una sorta di frangia eversiva in cui si riconoscerebbero a vario titolo tutti i disagiati vogliosi di ribaltare i tavoli. Non è più il momento di plaudire all’ignavia, né di lodare l’attendismo: è il momento della responsabilità Nazionale.

Ruben Di Stefano