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Sanità sempre più privata. E gli italiani non si curano

Sanità sempre più privata. E gli italiani non si curano

Il rapporto annuale del Censis, pubblicato circa un mese fa, certifica una situazione di deterioramento del servizio sanitario nazionale.  Recita infatti: Incubo liste d’attesa: 10 milioni di italiani ricorrono di più al privato e 7 milioni all’intramoenia, a pagamento, perché non possono aspettare mesi e mesi per una visita medica o un esame diagnostico: erano 9 milioni nel 2012, sono diventati 11 milioni nel 2016 (2 milioni in più) gli italiani che hanno dovuto rinviare, o rinunciare, a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagare di tasca propria le prestazioni” conclude il rapporto del Censis.

Nel frattempo, io ho sperimentato personalmente le difficoltà che un cittadino incontra nel momento che ha necessità di affrontare anche solamente un lieve intervento chirurgico. Ve le raccontiamo.

Prima fase con la richiesta di una visita urologica presso una struttura pubblica. Primo appuntamento previsto:  marzo 2017!

Prenoto quindi una visita medica intramoenia con il chirurgo che deve effettuare l’intervento e l’appuntamento me lo fissano  per solo dopo 5 giorni. Al termine della prima visita privata, il medico mi prescrive una serie di analisi, tra cui la biopsia della prostata per verificare eventualmente la presenza di un tumore. Naturalmente, sempre tutto privatamente e a pagamento.

Detto fatto: dopo tre giorni affronto la biopsia.  A seguito  dell’esito negativo, decido di essere operato in ospedale pubblico, non privatamente, ma attraverso il servizio sanitario nazionale. Siamo in agosto 2015. L’appuntamento mi viene fissato per il maggio del 2016, nove mesi dopo!

Trascorso il lungo periodo di attesa, finalmente, vengo ricoverato nella struttura pubblica e, dopo un solo giorno di degenza, necessario per effettuare le ultime analisi, vengo operato da uno dei tanti chirurghi dell’ospedale che vedo la prima volta per alcuni minuti prima dell’intervento. Il team che mi opera è professionale e agisce con rapidità e precisione.

Segue la degenza in un reparto pieno di familiari stazionanti nel corridoio tutto il giorno, molti dei quali impegnati con il cellulare per dare notizie o per parlare degli affari propri.

Il personale infermieristico e ausiliario svolge il proprio lavoro nel corso di tutta la giornata, ma ignora, probabilmente perché impegnato nelle pulizie e la somministrazione delle terapie, le esigenze del malato il quale avrebbe bisogno, soprattutto, di essere rassicurato e assistito anche sul piano umano. Capita, infatti, che a una richiesta di cambiare il pannolone, un addetto risponda: “Io non te lo cambio di certo; se vuoi lo fai da te”. E’ probabile che la persona interpellata non fosse quella giusta, perché il paziente vicino al mio letto ha insistito e dopo un’ora una bravissima infermiera ha provveduto…

Alla conclusione della mia vicenda medica, così, sono arrivato dopo un anno e affrontando una spesa di circa 1.200 euro per le varie visite mediche e gli esami diagnostici necessari.

La maggior parte degli italiani, oltre il 50% della popolazione, è ormai rassegnata a questi tempi lunghissimi dovuti alle liste d’attesa, sottolinea ancora il Censis. Del resto i contributi per la sanità nazionale pubblica diminuiscono in continuazione e medici e gli infermieri sono costretti a turni massacranti per assicurare ai pazienti  un’assistenza perlomeno dignitosa. L’ altro 50% dei cittadini, ormai rassegnati, sono costretti a rivolgersi a strutture private che sono, però, precluse a chi ha una misera pensione o un salario da fame. A pagare, in ultima analisi, sono sempre gli ultimi.

Giuseppe Careri